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Kurdistan

Carovana dei Popoli in Difesa dell'Umanità

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Un breve aggiornamento sulla "Carovana dei Popoli in Difesa dell'Umanità", partita mercoledì 28 gennaio da Salonicco e diretta in Rojava per portare solidarietà concreta alla resistenza del Kurdistan. Il percorso della carovana è stato accolto con partecipazione da compagni e compagne e sono state organizzate mobilitazioni a sostegno dell'iniziativa. In termini più generali, in questi giorni, le iniziative di solidarietà tese a raggiungere il Bakur (Kurdistan turco) si stanno moltiplicando attraverso diversi canali. La corrispondenza si conclude con un appello a tutte e a tutti a continuare a prestare attenzione e sostegno alla situazione in Rojava e a mantenere viva la solidarietà internazionale.

Biji Berxwedana Rojava (Viva la Resistenza del Rojava)

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L’audio che ascolterete è la testimonianza politica di Nesli, compagna curda nata nel Kurdistan del Nord. Nel suo intervento ricostruisce il contesto storico e politico della repressione dello Stato turco contro il popolo curdo e racconta l’esperienza del Rojava, nel Nord-Est della Siria. Parla della guerra in Siria, della lotta contro l’ISIS, della nascita delle forze di autodifesa e del modello politico del confederalismo democratico, basato sull’autogoverno dei popoli e sulla centralità della liberazione delle donne. L’intervento affronta anche gli attacchi in corso contro Rojava, il ruolo della Turchia, delle potenze internazionali e i rischi attuali per questo esperimento politico unico.

Jin Jiyan Azadî

Siria: l'attacco al Rojava pt 2

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In Occidente è calato un grande silenzio davanti l’incoronazione di uno jihadista come Al Jolani, la marcia dei suoi miliziani verso il Rojava, addirittura si tace davanti la liberazione di prigionieri dell’ISIS e lo sventolare delle loro bandiere a Raqqa. Parliamo della stessa ISIS che ha fatto comodo all’Occidente, giustificando l’invasione dell’Iraq e alle nostre latitudini rafforzando una retorica islamofoba che ha criminalizzato le persone musulmane. Non dimentichiamoci che l’emergenza del terrorismo jihadista è servita anche a introdurre l’esercito nelle strade e a scatenare una caccia alle streghe contro le moschee e gli imam. Nei decreti sicurezza, compreso l’ultimo, sono stati introdotti nuovi reati (l’autoaddestramento, la figura del lupo solitario, la detenzione di materiale informativo), tutto facilmente giustificato in nome della lotta al terrorismo, anche internazionale, cioè l’ISIS. Si è addirittura arrivati a riconoscere totale impunità ai servizi segreti.

Ci sono due recenti episodi, all’interno del quadro di crisi e di attacco che il Rojava sta subendo in queste settimane, due episodi che esplicitano la natura colonialista di Israele ma non solo, anche di degli USA nelle vesti di Al-Jolani, e dall’altro lato il principio di autodeterminazione e autodifesa Kurdo.

Israele a sud invade, occupa ed è arrivata a 35 km da Damasco (notizia di ieri). A Nord-Est sono le milizie di Al Jolani ad attaccare l’AANES, che, dopo un ridimensionamento delle SDF, si difende nelle zone che vogliono continuare a vivere sotto il modello politico e sociale alternativo costruito in Rojava.

Dall’altro lato sembra che le Forze democratiche siriane si sarebbero sottratte da un coinvolgimento nella guerra all’Iran, in particolare contro il gruppo sciita Hashti Shabi che si trova in Iraq. Partiamo da qui per parlare del confederalismo democratica e dell’intrinseca differenza con gli altri eserciti.

Sentiamo telefonicamente una compagna di Jineoloji e un compagno dell'Accademia della Modernità Democratica. 

