Messico: assaltare la fortezza mundialista
Dal blog https://nodosolidale.noblogs.org/2026/06/16/assaltare-la-fortezza-mundi…
10 e 11 Giugno 2026, una cronaca in soggettiva delle proteste contro “el Mundial del Despojo”
Il 10 e 11 Giugno sono state le giornate di vigilia e inaugurazione, rispettivamente, del Mondiale 2026, ospitato in Messico, Stati Uniti e Canada. La partita inauguarale, Messico – Sud Africa, è toccata alla capitale messicana, magra consolazione di un evento sportivo che in realtà è svolto nella sua maggiorparte negli USA.
Sull’ingiustizia, le conseguenze, le contraddizioni profonde, i meccanismi di sfruttamento, impoverimento e gentrificazione ai danni delle classi popolari di Città del Messico (e non solo) di questo mega evento capitalista-estrattivista dai contorni sportivi, ne abbiamo già parlato qui. Altri contributi in italiano su questo tema si possono trovare qui, e in diverse dirette radiofoniche con radio indipendenti italiane.
In questo spazio vorremmo invece offrire, niente più che meno, un racconto totalmente soggettivo, parziale e militante del contenuto, conflitto e immaginario di lotta che è culminato, in alcune delle mobilitazioni avvenute a cavallo del 10 e 11 Giugno. Il perché? Perché sono state mobilitazioni relativamente partecipate, capillari ed eterogenee, ma soprattutto importanti perché hanno manifestato un conflitto esplicito, di diversa natura, non scontato né banale, data la potente la macchina propagandistica e la retorica portata avanti dal governo messicano e dal suo principale partito Morena, dai giornali mainstream e dal gigantesco apparato simbolico ed economico che probabilmente solo una organizzazione come la FIFA è capace di produrre.
Partiamo dalle giornate alla vigilia dell’inizio ufficiale del Mondiale. In generale, le mobilitazioni di questi giorni forse non avrebbero potuto avere la stessa potenza e copertura mediatica se non ci fosse stato, nelle settimane precedenti, la protesta della CNTE, la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación, corrente conflittuale e indipendente del Sindacato dei Lavoratori dell’Educazione, a fare da apripista. Ormai da quasi due settimane, la CNTE è in lotta per l’abrogazione della riforma pensionistica dell’ISSSTE del 2007 e della sua gestione attraverso enti finanziari privati, per il raddoppio dei salari di base, e più in generale contro la continuità delle politiche di welfare interno tra il governo Morena, che aveva promesso di abrogare la legge, e i suoi predecessori. In questo momento storico, e dentro il grande consenso verso il governo Morena, la CNTE rappresenta di fatto l’unica grande organizzazione di massa riconosciuta come tale che porta una critica da sinistra al governo morenista.
La CNTE ha occupato una parte del centro storico in presidio permanente, con decine di migliaia di militant*, e la scorsa settimana ci sono state manifestazioni duramente represse, quando docenti e maestre hanno provato a sfondare le barriere metalliche che da settimane ormai delimitano l’area attorno allo Zocalo, a difesa del FIFA Fan Fest (un’area adibita per gioire delle gesta calcistiche dove si accede solo con identificazione, tutta in mano alla FIFA e consumando rigorosamente prodotti ufficiali, escludendo le migliaia di venditrici informali che ogni giorno animano il centro storico di Città del Messico). Teste spaccate, persone svenute per terra in chiazze di sangue e un maestro che ha perso la vista a causa di un proiettile di gomma, questo il bilancio parziale di quelle giornate.
Senza trovare un accordo col governo, attraverso i tavoli di negoziazione che avvenivano praticamente ogni giorno, la CNTE ha portato avanti quotidianamente varie mobilitazioni, annunciando di bloccare l’aeroporto e la partita inaugurale del Mondiale. “Senza soluzione, il pallone non si muove”, questo lo slogan. In realtà poi, la grande marcia della CNTE nel giorno dell’inaugurazione che avrebbe dovuto bloccare tutto e gettare nel caos la città, che era un po’ il grande timore raccontato dai giornali, non c’è stata. Anzi, molte iniziative e racconti terroristici di proteste che avrebbero mandato in tilt la città e avrebbero distrutto la festa di milioni di messicani, sono stati creati ad hoc, anche con l’uso dell’AI per la creazione di locandine false, con lo zampino probabilmente di alcune organizzazioni e partiti di istanze destroidi.
