Dopo la manifestazione romana del 7 marzo chiediamo a Fabrizio, in prima linea nel movimento che richiede la bonifica urgente delle aree occupate dalle raffinerie API a Falconara marittima, un giudizio sull'andamento della giornata.
In pochi mesi e nel silenzio complice e interessato l’intero comparto di Api/Ip, la più grande azienda privata del fossile a livello nazionale, è stata venduta con un accordo preliminare siglato lo scorso settembre, in attesa del closing finale entro il primo trimestre di questo anno, quindi, secondo le fonti ufficiali, a brevissimo.
Con le sue due raffinerie, il vasto sistema logistico e di stoccaggio e la capillare catena di distributori di carburanti, il gruppo Api/Ip rappresenta un asset strategico per l’autonomia energetica nazionale, ed esercita un notevole impatto in termini di inquinamento e criticità ambientali e sanitarie.
In questa storia che pareva già scritta, l’anomalia di Falconara sta inceppando il meccanismo: c’è un processo per disastro ambientale ed altri reati in corso, grazie all’inchiesta Oro nero sui fatti avvenuti dal 2018 in poi, costruito con fatica dal protagonismo popolare di tante e tanti in questi anni; ed è tutt’ora in corso da oltre due anni un procedimento di riesame ministeriale sulle bonifiche all’interno della raffineria, perché le attuali misure di messa in sicurezza operativa (MISO) del sito, cui l’Api è obbligata per Decreto Ministeriale dal 2014, non sono ritenute sufficienti e adeguate, ed è stata richiesta una messa in sicurezza d’emergenza.
Tutto questo attesta la gravità della compromissione quasi irreversibile di tutte le matrici ambientali in questo territorio, aria, acque marine e di falda, suolo e sottosuolo, insomma uno scenario di disastro ambientale perdurante, che attenta alla sicurezza e salute pubblica.
Recentemente anche il Governo centrale, dopo che a scalare tutti gli altri organi di governo intermedi sono stati costretti a prendere posizione sulla vicenda, ha ammesso la necessità di esercitare il Golden power sull’operazione di vendita di Api/Ip alla Socar, con le prerogative di poter prescrivere una serie di vincoli in termini occupazionali e ambientali.
Un intero territorio ormai richiede a gran voce che una o entrambe le parti contraenti la vendita debbano impegnarsi nell'attivazione di un fondo a garanzia delle bonifiche del sito e delle aree limitrofe, come dei monitoraggi delle emissioni convogliate e fuggitive.
Serve un giusto risarcimento per questo territorio e un nuovo orizzonte per un lavoro sicuro e non nocivo.
SABATO 7 MARZO SAREMO A ROMA DAVANTI AI PALAZZI DELLA POLITICA PER RIVENDICARE IL GOLDEN POWER CON LE GIUSTE E NECESSARIE PRESCRIZIONI SULLE BONIFICHE ALLA RAFFINERIA API DI FALCONARA
Partecipato e rumoroso (diverse migliaia i partecipanti) il corteo che si è svolto a Falconara il 27 gennaio per fermare il disastro ambientale nella località marchigiana. Le considerazioni di uno degli organizzatori della manifestazione
Il 27 gennaio Falconara scende in piazza per fermare il disastro ambientale
L’11 aprile 2018 per settimane migliaia di persone furono lasciate esposte ad esalazioni incontrollate di benzene ed altre sostanze inquinanti a seguito della fuoriuscita di 15 mila metri cubi di petrolio greggio, dovuta all’inclinazione del tetto galleggiante di uno dei più grandi serbatoi d’Europa, il TK-61 dell’Api.
Nel maggio successivo, nonostante le tantissime manifestazioni di protesta e denuncia, ad ogni livello istituzionale, da quello governativo e ministeriale agli enti regionali e locali, tutte le forze politiche si resero responsabili del rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale della Raffineria di Falconara.
A distanza di ben cinque anni da quegli eventi si apre oggi l’ennesimo processo verso Raffineria Api, che non riguarda però solo un evento specifico, un incidente più o meno rilevante, come spesso accaduto nel passato recente e non, ma una condizione di eccezionalità diventata norma, fino a rappresentare la quotidiana condanna per questo territorio, a suon di esalazioni e sversamenti.
L’indagine Oro Nero mette in luce come il modus operandi di fatto e il ciclo produttivo stesso del petrolchimico, votati costi quel che costi alla massimizzazione del profitto, con il complice immobilismo e lo speculare sostegno dell’establishment politico e amministrativo, siano accusati e responsabili del disastro ambientale in atto.
Agli acronimi quasi indecifrabili dei SIN (sito di interesse nazionale dal bonificare) o AERCA (area ad elevato rischio di crisi ambientale) che siamo stati costretti a conoscere negli anni, ora si impone una terminologia chiara e netta, oltre ogni ragionevole dubbio e compromesso.
Disastro ambientale prelude ad uno scenario di alterazione quasi irreversibile dell’ecosistema di un territorio rilevante ed esteso, per numero di persone esposte al rischio sanitario e per entità della contaminazione delle acque marine e di falda, dell’aria, del suolo e del sottosuolo.
Abbiamo anche sperimentato sulla nostra pelle come il degrado ambientale si riverbera in degrado culturale, sociale, economico, che corrompono le fondamenta delle nostre comunità.
Tutto questo è in linea con il doppiogiochismo dei sempre più rituali vertici globali, dove si addita alle conseguenze catastrofiche della crisi climatica, ma si ritarda a tempi sempre più procrastinati e indefiniti l’uscita dal fossile e la transizione ecologica, e con le politiche dei governi che, sbandierando la crisi energetica di turno, riempiono di soldi pubblici le multinazionali dell’oil and gas, smantellano le poche tutele rimaste e rilanciano la follia del nucleare come soluzione della crisi climatica e ambientale.
Ma i tanti territori in cammino e in rete possono ancora invertire la rotta, se dalla verità storica, giudiziaria, politica, e da quella inscritta nelle nostre coscienze, sapremo ricomporre un movimento popolare che pratichi proposte concrete per condurci fuori e oltre il disastro ambientale.
Quegli impianti vanno fermati ora.
La dismissione della Raffineria deve essere compensata da un piano di risarcimento, bonifica e monitoraggio sanitario, che produca posti di lavoro nel e per il territorio, che significhi riqualificazione delle sue aree dismesse e conversione economica verso nuove fonti energetiche rinnovabili e pulite.
L’unica transizione ecologica possibile dovrà essere popolare, se risponde ai bisogni immediati e comuni, economica, quando rilancia le potenzialità dei luoghi e detta un cambio di sistema, partecipata, perchè nasce nella pratica dei presidi e delle assemblee, dei comitati e dei movimenti.
#fermiamoilDisastroambientale