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Desmonautica del 27/1/2016 "Note di politica trans"

Data di trasmissione
 
Da “I Nomi delle Cose” del 27/1/2016 “Desmonautica“ la rubrica di Denys ogni ultimo mercoledì del mese.

Ci scusiamo per il ritardo nella pubblicazione del contributo dovuto a disguidi tecnici

“Note di politica trans, ovvero l’importanza di avere delle priorità”

(…)Un famoso barbuto tedesco che non ha bisogno di essere citato disse che la storia è la storia delle lotte fra classi, e io sono abbastanza ideologicamente fuorimoda da essere d’accordo. Ma aggiungo che la storia è una conversazione dove ti interrompono spesso. I discorsi di chi pretende libertà sono quelli che appena cominciano si toglie l’audio. È quel genere di situazione dove bisogna imparare ad alzare la voce; io sono qua perché sento intimamente la responsabilità di rimanere abbastanza tignoso da continuare a tenere il volume alto. Sono piuttosto fiducioso di riuscirci, perché sono virtualmente incapace di modulare la mia voce in tonalità non moleste.

Immagine rimossa.

Ora, molti interventi come questo cominciano con lunghi antefatti sul proprio percorso. Ma siccome io ritengo d’essere un uomo relativamente banale, e non è che la cittadinanza di maschio d’adozione cambi granché le cose, vi evito questa noia. Sì, ok, sono nato femmina, la cosa mi deprimeva a morte, blablabla, testosterone, blablabla, e ora ho l’acne, i peli e la gioia di vivere. Ordinaria amministrazione, gente! Una cosa ve la dico, però: sono bisessuale. A essere pedanti, anche questa è una descrizione sommaria, ma amo semplificare il semplificabile. Forse ritenete superfluo parlarne, ma per me è politicamente importante ribadirlo: non sono un attivista trans. Sono un attivista trans e bisessuale. C’è tutta la differenza del mondo in questa sottigliezza. Poi sono anche molte altre cose, ma questa è un’altra storia che intendo raccontare altrove.

Veniamo a noi. Se ho dato un preciso titolo a questo intervento è perché penso all’importanza, per un movimento, di definire strategicamente le sue priorità. Spesso pensiamo male, malissimo del concetto di priorità, perché una coltre di gente a dir poco discutibile ne distorce il senso. L’accezione che conferisco a questo termine non è quella che loro utilizzano. Non solo credo che le priorità di un privilegiato siano differenti da quelle di chi privilegiato non è, ma credo anche che la posizione di privilegio strutturale (sociale ed economico) e sovrastrutturale (cioè culturale) plasmi il concetto stesso di priorità. Quando questi soggetti parlano di priorità, non parlano di definire le priorità atte a mandare avanti, in senso positivo, un progresso politico. Nei loro discorsi la priorità è un artifizio che usano per nascondere il fatto che per loro, priorizzare, non è organizzare coscientemente le istanze al fine di portarle avanti con dei risultati, i migliori possibili; è posizionarne alcune sopra le altre in un’ottica escludente e distruttiva, anti-propositiva, e infine del tutto reazionaria.

Voglio essere chiaro: ogni parola che dico non intende in nessun modo sminuire chi dirige i suoi sforzi in altri luoghi, ma mi pare il caso di fare presente dove invierei maggiori attenzioni. Qui ritornerei all’affermazione per cui il personale è politico. Questa frase porta con sé almeno tre livelli di significato diversi. Il primo è teso ad evidenziare quanto alcuni aspetti delle nostre vite, apparentemente innati e naturali, siano in realtà socioculturalmente determinati. Il secondo è quello che ci rende nota la parzialità del nostro percorso esistenziale individuale, che in realtà è ingranaggio di un meccanismo collettivo, condiviso e complessivo. Il terzo, forse meno autoevidente degli altri, è questo:

