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Intervista a David Hilliard (prima parte)

Data di trasmissione

nella puntata di lunedì 14 aprile 2008:
 
Prima parte dell’intervista a David Hilliard*
membro fondatore ed ex-Capo di Stato Maggiore del Black Panther Party
Roma, 11 aprile 2008
 
Parlami di come è nato il Partito della Pantera Nera e di come è iniziato il tuo coinvolgimento personale.
 
Ero molto giovane quando sono entrato nel Partito della Pantera Nera. Ero appena ventenne nel 1966, quando il partito è stato fondato. Solo un anno prima, c’erano state numerose rivolte in America. La rivolta di Watts, del 1965, era la più nota tra quelle che avevano coinvolto la comunità nera: 47 persone erano state ammazzate e migliaia erano rimaste ferite per le strade di Watts. Nello stesso anno era stato assassinato Malcom X. Perciò c’era molta rabbia diffusa tra i giovani e nelle organizzazioni in America, quando cominciarono le rivolte, agli inizi degli anni sessanta. E nel 1966 fu fondato il Partito della Pantera Nera. Ma tra il 1966 e il 1968 c’erano state rivolte nelle città quasi ogni mese: effettivamente nel 1968 in America c’erano state 168 rivolte nel giro di sei mesi. E giustamente il 1968 è stato definito come l’anno della rivoluzione globale. Non solo in America, ma in tutto il mondo gli studenti si ribellavano: in Italia, nel Regno Unito, a Parigi, a Città del Messico, dove i giovani venivano uccisi dal regime fascista. Dunque il nostro partito nasceva in questi anni in cui il movimento per i diritti civili stava cominciando a esprimersi soprattutto attraverso la gioventù militante, piuttosto che attraverso la voce della gente che aveva marciato al fianco di Martin Luther King sostenendo la nonviolenza come mezzo per ottenere il cambiamento. C’era questo cambiamento in corso nel 1965: la gente affermava "Potere Nero" e reclamava la resistenza, piuttosto che le proteste sociali. E il nostro Partito della Pantera Nera nasceva proprio in seguito all’esperienza del movimento degli anni cinquanta e sessanta.
 
Lo slogan "All power to the people" sintetizza bene la capacità del partito di coinvolgere l’intera comunità, anche chi non era propriamente un militante o un attivista. Come riuscivate ad ottenere questo supporto da parte della gente comune?
 
Portavamo avanti dei programmi particolari, come quello delle colazioni gratuite per i bambini. I compagni si svegliavano tra le cinque e le sei del mattino per preparare il cibo e usavano gli spazi delle chiese per distribuirlo. All’inizio la gente della chiesa veniva lì solo per aprirci le porte. Ma poi, a un certo punto, anche loro cominciavano a partecipare attivamente e ci aiutavano a cucinare e a prenderci cura dei bambini (perché ovviamente era la cosa più giusta da fare per un cristiano). Insomma, noi davamo inizio al programma, ma poi la gestione del programma veniva affidata alla comunità. Noi cominciavamo un programma – come quello delle colazioni gratuite – ma poi i lavoratori della comunità venivano coinvolti personalmente nelle nostre attività. Perciò c’erano sempre i compagni delle pantere e i lavoratori della comunità, che lavoravano fianco a fianco nello stesso progetto. Col tempo il Partito della Pantera ha abbandonato il programma, e allora la comunità ne ha assunto il controllo. Bene, perché questo era esattamente quello che volevamo che accadesse. Perciò, ogni volta che intraprendevamo un programma – che fosse per l’assistenza sanitaria, per sfamare i bambini o per l’istruzione – noi davamo inizio al programma, ma poi lo lasciavamo nelle mani della comunità. Per questo la comunità era sempre coinvolta nel nostro lavoro.
 
Come è cambiato in questi anni lo spazio urbano delle metropoli statunitensi in cui realizzavate questi programmi sociali di autogestione? Quali sono le contraddizioni, le espressioni creative e le relazioni di potere che si producono nello spazio metropolitano? e quali sono le forme di controllo sociale e gli strumenti di resistenza oggi in atto?