Sempre nei giorni precedenti, 17 pullman che accompagnavano familiari dei 43 normalisti di Ayotzinapa scomparsi nel 2014 assieme ad altr* student*, sono stati detenut* all’ingresso di Città del Messico per ore con l’accusa di trasportare esplosivi artigianali, bloccando il loro tentativo di unirsi e appoggiare la lotta della CNTE e ad altri collettivi in protesta.
Da mesi, inoltre, collettivi, famiglie e madres buscadoras, in lotta per la ricerca delle loro persone care scomparse, in un dramma collettivo e politico che indica più di 134.000 persone scomparse in Messico, avevano annunciato grandi mobilitazioni nelle giornate a ridosso dell’inizio del mondiale. Come poter accettare passivamente che sotto gli stessi stadi dove si generano milioni di profitti e dove si festeggia il calcio, giacciono pezzi di corpi scomparsi nella complicità dello Stato e del crimine organizzato? “Mexico campeón de desaparición” è lo slogan portato avanti, con le magliette verdi di calcio con dietro stampato il numero +134mila. Questo è a grandi linee, il contesto con cui si arriva alla settimana del mondiale. A questi compagn* in lotta si aggiungono una marea di altri collettivi, gruppi e sigle. Student*, lavoratori e lavoratrici informali e commercianti, movimenti sociali dal basso e antigentrificazione, assemble anti-mundialiste e antiFIFA, collettivi di lavoratrici sessuali e dissidenze di genere, comitato degli abitanti di Santa Ursula Coapa dove sorge lo stadio Azteca, comunità indigene cittadine e rurali in lotta, collettivi pro-Palestina, organizzazioni contadine, sindacati dei trasporti, lavoratr* della salute. Oltre a molti altri gruppi spontanei e autonomi, senza una sigla o un gruppo definito di appartenenza. Una valanga abbastanza disordinata e caotica, di cui era impossibile avere una panoramica chiara e globale, di chiamate all’azione e punti di incontro, ma tutte unite da un unico slogan: l’11 Giugno, tutti allo Stadio Azteca. Questo mondiale, targato Infantino e Trump, con i biglietti più cari della sua storia, profitti potenziali per la FIFA da record, in un presente storico marcato da guerre, genocidi e distruzione, è inaccettabile. E lo è a maggior ragione per il Messico, paese che soffre una spirale di violenza infinita ai danni dei ceti più poveri ed emarginati, con il saldo medio giornaliero di con circa 50 morti violenti, 12 donne uccise e 40 persone scomparse. Una vera e propria guerra, silenziata e nascosta, contro la popolazione, che non è casuale ma ha delle ragioni ben precise di cui abbiamo raccontato molte volte (leggi qui).
Attorno allo stadio azteca quindi, è stata stabilita una sorte di enorme zona rossa, l’operativo ultima milla, ultimo miglio. Una zona di accesso limitato e trasporto speciale con identificazione e biglietto di accesso allo stadio, dove non posso accedere né auto né taxi normali, ma solamente trasporti privati per chi assisterà al mega spettacolo di inaugurazione, con biglietti che costano in media migliaia di dollari.
Le manifestazioni iniziano i giorni precedenti all’11 Giugno, con diversi blocchi, azioni simboliche, sabotaggi e azioni in giro per la città, ognuno a tema differente. I collettivi e movimenti sociali organizzano diverse partite di calcio popolare bloccando alcune arterie e strade. Le madres buscadoras assieme alla CNTE sono tra i più attivi, le prime affiggendo striscioni e grafiche in alcuni dei monumenti principali, i secondi proclamando un corteo per la mattina del 10 Giugno.
