ReteLiber*diLottare: appello per abrogazione dei DL sicurezza
Sentiamo un compagno della rete che ci racconta com'è andata l'assemblea di domenica 18 ottobre. Insieme commentiamo anche il weekend di incidenti in diverse città di Italia.
Segue l'appello per una campagna per l’abrogazione dei decreti sicurezza e la cancellazione della delibera 26/88 “strangola scioperi” della Commissione di garanzia
Questo appello risponde alla necessità di rilanciare un’azione larga e condivisa per
contrastare le misure repressive da Stato di polizia adottate dal governo Meloni. I
numerosi decreti sicurezza e le limitazioni al diritto di sciopero sono lo strumento
attraverso il quale l’esecutivo sta provando a gestire l’ordine interno prevenendo o
colpendo ogni forma di conflittualità sociale. Il tutto mentre l’Italia dà il suo
volenteroso contributo all’accelerazione della corsa al riarmo, all’espansione
dell’escalation bellica globale, e subisce anch’essa gli effetti – disastrosi – della crisi
climatica.
Ovunque in Occidente si stringono le maglie della repressione di Stato, dalle
espulsioni di studenti e studentesse pro-Gaza negli atenei statunitensi, alle centinaia
di arresti dei/delle militanti e simpatizzanti di Palestine Action nel Regno Unito, alle
continue operazioni di polizia contro i/le manifestanti per la Palestina in Germania,
alle migliaia di fermi e arresti di giovani dimostranti in Francia, alla persecuzione
sistematica dei «colpevoli di Palestina» in Italia.
Ovunque i governi conducono una guerra contro i proletari con uno speciale
accanimento contro gli emigranti verso l’Europa fortezza e le popolazioni immigrate,
come arma di divisione del campo delle masse sfruttate. Ovunque le polizie
recuperano prassi di memoria fascista e si ispirano ad un feroce suprematismo bianco.
In questo processo l'Italia di Meloni-Mattarella è in prima linea: l’aumento delle
spese militari, la militarizzazione crescente e l’accentramento amministrativo di
scuole e università, la martellante diffusione di propaganda di guerra attraverso i
mass media, sono solo una parte del problema. Il governo Meloni ha inaugurato il
proprio mandato con il cosiddetto decreto Rave e ha già varato sette provvedimenti di
carattere profondamente repressivo. Per blindare l’arsenale repressivo approntato in
questi anni è in arrivo un ulteriore disegno di legge – il ddl 1990 –presentato al
Senato il 30 luglio scorso.
Ai due decreti sicurezza draconiani, alla criminalizzazione dei minori delle periferie
con il decreto Caivano, alla spinta all’espulsione degli immigrati del decreto Cutro,
alla criminalizzazione dell’antisionismo attraverso l’approvazione del ddl 1004
Romeo, che sancisce la vile equiparazione tra antisionismo e antisemitismo, si è
aggiunta nei mesi scorsi l’estensione delle regole capestro sugli scioperi nei servizi
pubblici propria della legge 146/1990 al settore della logistica, a seguito della sua
qualificazione come «servizio pubblico essenziale» da parte della Commissione di
garanzia sugli scioperi.
Con queste misure, complice l’inerzia dell’opposizione di centro-sinistra e con l’aiuto
dei «saggi» consigli del Quirinale, il governo Meloni ha costruito un apparato
legislativo imponente che ha lo scopo di imbavagliare, ingabbiare e reprimere il
conflitto di classe e la stessa espressione del dissenso.
La delibera 26/88 della Commissione di garanzia anti-sciopero rappresenta l’atto
finale di un attacco pluridecennale all’agibilità sindacale e al diritto alla libera scelta
dei propri rappresentanti da parte dei lavoratori. In questo processo la legge 146/1990
ha svolto un ruolo centrale, e oggi, a 36 anni dal suo varo, viene di nuovo utilizzata
dalla Commissione di garanzia per realizzare un affondo senza precedenti contro
l’esercizio del diritto di sciopero dei lavoratori della logistica. Un attacco diretto
contro una sezione della classe lavoratrice composta in larga parte da lavoratori e
lavoratrici immigrati che in questi anni si è contraddistinta per la combattività, il
livello di organizzazione, i risultati e i miglioramenti materiali tangibili conseguiti,
nonché per la partecipazione alle lotte contro il genocidio in Palestina, contro l’uso
capitalistico della pandemia, e in opposizione all'escalation bellica.
Nell’insieme di questa legislazione repressiva, a cominciare dal decreto-Cutro e
dall’ex-Ddl 1660, un trattamento speciale in peggio viene riservato proprio agli
immigrati, con infami misure sulle rivolte e sulla semplice disobbedienza collettiva
nei CPR, sulla revoca della cittadinanza, sull’opposizione individuale al rimpatrio,
etc.
Per il padronato e l’esecutivo delle destre un allarme speciale è scattato
nell’autunno scorso a seguito delle grandi mobilitazioni per la Palestina, che hanno
reso evidente il ruolo strategico che i lavoratori e le lavoratrici della logistica, delle
ferrovie, dei porti possono svolgere nel contrastare la corsa al riarmo, alla guerra e al
genocidio che continua a Gaza. Molte delle nuove figure di reato e degli illeciti
amministrativi introdotti attraverso i pacchetti sicurezza vanno interpretati come il
tentativo di estendere l’arsenale repressivo per contenere il rischio di veder fermare le
merci e la movimentazione dei mezzi bellici nel tempo dell’economia di guerra.