Tante cose sono cambiate dall’epoca in cui era attivo il nostro movimento, negli anni sessanta. Allora lo spazio urbano era abitato da numerosi gruppi che si battevano per il cambiamento sociale, mentre adesso ci sono solo pochi gruppi. La maggioranza dei gruppi attivi oggi si batte per la questione dell’abitare e per il controllo del prezzo degli affitti, perché la gente non può permettersi di pagare l’affitto. Altri si occupano delle questioni ambientali, come il movimento dei verdi, ma non si concentrano solo sullo spazio urbano. E poi nel cuore della metropoli ci sono movimenti come Books not bars (libri e non sbarre), che lottano contro il carcere minorile, perché oggi ci sono tantissimi ragazzi tra i sedici e i diciassette anni rinchiusi nelle carceri minorili. Questi movimenti sostengono invece che sarebbe più utile cercare di istruire i giovani e di farli studiare, piuttosto che rinchiuderli in carcere, dove probabilmente diventeranno ancora più criminali. Ci sono poi organizzazioni che lottano contro quello che noi definiamo "il complesso industriale carcerario". In America ci sono più persone in prigione rispetto a qualsiasi altro paese al mondo. Il 13% della popolazione in America è costituita da afroamericani, ma siamo il 15% della popolazione carceraria. Tra i movimenti attivi nelle metropoli americane oggi, quello contro il sistema carcerario sta cominciando ad emergere come uno dei movimenti più importanti dai tempi in cui è nato il Partito delle Pantere Nere, negli anni sessanta.
 
In questi giorni, rispondendo alle domande dei giornalisti italiani sugli sviluppi del processo a Mumia Abu Jamal, hai ricordato che ci sono altri attivisti neri che sono in carcere da più tempo di lui.
 
Sì, queste persone sono state completamente dimenticate, pur essendo in prigione da così tanto tempo, proprio perché in America non c’è più un movimento attivo. Perciò c’è la necessità di rendere la gente consapevole della situazione di questi prigionieri, non solo in Italia. È necessario cominciare ad organizzare un movimento specifico in America, perché è solo coinvolgendo la gente che potremo riuscire a liberare non solo Mumia, ma tutte le persone che sono considerate dei prigionieri politici. È questo il punto: che ci sono molte altre persone in prigione oltre a Mumia. Mumia è solo una delle persone che sono in carcere come conseguenza del movimento degli anni sessanta, in particolare per aver partecipato al Partito della Pantera Nera. Ma ci sono molte altre persone che sono in prigione, o che ci sono state tanto quanto lui: persone che, come Mumia, sono state nel braccio della morte, e che poi hanno visto al loro sentenza commutata nell’ergastolo. Perciò noi dobbiamo lottare non solo per liberare Mumia dal carcere, ma per mettere fine alla carcerazione di tutti i prigionieri politici.
 
Ma tu credi che l’attenzione internazionale possa avere un peso su questa situazione? c’è qualcosa che possiamo fare anche dall’estero?
 
Io credo che, dovunque viviamo, siamo tutti e tutte coinvolte nella stessa lotta. Perciò sì, credo che dovremmo mantenere viva l’attenzione sulle persone che sono in carcere, specialmente i prigionieri politici, dovunque noi siamo. Sia in Italia che in tutte le altre comunità in Europa, dovremmo fare manifestazioni e campagne informative su come l’America ha rinchiuso in prigione questi giovani, soprattutto afroamericani o di origini ispaniche. E questo avviene perché c’è un monopolio, perché il complesso industriale carcerario genera un’economia: servono 35 mila dollari per mantenere un persona in carcere per un anno. E questi soldi potrebbero essere spesi meglio, ad esempio mandando queste persone a fare l’università in America, così potrebbero ottenere un’istruzione, e non rappresentare un problema per le comunità in cui vivono. Ma non avviene niente del genere, anzi, vengono spesi milioni di dollari per costruire altre carceri. Perciò penso che questo sia un problema che deve essere portato all’attenzione internazionale, per dimostrare quanto sia arcaico il modo in cui l’America tratta i propri cittadini, e quanto il sistema giudiziario sia un totale fallimento.
 
