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La Parentesi del 24/2/2016 "Barzelletta macabra"

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Immagine rimossa.“Barzelletta macabra”

Gira in rete una barzelletta macabra che dice che Equitalia prende ai ricchi per dare ai poveri e che pagando le tasse si incrementerebbe lo Stato sociale.

Peccato che questi bontemponi che la raccontano, non sappiamo quanto in buona fede, dimentichino i toni trionfalistici con cui i dirigenti di Equitalia sciorinano i sempre nuovi traguardi raggiunti nell’esazione delle tasse. Ed altresì omettano di ricordare che quando non c’era Equitalia e non c’era una pressione fiscale così rapace, lo Stato sociale, invece, c’era e, per certi versi, funzionava.

Dai dati ufficiali al febbraio 2016, risulta che negli ultimi venti anni i tributi sono quasi raddoppiati, crescendo del 92,4%. Le tasse locali, tra il 1995 e il 2015 sono passate da 30 miliardi a 103 miliardi di euro con una crescita pari quasi al 250%. Nello stesso periodo le tasse centrali sono passate da 228 miliardi di euro a 393 miliardi, con un aumento del 72%. Solo dal 2011 al 2015 le imposte sugli immobili sono cresciute del 143%.

Lo Stato sociale, però, è stato smantellato pur in presenza di un rastrellamento fiscale ben più cospicuo per cui, evidentemente non è il risultato del prelievo fiscale, bensì è il frutto di una combinazione fra scelte politiche e lotte. E siccome, sempre i buontemponi della barzelletta di cui dicevamo, sembrano essere preda di amnesia totale, fanno finta di non sapere che le maggiori entrate fiscali andranno ai militari, alle missioni all’estero, alla Nato e agli apparati repressivi e di controllo che, bontà loro, si chiamano magistratura e forze dell’ordine. Naturalmente con il corollario dei finanziamenti pubblici ai partiti e alla stampa di regime.

Sono gli stessi che raccontano che c’è la crisi e che, per questo, dobbiamo stringere la cinghia, dimenticando che i miglioramenti in ogni campo in questo paese sono stati ottenuti in concomitanza con le lotte degli anni ’70 dove pure c’era l’ennesima crisi del petrolio per cui gli italiani andavano a piedi, il ministro di turno si faceva fotografare in bicicletta, salvo salire subito, a telecamere spente, sulla macchina di servizio, e la televisione ci raccontava quanto era bello riscoprire i cavalli e le passeggiate salutari.

Ma, ora, non c’è nessuna crisi, o meglio c’è un forte impoverimento di tutti sociali colpiti dal neoliberismo, impoverimento che è una vera e propria scelta ideologica del capitale in questa fase che mira a ridefinire i rapporti di forza sia all’interno della classe sia con le classi subalterne.

Il numero di poveri/e si allarga sempre più e sono sempre più poveri, gli occupati diminuiscono, i contratti a tempo indeterminato sono un privilegio, i liberi professionisti devono indossare l’abito divisa e lavorare come impiegati nei grandi studi, i quali a loro volta si concentrano e diventano succursali di multinazionali che si occupano di tutto, dalla pornografia  all’ecologia, dall’architettura  alle questioni legali. I dettaglianti sono destinati a scomparire, la grande distribuzione li farà fuori tutti. I lavoratori e le lavoratrici se ne facciano una ragione, sono stati turlupinati dai sindacati e dai partiti socialdemocratici, non avranno più l’orgoglio di essere operai/e.

Hanno venduto la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie.

Le proletarie torneranno a fare le collaboratrici domestiche contendendo il poste alle migranti. Vi ricordate quando si diceva che le migranti e i migranti facevano i lavori che le italiane e gli italiani non volevano fare più?. Tantissime donne sceglieranno la prostituzione, con buona pace dei moralisti e delle moraliste d’accatto che le giudicano o le vogliono salvare, mentre dimenticano che è un lavoro come un altro solo che non ha bisogno di laurea, curriculum e investimenti.  La piccola e media borghesia scompariranno, saranno drenati i loro risparmi e dovranno vendere la seconda casa e poi anche la prima. Ai pensionati/e  spetterà la dignitosa povertà, un vestito d’inverno e uno d’estate. Rivedremo tante persone senza denti, si allargherà la platea di quelli che chiederanno l’elemosina, di quelli che andranno ad abitare nei campi nomadi che tanto nomadi non sono perché la presenza degli italiani è numerosa e i bambini i cui genitori non pagheranno la mensa scolastica guarderanno i più fortunati mangiare, ritorneremo alla coabitazione.