parlare di personale che diviene politico mette in luce anche la materialità del quotidiano. Personale infatti non è solo una forma mentis e una direzione presa, ma anche un bisogno che abbiamo mentre lo proviamo. Questo è esattamente il punto: la nostra priorità credo risieda proprio qui, nel perseguire il soddisfacimento dei nostri bisogni materiali condivisi qui ed ora, senza più aspettare. Spesso come attivista trans mi capita di sentire lamentarsi altri attivisti ed attiviste del fatto di non essere presi in considerazione dal resto della comunità. Per quale motivo credete che questo accada? Esiste una cosa che si chiama piramide dei bisogni, in fondo ci sono basilari necessità di sopravvivenza. Soddisfatte quelle, si sale di un gradino e si può pensare al livello di astrazione del piano di sopra. Sapete cosa? La maggior parte della comunità trans non riesce a soddisfare il gradino base. Perciò se vogliamo costruire un movimento abbandoniamo l’illusione che la maggior parte delle persone possa volersi occupare di qualcosa di diverso da quello: la maggior parte delle persone non sono così masochiste da volersi occupare di dibattiti che le riguardano in modalità esclusivamente tangenziali. Abbandoniamo anche la pretesa di definirci e rimanere controcultura. Farlo significa voler rimanere nell’angolino a vantarsi di essere anticonformisti a vita, è ribellismo adolescenziale fuori tempo massimo. Noi dobbiamo diventare cultura, e basta. Non esiste un cambiamento che non passi attraversi questo. Siamo egemonici, per la miseria! Perciò, con buona pace di discorsi culturali sull’immagine della transessualità che può fornire l’attrice tal dei tali, o un altro soggetto tal dei tali, discorsi disgustosamente intrisi di politiche della rispettabilità, parliamo d’altro.

Parliamo di studenti trans. Si parla spesso in modo fumoso di diritto all’istruzione, ma qui ci riferiamo a qualcosa di molto concreto. Il nostro diritto all’istruzione è leso dalla nostra posizione economica svantaggiata, dalla pressione sociale, dalla paura della violenza, dal bullismo e dalla mancanza di una normativa che renda possibile attraversare il mondo scolastico con un nome che differisca da quello anagrafico a prescindere dalla modifica o meno dei documenti. Questo talvolta accade, e io mi ritengo fortunato nel poter dire che la mia scuola me lo sta permettendo, ma accade a totale discrezione dell’atteggiamento bendisposto di chi si ha di fronte. Vi pare che si possa contare sulla buona volontà delle istituzioni di assecondare la libertà di genere, in un paese dove è ancora scandalo la pillola del giorno dopo?

Parliamo di adolescenti trans. Faccio ancora parte di una generazione dove la maggior parte delle persone hanno scoperto di sé stesse generalmente dopo i diciotto anni, o in prossimità di quelli. Fra noi non si è posta certo la questione. Con l’avvento di una maggiore informazione esistono però ragazze e ragazzi che hanno modo di scoprire la propria verità molto prima, anche a quindici, quattordici, tredici anni e intendono giustamente transizionare presto. Invece di moralistiche, paternalistiche congetture circa l’eventualità che sia troppo presto perché loro conoscano sé stessi e possano dunque decidere per sé, preoccupiamoci di fornire loro strumenti d’analisi per loro stessi, per il mondo, e ciò che serve a soddisfare le loro necessità. Possiamo evitargli un trauma. Facciamolo. (Faccio notare come nessuno dubiti del grado di autoconsapevolezza dell’eterosessualità e del cisgenderismo degli adolescenti eterosessuali e cisgender).

Parliamo di persone detenute trans. Le galere, italiane e non, sono posti terrificanti dove in barba a ogni genere di mistificazione democratica non si fa nulla di umano o educativo: si tortura, e spesso, si uccide. Aggiungete a questo orribile retroscena le vessazioni che provengono dal violare le convenzioni in un luogo dove non ci si può proteggere. Vi pare che si possa aprire bocca con le manette ai polsi e la mano sul collo?

Parliamo di lavoratrici e dei lavoratori trans, che si vivono a metà o non si vivono affatto per non perdere l’unica fonte di reddito che hanno nel contesto più generale di un’incertezza economica sconcertante, o lo fanno ma sotto mobbing. Mi preoccupo in modo particolare delle lavoratrici del sesso, capro espiatorio di una comunità che ambisce a una normalità che non potrà mai ottenere, e la colpa è soltanto del nostro attivismo normale, accettabile, presentabile, carino, infiocchettato… e paralizzato, perché non ci porta da nessuna parte. Ci si fa un mazzo tanto ad appiattirsi su criteri di normalità, ma i criteri li fanno sempre gli altri, e ce ne terranno sempre fuori, quindi siamo fregati. E i disoccupati? E le disoccupate? Qualcuno ha idea di cosa significhi la compromissione non solo della capacità di mantenersi vivi, ma di mantenersi vivi e felici nel percorso che porta una persona alla realizzazione della persona che essa è?