La prima grande mobilitazione è pero il la sera del 10 Giugno. Alle 19, è stata proclamata, tra le tante, una manifestazione e una “velada” (una veglia) da molti collettivi di madres buscadoras da tutto il Messico, lungo calzada de Tlalpan, un grande viale che dal centro arriva quasi direttamente allo Stadio Azteca. Dati gli scontri dei giorni precedenti e la militarizzazione soprattutto nella parte sud della città c’è un po’ di preoccupazione, e forse per questo all’inizio si è in poche persone. La partenza della marcia tarda, nell’attesa di gruppi di famiglie e collettivi di busqueda, anche perché i trasporti soffrono ritardi enormi e molte stazioni della metro e del tram sono chiuse. Poi piano piano, il corteo si raggruma e inizia a partire lungo la Calzada de Tlalpan. Come ogni volta che si marcia con i collettivi dei familiari di desaparecidos, le sensazioni sono forti. Il corteo alterna momenti di silenzio profondo ad altri di slogan e urla, contro il governo, contro il potere, contro il sistema responsabile di queste sparizioni, contro Morena e la presidenta Clauda Sheinbaum, traditrice rispetto ad un cambio di rotta promesso e mai atteso. Si urlano i numeri dei compagn* di Ayotzinapa scomparsi, i 43 student*. Si urla contro la polizia, braccio operante e responsabile, o quantomeno connivente, delle sparizioni. I numeri si ingrossano e il corteo procede tra lunghe fasi di stallo e momenti di camminata. Lo stomaco si contorce a vedere enormi striscioni con le facce dei figli e figlie sparite.
Si imbrattano muri, si affiggono centinaia e centinaia di fichas de busqueda, cioè di annunci di sparizioni, con le foto delle persone scomparse, spesso vestite e modificate da apparire con la “camiceta” verde della squadra messicana. Le facce sono piene di odio, rabbia, tristezza, lacrime, alcune silenti e altre urlanti, alcune sorridenti e molte altre tristi. Avere una persona cara sparita ti spacca la vita e l’unica consolazione è la possibilità di trasformare il dolore in lotta, di trovare altri e altre compagn* che in questa sofferenza, ma anche in questa comunità, ti accompagnano e ti supportano. Ci sono gruppi e collettivi di ricerca da molti stati, Jalisco, Guanajuato, Estado de Mexico, Chiapas, Oaxaca, Guerrero. E’ strano definire l’aria che si respira, un misto di tristezza mista ad un orgoglio e dignità profonda. Gli slogan non sono i classici di una lotta di classe contro il capitale e il potere, sono più personali e umani ma altrettanto densi di significati politici. Il traffico dall’altro lato della strada è paralizzato, e alcune persone salutano e supportano dalle finestre e dai palazzi.
Ad un certo punto si iniziano a vedere le luci blu e rosse della polizia e uno scintillio che sembra quasi un effetto ottico: sono le centinaia di caschi neri dei granaderos, le truppe antisommossa, che scintillano nella notte e bloccano la continuazione del grande corso verso lo stadio. Alcuni camion e macchine della polizia, oltre che un container, sono messi di traverso a chiudere ogni accesso possibile. Il corteo si avvicina e le persone, ma soprattutto le madres buscadoras, iniziano ad arrampicarsi sui camion e sulle macchine della polizia, a urlare e a esporre i loro striscioni con i volti dei lori cari, scomparsi da pochi mesi o da decine di anni. La polizia è in assetto antisommossa ma non c’è un atteggiamento direttamente violento o un attacco, sanno che non possono permettersi di reprimere in maniera così evidente questa manifestazione. Lo scontro simbolico è fortissimo: da un lato i corpi neri e rigidi delle forze del potere, e dall’altro i corpi contorti dalle lacrime, dalla rabbia e dal dolore. Alcune madri iniziano a saltare sulle macchine della polizia, a fottersene altamente dei richiami alla calma degli osservatori dei derechos umanos, forze di interposizione con le magliette bianche al soldo del governo convocate per vigilare apparentemente su eventuali maltrattamenti. La situazione permane così per diverso tempo, con alcuni gruppi di madres che si riuniscono per cantare, altre per leggere dei comunicati, altre occupano la strada organizzando una partitella di calcio, altre cercano di passare dall’altra parte della strada per bloccare un ponte pedonale ma vengono bloccate dalla polizia. La manifestazione inizia a diluire e scemare, rimangono diversi gruppi in presidio e quello che domani sarà l’accesso principale allo stadio per turisti, giornalisti e persone che si possono permettere il prezzo folle di accesso alla partita inaugurale per vedere Shakira e i potenti del mondo, nonché tutta la pletora politica di miliardari e politici messicani, è tappezzato di scritte contro uno stato genocida e corrotto, contro il mondiale dello sfruttamento e della violenza, di locandine con i volti di chi da troppo tempo continua ad essere scomparso senza risposte. Il simbolo di questa notte, ridisegnato, non è più quello dell’aquila verde col pallone presente sulla maglia del’11 calciatori messicani, ma quello invece di una pala che si interra: è il tratto distintivo delle madres buscadoras, che si organizzano per cercare, letteralmente, a mani nude e con le pale i possibili resti dei corpi delle persone loro care. Si torna a casa così, con la sensazione di una ingiustizia profonda e di una lotta necessaria e fondamentale, in cui mettere le mani vuol dire mostrare il marcio dello stato repressivo, criminale e capitalista quale è il Messico.