In definitiva la popolazione  sarà gettata nella disperazione, e i media e la televisione, gli sceneggiati e i film commissionati ad hoc ci racconteranno un’Italia che non esiste. Realizzeremo così il modello americano: il paese più criminale di questo mondo e il popolo più disperato senza stato sociale, senza copertura sanitaria, dove la casa di proprietà o vivere una serena vecchiaia è un sogno irrealizzabile, dove non esiste contratto lavorativo nazionale e sistema pensionistico.

Il neoliberismo è la realizzazione della società americana. Conosciamo quello che ci aspetta, non dobbiamo fare dotte analisi, ce l’abbiamo sotto gli occhi. Saremo tutte/i  controllate/i come quegli animali che si credono liberi e hanno invece il cip sulle orecchie e  sono ripresi e ascoltati in ogni momento della loro vita.

Una situazione insostenibile  dove l’unica possibilità di sfogo è la guerra al vicino di casa, la rabbia verso il migrante, la guerra ad altri disperati/e che culmina poi nello sparare al dirimpettaio o ai colleghi sul luogo di lavoro oppure ai primi che incontri per strada.

Questo per la popolazione tutta, mentre quelli che lavoreranno direttamente per il sistema avranno il rango  di animali da cortile.

E’ un ritorno a tutto campo alla società ottocentesca dove la povertà è un crimine e il povero  un delinquente.

Dobbiamo domandarci perché tutto questo è successo negli Stati Uniti e sta succedendo anche da noi, altrimenti ci ritroveremo senza possibilità di lottare.

E’ necessario scardinare i concetti di legalità, di gerarchia, di meritocrazia, rifiutare la militarizzazione del proprio territorio e l’aggressione ai popoli del terzo mondo. Guardare con disprezzo quei disonesti intellettualmente che ci raccontano che la legge è al di sopra di tutto, che le istituzioni difendono tutti mentre, di volta in volta, scoprono una categoria sociale da demonizzare e contro cui scatenare la canea sociale, che ci raccontano che con il merito si va avanti, che i più capaci e meritevoli saranno premiati. La variante italiana che il venditore di noccioline può diventare presidente degli Stati Uniti

Renderci conto che il patto sociale è stato rotto in maniera unilaterale da chi detiene il potere e che quindi noi non dobbiamo più nulla a questo Stato, men che meno le tasse di qualsiasi tipo siano e qualsiasi tipo di balzello, dobbiamo rifiutare qualsiasi tipo di controllo, almeno assumerci il coraggio di dirlo, diffondere  alterità e difendere sempre chi si ribella a questo sistema.

Detta così potrebbe sembrare una bella petizione di principio, uno sciorinare idee difficilmente realizzabili.

Invece è più semplice di quanto si possa pensare perché tutte e tutti noi abbiamo cervello per pensare, occhi per vedere e possibilità di prendere posizione.

Tutte e tutti noi, tutti i giorni, ci troviamo di fronte a situazioni in cui possiamo intervenire.

Togliere ogni valenza politica alle lotte e ridurle a situazioni delinquenziali è lo strumento messo in atto dal potere.

E’ da lì che dobbiamo ricominciare, dagli appuntamenti politici: chiudere Equitalia, chiudere i covi del PD, uscire dalla Nato.

 

La Parentesi del 3/2/2016 "Stato sociale"

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“Stato sociale”

 

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Lo stato sociale si è presentato, a partire dagli anni ’30 e, poi, soprattutto dalla seconda metà del XX secolo, come tentativo da parte del capitale di contenere la lotta di classe e magari di regolamentarla dentro le sue esigenze di sviluppo  cioè della valorizzazione capitalistica della forza lavoro. Le politiche dello stato sociale hanno rappresentato la risposta alla paura determinata dalla rottura dell’ordine capitalistico provocata dalla rivoluzione d’ottobre. L’affermazione, l’espansione dello stato sociale è stata, da subito e da sempre, condizionata dallo spessore e dalla qualità della lotta di classe dell’offensiva operaia durante i vari cicli che hanno percorso il XX secolo.

