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Da Torino, appello in sostegno alle famiglie occupanti di via Asti est

Data di trasmissione

A Torino continua l'occupazione dell'ex caserma di via Asti da parte di decine di famiglie sgomberate dalla baraccopoli di Lungo Stura dove vivevano.

Una compagna del collettivo Gatto nero gatto rosso ci racconta gli ultimi aggiornamenti e le iniziative in corso.

Di seguito l'appello che invitiamo a sottoscrivere.

 

 

In una domenica di Novembre un gruppo uomini, donne e bambini è entrato nel cortile dell’ex caserma “La Marmora” in via Asti ed ha occupato una palazzina vuota. L'ha occupata perché il posto dove abitavano non c’è più. Erano baracche lungo il fiume, in un posto senza acqua né luce, tanta immondizia e topi. Non un bel posto, ma l’unico che potessero permettersi. Molti avevano creduto nelle promesse di una casa del comune di Torino. Chi la l’ha ora è sotto sfratto, perché non può pagare l’affitto. Chi non è entrato nel progetto ha conosciuto solo le ruspe. Se vi alzate quando è ancora buio, vedrete le persone che abitavano quelle baracche cercare nei cassonetti qualcosa da vendere il sabato al Balon, la domenica nel mercato vicino alle ex Poste. Altri raccolgono metalli: sono l’ultimo anello di una catena di riciclo dove gli ultimi lavorano molto per il profitto di pochi. Qualche donna fa la badante nelle case. Queste persone in una domenica di novembre hanno deciso di alzare la testa e di riprendersi la propria dignità. Una dignità che ogni giorno da quando sono nati/e si sono vista negare. Gli sguardi dei più, per fortuna non di tutti, li relegano in un ghetto culturale e materiale. Chi guarda gli abitanti della ex baraccopoli con sospetto, chi li osserva mentre cercano nei cassonetti ignorando che quel gesto così incomprensibile è per loro forse un lavoro, chi guarda dimentica che gli occupanti di 26 stanze di via Asti sono persone sfrattate, senza casa, con lavori precari. Vede solo zingari, vede solo rom. Ciò basta a privarli della loro umanità. Quando le persone smettono di essere individui, uomini, donne e bambini in carne ed ossa, ciascuno con la propria storia, con le proprie capacità, con i propri sogni, si spalancano le porte ai peggiori abusi, ai pogrom razzisti come quello della Continassa, alle marce di fascisti e leghisti. Ancora oggi ben pochi sanno che rom e sinti facevano parte del programma di sterminio nazista, perché considerati “naturalmente” devianti. Cinquecentomila rom e sinti finirono la loro vita nelle camere a gas. In Romania almeno venticinquemila furono deportati durante il regime di Antonescu. La violenza nei loro confronti non hai è mai stata oggetto di una rielaborazione culturale collettiva. Le persone che oggi vivono in via Asti sono immigrate dalla Romania. Lì vivevano in case, non sono “nomadi”, ma con il passaggio ad un'economia di mercato selvaggia dopo il 1989 ed a causa della proliferazione di rigurgiti razzisti mai sopiti, sono stati/e le prime a perdere il lavoro e la possibilità di sopravvivere in una società sempre più marcata da disuguaglianze. In Italia, però, non hanno trovato un futuro migliore, ma solo “campi”, sfruttamento e razzismo. Noi vogliamo credere che Torino, città dove la resistenza al fascismo è cominciata negli anni Venti, possa scrivere una pagina nuova. Vogliamo credere che si possa, in pre-collina come nel resto della città, cancellare il pregiudizio che oppone rom e gadji, per ri-conoscersi come soggetti che vogliono costruire un mondo di liber*, uguali e solidali. A ciascuno, a suo modo e con gli altri, nel rispetto dei differenti percorsi, il compito di costruirlo. La lotta per la casa è ampia e trasversale e riguarda i tanti e le tante resi precari dalla logica dello sfruttamento su cui si fonda il nostro sistema economico. L'occupazione di via Asti non è un'occupazione “etnica”, ma è la risposta di un gruppo di persone sgomberate e sfrattate, come troppe altre in questa nostra città. Torino è la seconda città italiana per numero di sfratti emessi in rapporto ai residenti. Nel contesto della crisi e di un mercato degli affitti sempre più inaccessibile, l'occupazione è l’azione diretta di migliaia di persone per avere una casa. In questi mesi è in atto in tutte le grandi città una guerra contro le occupazioni, che aggrava ulteriormente la precarietà vissuta da migliaia di individui e famiglie. Le 26 famiglie occupanti devono poter restare nella loro nuova casa, dove deve essere loro riconosciuta la residenza. Senza residenza non possono avere un medico di base e quindi la possibilità di curarsi. Bambini/e e ragazzi/e devono poter continuare a frequentare la scuola. Nessuno degli attuali abitanti di case e social housing parte del progetto “La città possibile” deve essere sfrattato. Le famiglie intendono vivere in autonomia, senza essere costrette a dipendere da associazioni. Devono essere resi pubblici i dettagli delle spese sostenute durante la realizzazione del progetto “La città possibile”. Per sottoscrivere e firmare l'appello, mandare una mail a: gattonerogattorosso@gmail.com