Le misure repressive varate in questi due ultimi anni dal governo Meloni hanno
suscitato numerose critiche anche al di fuori dei milieu militanti, dei movimenti
sociali e del sindacalismo di base.
Dall’accademia, dal mondo dell’associazionismo, dalle camere penali e da singoli
esponenti delle professioni forensi fino all’Associazione nazionale dei magistrati si
sono levati rilievi contro la forte caratterizzazione repressiva di questi provvedimenti,
che minano gravemente l’attuazione del principio di libera espressione del dissenso.
Lo stesso Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, ed è quanto dire, ha
evidenziato come alcune delle norme introdotte tendano a criminalizzare l’esercizio
di una serie di diritti civili come la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21
Cost.), la libertà di riunione (art. 17), il diritto di sciopero (art. 40).
La prospettiva da cui muovono queste critiche, così come gli ambienti – accademici,
forensi e istituzionali – in cui esse hanno preso forma, è molto distante da quella che
caratterizza la Rete Libere/i di lottare, ma esse aprono contraddizioni e margini di
manovra per quella difesa collettiva e organizzata degli spazi di agibilità politica,
sindacale e sociale a cui non intendiamo rinunciare.
I nuovi pacchetti sicurezza - come quelli varati dai governi di ogni colore e
provenienza - hanno assunto non a caso la forma del decreto-legge con la falsa
giustificazione di una catena ininterrotta di «emergenze» - ricordiamo i decreti
“Maroni”, d.l. 23 maggio 2008, n. 92; “Minniti”, d.l. 20 febbraio 2017, n. 14;
“Salvini”, d.l. 4 ottobre 2018, n.113, a proposito di continuità tra esecutivi di diversa
provenienza politica.
Ma con il governo Meloni è avvenuto un evidente salto di qualità perché le nuove
misure toccano un numero rilevante di settori delle attività produttive e della vita
sociale e si inseriscono nel contesto di guerra e peggioramento complessivo delle
condizioni di vita per milioni di persone. Sempre più incapaci di dare risposte
positive ai bisogni e alle rivendicazioni delle masse lavoratrici perché sempre più
sottoposte al comando totalitario del denaro e del profitto, le istituzioni democratiche
ricorrono alla repressione.
A fronte, ad esempio, di una situazione abitativa esplosiva (50mila famiglie occupanti
case popolari, 100mila sentenze di sfratto con richiesta di esecuzione e 40mila
sentenze di sfratto emesse ogni anno, secondo i dati di Federcasa) la risposta
istituzionale non è un “piano casa” per sostenere chi ne è privo bensì l’inasprimento
delle pene per chi cerca di risolvere il proprio disagio con l’occupazione di una casa o
di un alloggio - pene previste (secondo il nuovo ddl 1990) anche se è la casa occupata
è la seconda, la terza, la quarta, la millesima casa del proprietario.
Lo scatenamento della guerra di rapina all’esterno - l’Italia è già in guerra con il
popolo palestinese e con il popolo yemenita, con la Russia, con l’Iran, e si
prepara a guerre ancora più devastanti - esige la pace sociale sul fronte interno
ottenuta con ogni mezzo.
Ed è proprio questa la sfida che dobbiamo affrontare: rompere la pace sociale,
metterci di traverso ai piani di guerra del «nostro» Stato e delle «nostre» imprese e
banche, batterci contro l’instaurazione dello Stato di polizia, per affermare
contro i signori delle guerre del capitale i bisogni, le necessità vitali della grande
maggioranza della società che vive del proprio lavoro, e non vuole la guerra agli
altri popoli e alle altre nazioni.
Per questo più di due anni fa abbiamo deciso di costituire la Rete Libere/i di lottare.
Per provare ad unire su una piattaforma limitata ma solida tutte quelle forze che,
seppur disperse e spesso disabituate alla cooperazione, continuano a resistere e a far
vivere le lotte operaie, studentesche, contro la repressione, ecologiste, femministe,
per l’abitare.
Per questo oggi scriviamo quest’appello rivolgendoci a chiunque sia realmente
disposto a battersi unitariamente contro questo affondo repressivo da Stato di guerra e
polizia – con mezzi e strumenti eterogenei ma coordinati tra di loro –, praticando al
contempo una solidarietà concreta e attiva a sostegno di chi viene represso/a dagli
apparati dello Stato. Anche su questo versante sarà decisivo riuscire a tessere i fili
della solidarietà internazionalista per dare maggiore forza alla lotta di massa contro
l’escalation bellica, lo sfruttamento, la repressione in ogni sua forma.
L’assemblea telematica del 18 ottobre vuole essere un nuovo inizio per un percorso
di lotta comune: invitiamo chiunque condivida questa esigenza a fare proprio il
nostro appello, a estenderlo ad altri organismi e ad attivarsi per la riuscita di quanto,
collettivamente, si deciderà di fare. Al governo Meloni che, profittando della
complice passività della cd. opposizione di centro-sinistra, si prepara a completare il
suo disegno repressivo con il ddl 1990, rispondiamo con una campagna larga e
condivisa per l’abrogazione di tutti i decreti-sicurezza e per l’annullamento della
delibera 26/88 della Commissione di garanzia.