Parlami del ruolo delle donne nell’organizzazione interna del partito. Come venivano gestite le relazioni tra i generi?
 
Viviamo tutte e tutti in una società dominata dal maschile, una società patriarcale, sia in America che in Europa. Nelle nostre società gli uomini sono considerati superiori rispetto alle donne. E questo ovviamente si rispecchiava anche nel nostro movimento: la gente arrivava con questi atteggiamenti che permeano l’intera società, pensando di avere il diritto di controllare le donne, considerando le proprie compagne come una proprietà privata. Ma nel nostro movimento abbiamo sempre cercato di liberarci di questi atteggiamenti e di quest’idea che le donne fossero una proprietà. Nella nostra organizzazione le donne venivano considerate come uguali agli uomini, specialmente nel periodo in cui il Partito della Pantera Nera subiva la repressione delle forze dello stato. Perché le donne venivano picchiate, le donne venivano incarcerate, le donne portavano le pistole e svolgevano gli stessi ruoli che svolgevano gli uomini. Perciò non c’erano disuguaglianze tra donne e uomini, nemmeno quando la repressione divenne più dura. E anche successivamente, le questioni di genere diventavano un problema quando c’era gente che si univa al nostro movimento manifestando questi atteggiamenti e queste idee reazionarie. Perciò abbiamo sempre dovuto lottare per porre fine alla repressione e all’oppressione delle donne. La nostra organizzazione rappresentava un’esperienza innovativa in questo senso: le donne partecipavano alla leadership nel nostro movimento. E questo non era mai avvenuto in nessun altra organizzazione politica dell’epoca in America: né negli S.D.S. [Students for a Democratic Society] , né negli Weathermen , ma solo nel Partito delle Pantere Nere. Elaine Brown è stata alla guida del partito nel momento in cui si stava trasformando in un movimento globale, quando Huey Newton era in esilio. Prima di Elaine Brown c’era stata mia cognata che aveva fondato la prima sede del partito sulla east-coast, in Connecticut, ed era a capo di quella sede. Un’altra sorella chiamata Audrea Jones aveva fondato e diretto la sede di Boston, in Massachussets. Non c’era nessun altro movimento americano in cui le donne avessero raggiunto questi ruoli di comando. In pratica gli S.D.S. e tutti i cosiddetti movimenti progressisti dell’epoca venivano a incontrare il Partito delle Pantere Nere – perché noi tenevamo dei corsi di addestramento politico – e portavano questa questione al centro della discussione. Ci chiedevano come fare per raggiungere l’uguaglianza tra donne e uomini all’interno delle loro organizzazioni, perché noi eravamo più avanzati, e ci chiedevano consigli su come affrontare le questioni di genere, su come eliminare il sessismo dalle loro organizzazioni. Quindi noi rappresentavamo un modello, per gli altri movimenti, su come gestire i ruoli di genere all’interno di un collettivo rivoluzionario. In questo senso eravamo un’avanguardia.
 
In questi giorni di campagna elettorale, le primarie statunitensi destano grande interesse anche qui in Italia. In particolare, l’attenzione dei media si è concentrata sul significato simbolico del testa a testa tra Barack Obama e Hillary Clinton, perché è la prima volta che un afroamericano e una donna hanno la concreta possibilità di diventare presidente degli Stati Uniti. Ma essere neri o essere donna, secondo me, non è sufficiente. Quello che conta è come agisce, che cosa pensa politicamente quel soggetto, che sia un nero o una donna. Ad esempio, Condoleeza Rice è una donna ed è afroamericana, ma di certo il suo ruolo di potere non ha rappresentato un vantaggio per le donne o per gli afroamericani.
 