Il giorno dopo, ci si alza presto. Il giorno dell’inizio del Mondiale, la città sembra sospesa e rarefatta, in un ambiente assolutamente anomalo considerando che la capitale messicana è normalmente un groviglio pressochè costante e magico di umanità disperata, traffico, rumore e caos in equilibrio precario di una bellezza struggente. È come se le strade emanassero a aria di festa, con moltissime persone con la camiceta verde messicana, ma allo stesso tempo quasi surreale, da non potersi vivere davvero, carica di tensione. Le università e le scuole sono state chiuse, le attività sospese, i lavori pubblici e istituzionali si svolgono da remoto, e ci sono inviti pubblici a non muoversi troppo. La metro è semideserta e diverse stazioni sono state chiuse dove avvengono già i primi presidi e azioni di protesta. In alcune fermate, collettivi in protesta bloccano i tornelli di accesso rendendo gratuito il trasporto metropolitano. Tra i vari concentramenti, c’è quello del contigente studentesco che parte dall’UNAM, l’università pubblica più grande del latinoamerica, a sud della città. La città universitaria è serrata, quasi tutti gli accessi chiusi, le uniche persone sono le compagn* che vanno al corteo e qualche corridore mattiniero davvero volenteroso. Molti altri punti e concentramenti sono già attivi: la CNTE alla fine sta marciando per la Calzada di Tlalpan con gli studenti di Ayotzinapa, a cui si aggiungeranno il Congreso Nacional Indigena (CNI) e la comunità del popolo indigeno Otomì. Collettivi di madres buscadoras sono presenti in diversi punti. Arriva notizia di due compagn* dei medios libres (gruppi di controinformazione dal basso) già fermat*, ma presto liberat* per fortuna. Giungono le prime notizie di alcuni scontri lungo la Calzada di Tlalpan, dove si donne indigene Otomì ballano attorno a una enorme coppa del mondo data alle fiamme. Alcune madri buscadoras esibiscono i loro grandi striscioni con i volti dei loro cari spariti proprio all’ingresso dello stadio dove entra il pubblico pagante, e ovviamente vengono represse, nascoste, silenziate.
Il corteo studentesco parte dal cuore dell’università e si incammina per bloccare Avenida Insurgentes, grande arteria che taglia da Nord a Sud la città. Sono in centinaia e il corteo si ingrossa strada facendo. Vengono sanzionati tutti i simboli del potere universitario, le casette della sicurezza interna universitaria, le stazioni del Metrobus. Il corteo a un certo punto devia, rientrando dentro la UNAM, perché Avenida Insurgentes è bloccata da un plotone di granaderos, la polizia antisommossa della Città del Messico, in passato allenata e formata militarmente da forze militari israeliane. Il corteo continua, uscendo dalla zona universitaria e muovendosi verso un presidio dell’assemblea antimundialista e antiFIFA, assieme a madres buscadoras e collettivi pro-palestina. Prima di riunirsi al presidio, viene bersagliata con pietre, petardi e oggetti di vario tipo, una sede della Guardia Nacional, una polizia militarizzata utilizzata anche nei contesti di grandi operativi militari.
Prima di ricongiungersi al resto dei compagni, il contingente si prende un momento di pausa. Nel presidio, si organizzano partite di calcio, si occupa l’incrocio con striscioni giganti e la statua di Frida Khalo nel mezzo è bardata da teli e lenzuola con slogan contro la FIFA e il mondiale dello sfruttamento e dei desaparecidos. La partecipazione è diversa ed eterogena, c’è un po’ di tutto: gente del quartiere, madres e famiglia buscadoras, persone solidali e curiose, student*, molt* attivist* appartenenti a progetti di medios libres e controinformazione.