Nel redazionale si fa più volte riferimento a questo articolo: 
https://democraticmodernity.com/it/rojava-e-syria-in-guerra-una-valutaz…

 

Siria: l'attacco al Rojava

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Il cosiddetto "Rojava" costituisce un terzo del territorio siriano ed è la parte più piccola del grande Kurdistan. Il nuovo anno è stato tristemente inaugurato da un’escalation di violenze contro l’AmministrazionecAutonoma della Siria del Nord-Est da parte dell’HTS di Al jolani (l’organizzazione per la liberazione del Levante). Il 10 marzo 2025 è stato firmato tra Al Jolani e i curdi un accordo che doveva essere attuato entro la fine del 2025. Si parlava di integrazione dell’SDF nell’esercito siriano riconoscendo all’esercito curdo una certa autonomia: l’SDF sarebbe stato scorportato in 3 divisioni, i suoi dirigenti avrebbero mantenuto posti di rilievo, l’esercito delle donne sarebbe stato mantenuto. Questo accordo per l’integrazione è rimasto sulla carta e nei mesi successivi Al Jolani si è dedicato pricnipalmente al rafforzamento della sua immagine a livello internazionale, sopratutto con gli Stati Uniti e Israele.
Passaggi chiave sono stati gli incontri a Washington (a novembre 2025, dopo che a luglio 2025 gli Usa avevano deciso di rimuovere le sanzioni contro il nuovo governo siriano) e i colloqui di Parigi con Israele (6 gennaio) in cui Al Jolani ha di fatto accettato il rafforzamento della presenza israeliana sulle alture del Golan. Entrambi i Paesi hanno espresso il desiderio di raggiungere un accordo sulla sicurezza in linea con la visione del Presidente Donald Trump per il Medio Oriente.
Durante i colloqui, gli Stati Uniti hanno offerto a Israele e Siria di istituire una “cellula di fusione” congiunta americano-israeliana-siriana ad Amman, la capitale della Giordania.
La delegazione statunitense ha inoltre proposto la creazione di una “zona economica disarmata” nel sud della Siria. 

Ne parliamo con Tiziano di UIKI

21 Gennaio ore 18: Assemblea pubblica ad Ararat

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Con Jacopo dell'Accademia della modernità democratica, facciamo il punto della situazione sugli ultimi aggiornamenti dopo l'attacco del governo siriano alle resistenze curde. Rilanciamo l'appello alla solidarietà e la lotta internazionale contro la guerra e l'oppressione dei popoli e ricordiamo l'appuntamento di oggi, 21 Gennaio, al centro socio-culturale Ararat alle ore 18. Di seguito il testo che accompagna l'appello: 

"Contro le guerre per procura in Medio Oriente, contro le operazioni di distorsione o censura delle notizie, per un vera informazione, per la rivoluzione dei popoli.

Il genocidio in Palestina così come gli attacchi ai quartieri curdi di Aleppo o ai territori dell'Amministrazione Autonoma rientrano nella volontà di riscrivere dall'alto gli equilibri e la realtà del Medio Oriente per fini economici e di potere. In Iran dove il popolo scende da settimane in piazza sfidando la repressione che cerca di soffocare le loro lotte anche queste vengono strumentalizzate per mascherare accordi tra il regime di Damasco e le altre potenze internazionali interessate a inserire la Siria in una nuova fase.

Mentre si agisce con la violenza brutale della guerra, mentre si fomentano guerre tra i popoli, vengono mescolate le notizie per fare sembrare più legittima l'oppressione e il genocidio oscurando la rivoluzione dei popoli.

Serve più che mai fare chiarezza sui processi che si stanno sviluppando in Medio oriente e tessere legami di solidarietà con le popolazioni che resistono sotto le bombe e la repressione.

Per tutti questi motivi vi invitiamo a riunirci in una  assemblea pubblica mercoledì 21 Gennaio,ore 18, presso il Centro socioculturale Ararat per aggiornamenti sulla situazione attuale tramite collegamento live e a seguire discussione sui prossimi passi da costruire insieme."

La guerriglia curda lascia la Turchia

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Ai nostri microfoni Tiziano, di UIKI onlus, ci illustra la situazione in Kurdistan partendo dall'articolo sottostante, apparso su Il manifesto.

Le montagne del Kurdistan hanno vissuto domenica una giornata che resterà negli annali di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi del Medio Oriente contemporaneo. La leadership del Movimento per la Libertà del Kurdistan ha annunciato l’avvio del ritiro di tutte le forze di guerriglia dalla Turchia verso le Zone di Difesa di Medya, nella Regione del Kurdistan in Iraq, in quello che viene definito un passo decisivo per l’apertura della seconda fase del processo di «Pace e Società Democratica».