Hai perfettamente ragione. Ma la differenza tra Barack Obama – che io tendo a considerare come il migliore tra i due candidati – e Hillary Clinton, sta in ciò che Obama rappresenta. Non è solo l’esponente di una minoranza, come poteva essere anche Condoleeza Rice, che era stata designata da George Bush, un vero reazionario, e che ha messo in atto la sua stessa politica. Dobbiamo essere chiari a proposito di Condoleeza Rice: è una donna nera, ma ha messo in atto la politica del partito repubblicano e di George Bush. Quindi c’è una netta differenza con Barack Obama. Se Obama dovesse diventare presidente, avrebbe la sua linea politica per amministrare il paese. Non è il singolo individuo che può portare avanti il cambiamento progressista in cui noi speriamo, ma sono i milioni e milioni di nuove persone che sono coinvolte in questo processo elettorale. Ci sono persone che hanno votato per Barack Obama, che non avevano mai partecipato prima al processo elettorale, che non avevano fiducia nel processo elettorale, e che sono là perché ripongono una speranza in questo giovane uomo, che ha nuove idee, che si è sempre opposto alla guerra, che parla di come trattare con le lobbies, che parla di come usare i soldi non per costruire nuove carceri o per continuare la guerra, ma per costruire le infrastrutture nelle città. Perciò la speranza è che questi giovani tengano vivo il movimento, e che, se Obama sarà eletto, potranno fare pressioni sul governo, per far sì che il governo sia più responsabile nei confronti della gente. Perché è così che funziona la politica: il politico è in debito con l’elettorato che ha votato per mantenerlo al potere, e se all’elettorato non piace ciò che il politico sta facendo, allora gli elettori possono rimuoverlo dal suo seggio. Perciò tutte queste migliaia di persone che non sono mai state coinvolte prima nel processo elettorale, e che ora seguono Obama, speriamo che possano imporre un’agenda più progressista, per migliorare le condizioni di vita della gente in ogni parte del mondo: speriamo che ci sia una possibilità di discutere dei problemi dei giovani in Italia e in America, speriamo almeno che si crei la possibilità di una discussione, di cui possiamo beneficiare dovunque noi viviamo. Io credo che questa sia la reale possibilità che ci offre questo uomo nuovo, che porta nuove idee, e che è sostenuto da questo massiccio movimento, a cui dovrà rendere conto.
 
Continuo a nutrire qualche dubbio. Ad esempio, leggendo i programmi elettorali di Obama e Clinton (le loro posizioni sulla guerra, sull’assistenza sanitaria, l’istruzione, l’aborto…) io non vedo alcuna differenza, e tu?
 
Certo che c’è una differenza: Hillary Clinton rappresenta lo status quo, rappresenta il vecchio sistema che è sempre stato al potere, che è sempre stato un potere maschile, bianco e dominatore, tanto quanto quello di George Bush prima di lei: repubblicano, con la stessa rappresentazione storica, bianco, storicamente impegnato in un partito particolare, e con un certo tipo di idee. Obama invece è un uomo africano, suo padre è nato in Africa, sua madre è una donna bianca, e lui rappresenta le idee e le aspirazioni della gente che non ha mai avuto potere finora. Perciò, ci sono delle differenze in gioco tra lui e Clinton. E nonostante sia anche lui un membro del partito democratico, io spero che Obama possa cambiare anche le vecchie idee all’interno del partito democratico. Ma questo potrà avvenire solo grazie alle persone che votano per lui, che lo spingeranno a mantenere le promesse che ha fatto prima delle elezioni. In America le elezioni si svolgono ogni quattro anni, perciò io credo che se Obama non rispetterà le promesse fatte, le persone che gli hanno dato il potere glielo toglieranno. Sarà la cosa più giusta da fare, ma diamogli una possibilità, e stiamo a vedere che cosa succede. Non voglio dare troppa importanza a lui, quello che mi interessa sono quei milioni di persone che vogliono un cambiamento nel nostro paese: è questo che mi rende così entusiasta. Perché ho sempre sperato in un cambiamento progressista per l’America, non in un cambiamento contro-rivoluzionario o reazionario.
 
(fine prima parte)