Avenida Iman, la strada che porta direttamente al lato sud-ovest dello Stadio Azteca, è apparentemente libera, dunque dopo qualche tempo un grande corpo principalmente studentesco, ma non solo, si mette in marcia con un obiettivo che sembra piuttosto ambizioso se non impossibile, quello di arrivare alle porte dello stadio. Si entra quindi nella ultima milla, la zona rossa. Il corteo acquista energia e carica: le persone e le compas cantano, si animano, si scrive sui muri, si danno volantini alla gente del quartiere, vengono divelte diverse telecamere, c’è una certa euforia rabbiosa che si autoalimenta e che cresce passo dopo passo. I corpi bianchi di interposizione, delle persone civili che lavorano nelle istituzioni della città e che sono obbligate dal governo cittadino a stare per strada per controllare e limitare i danni delle eventuali proteste, si fanno da parte, insultati e derisi da tutto il corteo, come traditori del popolo. La realtà è più complessa di questa: le facce esprimono vergogna e disagio, molte di queste persone hanno denunciato anonimamente che sono obbligate e minacciate a rendersi disponibili per questo tipo di “presenza civile”, altrimenti rischiano di perdere il lavoro, senza sapere realmente cosa devono fare e quali devono essere i loro compiti. Un modo, da parte del governo della città, in apparenza per mostrare meno i muscoli e di non utilizzare le forze di polizia antisommosa. Una strategia, per dividere e alimentare la guerra tra le classi più popolari. Sono le 12.45 circa e manca un quarto d’ora all’inizio ufficiale della Coppa del Mondo 2026. Avenida Iman fa una leggera curva verso sinistra e di fronte a noi si erge il monumentale Stadio Azteca, oggi rinominato “Estadio Banorte – Ciudad de Mexico”. Si divelgono le centinaia di fiori chempasuchil, piantati per abbellire il passaggio dei turisti e renderlo ricco di colori messicano-folcloristici, e si abbattono le transenne che ostacolano il percorso. Lo stadio è a meno di qualche centinaio di metri, e il corteo accelera compatto ed energico. Manca qualche minuto, Shakira termina di cantare “Dai dai”, la sua nuova hit mondiale come da tradizione, si alzano i fuochi d’artificio dallo stadio e il corteo composto da migliaia di persone arriva urlando ed euforico all’entrata numero 8 della mega struttura. Sembra incredibile, ma esattamente nel momento in cui inizia il mondiale più grande della storia della FIFA e forse il più discusso finora, si riesce ad assaltare lo stadio e tutto ciò che rappresenta. Ciò che era stato dichiarato impossibile e inavvicinabile, è ora tangibile e reale.
Le forze di polizia tardano ad arrivare, all’inizio con un piccolo, goffo, stanco, e davvero sfortunato plotone: la discrepanza numerica è abnorme e l’entusiasmo rabbioso di essere arrivati fino a lì è incontrollabile. Iniziano i caroselli e gli scontri, la rabbia contro una città espropriata e militarizzata, venduta alla FIFA e al profitto calcistico, esplode. Le compas si dimostrano estremamente organizzate e preparate. C’è chi si occupa di tenere a bada la polizia, chi di proteggere la retroguardia, chi di soccorrere i primi feriti, chi di documentare gli abusi delle forze di polizia. Successivamente arrivano le forze antisommossa e poco dopo, dal lato sinistro, una dozzina di cavalli che iniziano a caricare. Spuntano le prime teste spaccate, feriti al corpo, alla testa, agli occhi. Lo spettacolo è allo stesso tempo distopico, mitico e doloroso, il sipario costituito dalle transenne e dai corpi della polizia: nel giro di qualche minuto passano prima tre jet ultrasonici, poi le frecce tricolori messicane e infine due elicotteri che trasportano una bandiera sventolante enorme del Messico. La distanza fisica tra questi mondi è minima, anzi entrano in contatto violento. Ma c’è un abisso di significato, di composizione di classe, di visione del mondo e della vita. La violenza della polizia e di tutto l’apparato di sicurezza è ancora più odioso e inaccettabile. Dentro lo stadio lo spettacolo del capitalismo sportivo nella sua essenza, il profitto nella sua forma estetica più patinata e odiosa, obnubilante e capace di un lavaggio del cervello e dei sentimenti senza precedenti, un’opera fondata sulla violenza e lo sfruttamento di un paese (e di un intero mondo) sull’orlo del baratro. Fuori, quella violenza si esprime fisicamente, a suon di gas lacrimogeni, botte, cavalli lanciati sulla gente e sangue. L’odio e la mancanza di giustizia di questo presente non potrebbe avere immagine migliore. Non ci può essere contrasto più essenziale e immediato da capire, un conflitto necessario e giusto da esprimere in tutta la sua forza.