Ha contato anche la necessità da parte del capitale di creare una recettività all’altissima offerta di prodotti industriali, ma lo stato sociale ha rappresentato soprattutto il tentativo di devitalizzare le ondate di lotta della classe operaia.

La formula capitalista della stagione d’oro dello stato sociale, cioè dopo la fine della seconda guerra mondiale, è la dimostrazione dello spessore a cui erano arrivate le lotte operaie. In quella stagione il capitale ha stretto alleanze con i sindacati e con la socialdemocrazia al fine di legittimare “democraticamente” il proprio potere coniugando questa legittimazione con gli interessi volti a sollecitare una domanda interna per garantire i processi di valorizzazione del plusvalore.

Questa impostazione, continuamente investita da successive ondate di lotte operaie, è stata interrotta, in maniera drastica e per scelta di parte, dal grande capitale a guida statunitense quando ha optato per il neoliberismo. E’ stato un passaggio nodale. La rottura, la scelta neoliberista ha comportato una trasformazione dei soggetti in campo. Il neoliberismo mette tutta la società al lavoro e mette tutto il mondo sociale sotto il proprio comando.

Questa risposta del capitale di superare l’azione di classe smantellando lo stato sociale è quindi una scelta ed è avvenuta attraverso una serie di processi di privatizzazione, presentati come necessari e utili per la collettività e avallati come tali da sindacati e socialdemocrazia. Tutto ciò all’interno dei paesi dell’area capitalistica accompagnato da una spinta e da una accelerazione dei processi di globalizzazione economica che trovavano campo libero in seguito al crollo dell’Unione Sovietica che, a torto o a ragione, veniva identificata con il comunismo.

Margaret Thatcher e Ronald Reagan hanno aperto la breccia nello stato sociale, ma chi si è prestato ad ucciderlo è stato Tony Blair e i suoi epigoni socialdemocratici.

Se consideriamo lo stato sociale per quello che è sempre stato, cioè non come concezione statale, ma come prodotto delle lotte operaie, cioè manifestazione tangibile della lotta di classe, allora comprendiamo che la battaglia per lo stato sociale è ancora viva perché è la manifestazione della capacità del movimento di classe di incidere su tutti i nodi del processo sociale.

Ma questo non può essere attuato cercando mediazione e contrattazione, che sono state chiuse in maniera unilaterale e a tutto campo, dal capitale, bensì soltanto recuperando l’offensiva di classe degli strati sociali attaccati dal neoliberismo, platea sociale che proprio il neoliberismo ha reso più vasta e variegata. Solo così sarà possibile, a ricaduta, riottenere quello che è stato tolto e rispondere alle nuove esigenze dettate dalla sensibilità della nostra stagione. La centralità è la lotta politica ed è inutile inseguire i discorsi fuorvianti e parziali sulla crisi o sulla sostenibilità. Lo stato sociale è il sottoprodotto di una lotta politica che ha mire ideali molto più alte e che si pone il problema dell’uscita dalla società del capitale.  Una nuova stagione di lotte non deve lasciare al capitale né alla sua manifestazione organizzata, lo Stato, né ai suoi surrogati, il comando e il monopolio di gestire quello che è nostro.

Gli aspetti dello sfruttamento sono molteplici, pertanto, molte modalità possono e devono prodursi per costruire un nuovo programma politico incentrato su desideri e spinte rivoluzionarie perché solo così nel presente, a ricaduta, lo stato sociale verrà proposto dalla controparte come possibile mediazione.

Lo stato sociale non ha soltanto rappresentato un’esperienza storica, ma è stato anche un’esigenza, un’aspettativa che, per molti versi, si è realizzata.

Bisogna ricostruire le modalità, le occasioni, la scansione per cui si è affermato, tenendo conto dei nuovi soggetti che sono presenti oggi nella stagione neoliberista.