Parliamo delle persone trans nel loro accesso alla sanità. Nel contesto più generale di una sanità sempre più depauperata di risorse, e le cui prestazioni sono di fatto negate a una serie di soggettività che qualcuno chiamerebbe di marginalità sociale, le persone trans ricevono un danno doppio. Non so se sapete che per esempio, a Roma, è ora praticamente impossibile trovare una struttura del tutto pubblica dove effettuare, in particolar modo, la fase psicologica del percorso di transizione, considerata, ve lo ricordo – a fronte dell’attuale stato dell’arte clinico e burocratico – obbligatoria. La struttura che in teoria sarebbe di riferimento è in sostanza privata, e richiede un gran spesa. Domanda retorica: una persona trans ha questi soldi? Un problema della sanità è quindi ovviamente quello che riguarda l’accesso a prestazioni mediche e psicologiche specificatamente legate al percorso di transizione. Queste non sono affatto garantite, e questo è un problema grosso, grossissimo, per non dire fondamentale. Il problema, peraltro, non è solo quello, in quanto come persone trans, in modo più indiretto, non ci viene garantito neanche l’accesso alla sanità generale. Infatti anche un qualsiasi altro problema di salute diventa per una persona trans un problema di sanità trans, per il truismo lapalissiano che quando si è malati non si smette di essere transessuali. Il personale sanitario tutto è quasi interamente privo di ogni cognizione su cosa sia la transessualità e su come rispettare le persone trans, in particolar modo quelle nella fase delicata e imbarazzante che genera la difformità tra presenza fisica e documenti non aggiornati. (Mi riaggancio un istante al discorso di prima: questo vale per ogni istituzione pubblica che si interfacci con le persone trans, quindi per esempio anche insegnanti, educatori). Inoltre, mi domando quanto le scienze mediche si siano attualmente poste la necessità di pensare una medicina trans, incentrata sulle specifiche esigenze e particolarità di un corpo transessuale. Vorrei fare un breve inciso anche sulla malasanità, ma non ho gli strumenti e le conoscenze necessarie, perciò a questo riguardo vi invito soltanto ad approfondire se non l’avete già fatto le brutte vicende che hanno coinvolto Elena Sofia Trimarchi. Queste che vi ho elencato finora sono solo alcuni esempi di questioni che io, personalmente, mi pongo.

Però capiamoci. La lotta degli studenti trans dev’essere la lotta degli studenti tutti. La lotta per la sanità trans non può esimersi dall’essere parte di una lotta per i diritti dei pazienti in generale. La lotta delle e dei detenuti trans dev’essere parte di un discorso d’insieme sulla realtà delle carceri. Nessuna, nessuna delle nostre lotte si può permettere più di esistere se non così. Non è un suggerimento, è una scelta che dobbiamo fare: solidarizzare o soccombere. E quando parliamo di solidarietà, parliamo di una solidarietà pratica, viva, forte, relazionale: altrimenti non parliamo di solidarietà, parliamo del fantasma delle pubbliche relazioni, un inutile golem da comunicato. Come individui, carissimi miei, carissime mie, non contiamo niente. Perciò facciamo reti, rizomi, prolungamenti, tutto quello che ci pare, ma connettiamoci. Una lotta senza ponti muore settoriale. Questo è, per me, il significato politico più bello e prezioso dell’intersezionalità: non la necessità di fare tuttologia militante ogni volta che si parla di un singolo argomento per sentire l’ebbrezza del politicamente corretto, ma le opportunità sostanziali che essa offre nel creare legami.

Ho parlato per me e per nessun altro, le mie vogliono essere più indicazioni provenienti dalla mia visione del mondo, che non un flusso di logorrea didascalica e onnicomprensiva. Mi auguro di aver ricoperto una qualche utilità e vi ringrazio ancora. Vi lascio un’ultima cosa, una domanda. Oggi discutiamo, domani pure, dopodomani cosa volete fare? Questo è tutto. Ho finito.