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È fernuta ‘a zezzenella: chiacchiere resistenti per costruire dalle macerie. (Uganda)

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"É fernuta a zezzenella" nel gergo contadino campano significa che è finito il periodo di mungitura delle vacche, che non c'è più latte da prendere, che le mucche sono allo stremo. Nella parlata comune questa frase si traduce con "è finita la pacchia", é finito il divertimento.

Ma per chi? Per il padre padrone, per il colonizzatore bianco, per il capitalista: che altro volete prendervi? Ci rimane solo la vita.

É da quello slancio vitale che resiste tra le macerie di una catastrofe permanente che vogliamo ripartire, da quella forza potente e ancestrale che da millenni continua a far girare il mondo, nonostante l'impegno dei noti maschietti, ricchissimi e capricciosi, nel trasformare la realtà in distopia.

Ne parliamo il mercoledì mattina dalle 10:30 ogni due settimane con le amiche di ecologia politica e Claudia Terra, facendo partire i nostri discorsi dalle testimonianze dell3 compagn3 che vivono e lottano nel Sud Globale, con le quali abbiamo avuto la fortuna di incrociare le strade.

É fernuta a zezzenella oi' Ci trovate sugli 87.9 fm Perchè sta musica adda cangià. 

Nella puntata precedente abbiamo attraversato l’estrattivismo energetico e minerario nella Repubblica Democratica del Congo, partendo dalle dighe di Inga e arrivando alle miniere di cobalto che alimentano la cosiddetta transizione “verde”. Abbiamo visto come questo modello produca energia e materie prime per i mercati globali, scaricando però i costi ambientali e sociali sulle comunità locali, che restano senza elettricità, senza diritti e senza futuro.

Oggi ci spostiamo in Uganda. Cambia la risorsa, ma non la logica. Dall’estrattivismo minerario passiamo al colonialismo fossile del progetto EACOP (East African Crude Oil Pipeline), un oleodotto lungo circa 1.440 chilometri che collegherà i giacimenti petroliferi nell’ovest dell’Uganda, al porto di Tanga, in Tanzania. Un’infrastruttura gigantesca, pensata per esportare greggio verso i mercati internazionali.

Il progetto è guidato dalla multinazionale francese TotalEnergies, principale beneficiaria dell’operazione, insieme alla compagnia cinese CNOOC e alle compagnie petrolifere statali dei due paesi. Total controlla non solo l’oleodotto, ma anche gran parte dei giacimenti da cui verrà estratto il petrolio, concentrando profitti e potere decisionale lungo tutta la filiera. Ai territori attraversati, invece, restano gli effetti collaterali: espropri di terre, perdita di mezzi di sussistenza, repressione delle proteste e un rischio ambientale enorme in aree ecologicamente sensibili. Come per le dighe di Inga e per le miniere di cobalto in Congo, anche l’EACOP viene presentato come un progetto di sviluppo e ancora una volta lo sviluppo coincide con l’esportazione delle risorse, lo sfruttamento dei territori e con la marginalizzazione delle comunità che li vivono.

In questa puntata ascolteremo voci direttamente dall’Uganda, di chi vive lungo il tracciato dell’oleodotto e resiste a un modello che continua a sacrificare terre e persone in nome del profitto.