La polizia tenta di chiudere e incapsulare la testa del corteo ma, con determinazione, la manifestazione riesce a sfuggire al blocco e indietreggiare con ordine senza disperdersi e farsi dividere troppo. Continuano le cariche a singhiozzi e si ergono barricate a cui viene dato fuoco. Il corteo si ritira retrocedendo lungo Avenida Iman e, col passare del tempo, si inizia ad avere contezza de* fermat* e delle compas che mancano. La situazione si congela, le forze di polizia, ora molto più numerose, si attestano ad una certa altezza della Avenida e ci si ferma, cercando di capire quante persone manchino. Il conflitto prende un’altra forma: si iniziano ad espropriare i diversi negozi appartenenti a grandi catene capitalistiche. Un paio di Oxxo (la più grande catena di supermarket commerciali dell’America Latina, facente parte della FEMSA, la più grande azienda imbottigliatrice di prodotti CocaCola al mondo), una farmacia YZA+ (sempre parte di FEMSA), e un Little Caesars (la terza catena di pizza più grande al mondo). La strada diventa uno spazio gioioso, una festa collettiva. C’è cibo e bere per tutti e tutte, i residenti del quartiere e i ragazzi del barrio ne approfittano con enorme piacere e gusto: volano gelati, caramelle, patatine, panini a rifocillare sia le stanchezze e gli sforzi del corteo in giro da questa mattina presto, quanto gli umori del quartiere. L’esproprio del Little Caesars ha una dinamica estremamente nobile ed interessante: prima vengono fatti uscire con estrema cura e attenzione i lavoratori e lavoratrici, ringraziandoli per la loro comprensione e applaudendoli, e poi in secondo luogo si entra dentro il negozio e ci si divide la succosa mercanzia tra tutti, in primis coi lavoratori che vengono invitati a gustare le stesse pizze che ogni maledetto giorno devono impastare e vendere per guadagnarsi uno stipendio da fame. Una buona parte delle pizze e delle bibite si mettono da parte per portarle alle madres buscadoras e alle maestr* della CNTE, in strada anche loro dalla mattina presto. Si ride, si balla, si parla con qualche turista sudafricano rinchiuso in un bar a vedere la partita e si scherza con loro, dicendogli “Bienvenid@s a Mexico, quieren una pizza? Offre il governo!”, spiegando le motivazioni della protesta e cercando sempre il dialogo con la gente. Il clima è estremamente ilare, disteso, la gioia di una giornata fino ad adesso positiva, conflittuale e in qualche modo vittoriosa. Non c’è alcuna paranoia, né senso di colpa, tantomeno preoccupazione per gli espropri, il conflitto messo in campo, le decine di barricate erette. Fa parte della giornata, della vita, della lotta. Certo sì, qualche persona incazzata c’è ed eccome, ma le relazioni informali con la gente aiutano a spiegarsi, senza tragedie. L’unica preoccupazione è per le compas fermat*, di cui non si ha bene contezza dei numeri e dei nomi, anche se a fine giornata saranno 12. Tutt* portate alla Fiscalia di Coyoacan, rilasciate entro la notte stessa, alcuni con denunce pendenti individuali o collettive. Molti, sono stati pestati gravemente durante la detenzione, un compagno ha letteralmente la testa aperta.
