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Roma: Circuito Cinema licenzia

Data di trasmissione

LAVORATORI COME RIFIUTI DA SMALTIRE

 

   Sì, è così che si potrebbe paragonare la dignità di chi vive di salario, se si legge a fondo la vicenda del licenziamento di alcuni lavoratori, quattro per la precisione, ex dipendenti della Circuito Cinema di Roma. Tutto ha inizio ad aprile 2018, quando i vertici della società che gestisce alcune tra le sale cinematografiche più conosciute della capitale decide i licenziamenti, immediatamente dopo lo sciopero dei dipendenti per il rinnovo dell’integrativo. Perché a quanto segue, tutta la vicenda ha più il carattere di un’epurazione che di una risoluzione per problemi di carattere organizzativo. 

Sul finire dell’aprile del 2018 parte la procedura classica di licenziamento collettivo, la 223/91, che segue il suo iter normale: dalla comunicazione ai sindacati, ai tentativi d’incontro per scongiurare otto esuberi; addirittura, più volte, alla Regione Lazio, lo stesso amministratore delegato della Lucky Red rifiuterà categoricamente, in prima persona, di inserire un contratto di solidarietà (o ammortizzatori sociali) per i dipendenti in questione, per cui dopo una serie di vani tentativi, il 14 giugno 2018 partono le lettere di licenziamento, sette, firmate proprio dall’amministratore di Circuito Cinema, nonché della Lucky Red.

   A onor del vero, grazie alla tenuta dei sindacati, faticosamente raggiunta, non viene firmato l’accordo che avrebbe accettato i licenziamenti. Questa pratica deve essere ben chiara a tutti coloro i quali sfortunatamente si imbatteranno nelle procedure di licenziamento, siano esse di natura collettiva o individuale. Sette esuberi, dunque: non è una cifra che fa notizia; è purtroppo la triste e sempre più accettata normalità di un sistema sociale neo-liberista dove l’Uomo (l’essere umano, il lavoratore; alcuni preferiranno chiamarla forza-lavoro) è stato sconfitto da decenni.

      Cinque lavoratori, iscritti e assistiti dalla CUB, ovviamente impugnano il licenziamento.  Consultano un avvocato, iniziano i primi incontri, si snocciolano i fatti salienti, si analizzano i motivi e i criteri per cui i cinque sono stati colpiti dal provvedimento: il legale che li segue elabora la propria difesa, finché non si arriva al 15 gennaio 2019, e a una prima breve udienza presso il Tribunale del Lavoro. Si rinvia tutto ad una seconda e più lunga udienza al 12 febbraio 2019, ed è lì che i criteri scelti per motivare il licenziamento vengono letteralmente demoliti e dimostrati palesemente errati. Tempo tre giorni lavorativi, il 18 febbraio 2019 il Giudice del Lavoro emette la sentenza, che annulla il licenziamento dei cinque lavoratori, disponendo il reintegro immediato e il pagamento degli arretrati.

   L’epilogo sembrerebbe una giusta vittoria, ma non è così: non è affatto l’epilogo. L’azienda tace, dunque il legale dei lavoratori invia un sollecito: il 25 marzo l’azienda comunica tramite raccomandata l’avvenuto reintegro e la convocazione in sede, apparentemente per sbrigare la burocrazia necessaria: ma il giorno dell’incontro, fatalisticamente un bel primo aprile, ai cinque convocati viene riservata una bella sorpresa: viene infatti comunicato il reintegro di una sola unità, e la procedura di un nuovo licenziamento per gli altri quattro. Il motivo? L'esubero numerico. Il pagamento degli arretrati che spetta? Certo, ma tramite un processo burocratico imposto giudiziariamente: il pignoramento. L’arroganza dei prepotenti non conosce limiti.

   Questo non è un licenziamento normale, questo è accanimento contro quattro lavoratori (non per ultimo tutti iscritti ad un determinato sindacato particolarmente noto per la sua combattività per i diritti del lavoro e non solo, e già oggetto – i quattro – di passate vicende giudiziarie per il ripristino dei suddetti diritti più volte violati dall’azienda). Quattro lavoratori che non sono più una risorsa, ma solo un peso. Un peso come quei rifiuti da smaltire che nessuno vuole. 

     Intanto il presidente della Lucky Red va a ritirare il David di Donatello per il film Sulla mia pelle... mentre la dignità di quattro salariati viene ancora una volta calpestata e offesa pesantemente.