NON SI TRATTA della prima iniziativa di questo genere, già nel 2013 la guerriglia del Pkk aveva lasciato la Turchia in risposta ad una appello del suo fondatore, Abdullah Öcalan, salvo poi tornarvi a seguito del collasso del processo di pace che innescò un’escalation culminata con l’assedio e la distruzione di intere città da parte dell’esercito turco.

L’annuncio è stato dato nel cuore di Qandil, in una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di giornalisti internazionali, tra cui inviati di Bbc, Reuters, Afp e Al Arabiya. Alla guida dei guerriglieri comparsi davanti alle telecamere, si sono presentati Sabri Ok, membro del Consiglio esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (Kck) insieme a Vejîn Dersîm, comandante provinciale delle Yja Star, struttura autonoma delle donne nella guerriglia, e a Devrîm Palu del Consiglio di comando delle Forze di Protezione del Popolo (Hpg).

Nella dichiarazione letta in turco e curdo, Sabri Ok ha affermato che il Movimento ha deciso di attuare le risoluzioni del XII congresso del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, svoltosi lo scorso maggio, «ponendo fine alla struttura organizzativa del partito e alla strategia di lotta armata». Il documento sottolinea come le decisioni siano state prese «sulla base delle direttive del leader Abdullah Öcalan», che il 27 febbraio aveva lanciato l’«Appello per la Pace e una Società Democratica».

«Abbiamo dichiarato un cessate il fuoco unilaterale il primo marzo – si legge nel testo – Successivamente, trenta combattenti per la libertà, guidati dalla co-presidente del Kck Besê Hozat, hanno bruciato le proprie armi in una cerimonia pubblica, manifestando così la nostra volontà di porre fine alla lotta armata».

Secondo la leadership curda, il ritiro delle unità dalla Turchia è volto a «prevenire scontri e provocazioni» e a consolidare un contesto politico utile alla prosecuzione del processo. «La pratica dimostrerà l’efficacia di questi passi unilaterali», ha dichiarato Sabri Ok, sottolineando che «è ora necessario adottare determinati approcci giuridici e politici, in linea con le risoluzioni del congresso».

NEL SUO INTERVENTO, il dirigente del Kck ha precisato che il Movimento chiede «una legge transitoria specifica per il Pkk» e la promulgazione di «leggi per l’integrazione» che permettano ai militanti di partecipare alla politica legale.

La conferenza stampa è stata accompagnata da misure di sicurezza eccezionali: telefoni sequestrati, disturbatori di segnale, accesso controllato. Alla fine della dichiarazione, i guerriglieri hanno salutato militarmente Sabri Ok prima di rientrare nelle loro aree operative. Poche ore dopo, è arrivato il sostegno del Congresso Nazionale del Kurdistan (Knk), che ha definito il passo del Movimento «un atto di coraggio e determinazione per una pace giusta». Il Consiglio esecutivo del Knk ha infine invitato l’Unione europea, il Consiglio d’Europa e gli Stati uniti a «sostenere il processo e a rimuovere immediatamente il Pkk dalle liste delle organizzazioni terroristiche».

Anche Ankara ha reagito, ma in tutt’altra chiave. Il portavoce del partito di governo Akp, Ömer Çelik, ha rivendicato la decisione del Pkk come «un risultato concreto della tabella di marcia per una Turchia libera dal terrorismo». Secondo Çelik, il ritiro e l’annuncio di nuovi passi verso il disarmo rappresentano «progressi in linea con l’obiettivo strategico di liberare la nostra democrazia da ogni minaccia». Il vicepresidente dell’Akp, Efkan Ala, ha aggiunto che «con il sostegno della nostra amata nazione, stiamo marciando con determinazione verso l’obiettivo di una Turchia libera dal terrorismo», definendo le ultime dichiarazioni del Partito dei Lavoratori del Kurdistan «il completamento di un’altra importante tappa».

DUE NARRAZIONI, dunque, che scorrono parallele. Da un lato quella curda, che parla di pace, democrazia e libertà di Abdullah Öcalan, «che deve ottenere la sua libertà fisica il prima possibile»; dall’altro quella del governo turco, che legge la mossa come un passo nella propria agenda di sicurezza e sovranità.