Dopo alcuni momenti di pausa, il corteo del contingente universitario riprende a marciare, con l’obiettivo di portare i viveri espropriati agli altri collettivi in lotta. I numeri si sono ridotti molto, c’è stanchezza ma non ci si perde troppo d’animo e si raggiunge Avenida Santa Ursula, sempre limitando la zona rossa dell’ultima milla. La partita inaugurale è praticamente finita, il Messico ha vinto nettamente 2 – 0 sul Sud Africa, giocando male e con 3 espulsioni. La gente vuole festeggiare, il conflitto nelle strade ora invece è visibile. Molte persone sono solidali con la marcia e gli studenti, altri per nulla se non ostili. La parentesi da aprire è importante, e meriterebbe ben altri approfondimenti e considerazioni: c’è una sorta di cortocircuito fortissimo che prende forma, in un paese dove il calcio è amatissimo e l’affezione verso la camicetaverde e il Mondiale in casa è inscalfibile. Il seleccion mexicana, pur non avendo mai vinto nulla e non eccellendo come squadra mondiale, ha sempre avuto un fortissimo attaccamento alla Coppa del Mondo e alle gesta sportive mostrate in questa competizione. Aldilà di chi si può permettere di andare allo stadio pagando migliaia di dollari, o della retorica populista del governo Morena, el futbol è un tema di identità popolare, un momento di festa collettiva per le strade, un momento per condividere la allergica allegria messicana, la buena onda e la grande ospitalità sempre dimostrata. Per quanto la FIFA tenti di trasformare tutto in un enorme profitto, è chiaro che questa giornata soprattutto nei quartieri popolari è una festa, in tutti i sensi, ed è anche un enorme momento di evasione comprensibile dagli orrori e sfruttamenti della vita quotidiana, tra salari da fame e il rischio di non tornare a casa. Contestare il Mondiale e i suoi meccanismi di sfruttamento, riconoscere che il Messico è un paese dove esista una guerra civile ai danni dei più poveri, guardare in faccia alle desapariciones, sembra che provochi un tilt nella maggior parte delle persone comuni, come se non si possa riconoscere l’ingiustizia da un lato e l’amore per il proprio paese e la propria cultura, a maggior ragione in un momento dove tutto il mondo ti sta guardando e in una fase storica in cui il tuo paese è costantemente minacciato e screditato dall’ingombrante vicino degli Stati Uniti. È estremamente complesso, non solo politicamente ma umanamente, trovarsi, attraversare e vivere questo scontro dentro i settori popolari della società messicana.
Il corteo questo conflitto lo attraversa, fisicamente, con qualche diverbio e provocazione da parte di alcune persone. Ad un certo punto, da una strada laterale, i granaderos attaccano con gas e caricano la manifestazione, disperdendola, dividendola e spingendola dentro le piccole strade del quartiere Pedregal Santa Ursula. Inizia a diluviare. A quel punto, la giornata sembra al culmine, il corteo cerca di uscire indenne dalla morsa repressiva, la manifestazione si scioglie in un posto sicuro dopo quasi dieci ore di protesta attiva e azione diretta. I viveri per gli altri collettivi si porteranno l’indomani.
Cosa rimane di queste due giornate? La determinazione, certamente, inscalfibile e ostinata, messa in campo con forme e modalità diverse, contro la Idra Capitalista, un nemico dai mille tentacoli (economici, politici, militari e mediatici) che quest’oggi mostra la testa della FIFA e del governo messicano. Rimane il coraggio di aver cercato e voluto avvicinarsi al simbolo di questo Mondiale e delle sue ingiustizie, l’immenso e storico Estadio Azteca, e di esserci riusciti, a dispetto di un clima di terrore che non ha paralizzato la voglia di scendere in piazza. Rimane l’organizzazione dei movimenti sociali cittadini dal basso che da mesi lavorano per creare e alimentare giornate di mobilitazione come questa. E soprattutto, rimane la dignità, profonda e immensa, di chi non ha alcuna intenzione di arrendersi all’apparente ineluttabilità di avere una persona cara desaparecida, di dover soffrire per un salario da fame, di dovere scegliere tra i due mostri identici del crimine organizzato e Stato, di accettare passivamente un meccanismo di sfruttamento internazionale che nasconde dietro un pallone che rotola, un presente e futuro di ingiustizia, controllo e impoverimento.
Che la gioia del calcio si espropri ai ricchi e potenti di questo mondo, che la gioia del calcio torni ai quartieri, ai villaggi, alle comunità e si collettivizzi.