I monti che per decenni sono stati fronte di una guerra senza tregua tornano a essere teatro di speranze. «Non vogliamo immaginare una mancata risposta – ha detto Sabri Ok – Risolvere la questione curda è impossibile nelle attuali condizioni di detenzione del leader Apo. Deve vivere e lavorare liberamente».

Roma: Lucha y Siesta verso il FESTIVAL VOCE ARCAICA #2

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Una compagna di Lucha y siesta e della Rete Kurdistan ci racconta il programma della serata di martedì 1 luglio in vista della seconda edizione del Festival Voce Arcaica dedicato ad una donna curda. 
 
Di seguito il comunicato: 

Il cineforum di martedì 1 luglio sarà benefit per il Festival Voce Arcaica.
Ci vediamo dalle 19 con un ricco programma:
Immagine rimossa. Aggiornamenti dal Kurdistan
Immagine rimossa. Presentazione di VOCE ARCAICA, il festival dedicato alla compagna curda Nagihan Akarsel
Immagine rimossa. alle 21 Proiezione del documentario “Tearing Walls Down” (2023) di Şerif Çiçek e Hebun Polat
In ricordo di Nagihan Akarsel, attivista, giornalista dell’accademia di Jineoloji nel Kurdistan iracheno, uccisa da un drone turco nell’Ottobre del 2022.
L’apericena vegan è in collaborazione con il Centro culturale Ararat
 

Confederalismo democratico. Una soluzione per la pace in Medio Oriente

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Il 21 febbraio alle 18 si terrà a Esc la conferenza “Confederalismo democratico. Una soluzione per la pace in Medio Oriente”, organizzata da Uiki – Ufficio informazione #Kurdistan in Italia.

L’iniziativa sarà l’occasione per riflettere sui cambiamenti che stanno scuotendo il Medio oriente, a partire dal punto di vista dei popoli che stano realizzando la rivoluzione del Confederalismo democratico. Questo concetto, coniato dal leader curdo Abdullah Ocalan all’inizio degli anni 2000, è alla base dell’esperimento civile e sociale che nei territori dell’Est e del Nord della Siria da più di dieci anni ha dato vita a una amministrazione autonoma (Aanes) dove convivono pacificamente popolazione di culture, religioni e etnie diverse.

L’Aanes, sorta dalla vittoria della Rivoluzione del Rojava contro le barbarie dello Stato islamico, è ancora oggi sotto attacco. Dopo la salita al potere in #Siria di Mohammed Al-Jolani, il leader della milizia salafita Hayat Tahrir-el Sham, che ha spodestato il dittatore Bashar Al-Assad, gli attacchi contro l’Aanes da parte delle milizie del Sirian national army e della Turchia, che li finanzia, si sono moltiplicati. Il rischio che la Turchia di Erdogan imponga in Siria una soluzione militare piuttosto che politica, eliminando così l’esperimento dell’Aanes, è molto alto.

Ma il Confederalismo democratico rappresenta, per tutti i popoli che abitano ora il Medio oriente, una soluzione contro la guerra, l’ingiustizia, la barbarie e il fascismo, religioso e non. Basato su tre pilastri teorici, l’ecologia, la democrazia diretta e il movimento delle donne, il confederalismo democratico fornisce gli strumenti per gestire il bene comune attraverso relazione comunitarie e paritarie, nel rispetto delle differenze.

Dopo un’introduzione a cura del Comitato italiano per la liberazione di Abdullah Ocalan, l’evento proseguirà con due relazioni sul concetto di confederalismo democratico. L’ultima parte sarà invece dedicata al resoconto di alcun* dell* particpanti alla delegazione internazionale che è entrata in #Rojava a fine gennaio.

A seguito dell’evento sarà disponibile un pasto a cura del centro socio-cultutale Ararat.

Programma:
Introduzione
- Giovanni Russo Spena, Comitato italiano Libertà per Öcalan
Approfondimento sul concetto di Confederalismo democratico
- Zilan Diyar, Movimento delle donne curde
- Ali Çiçek, Accademia della modernità democratica
Restituzione della delegazione internazionale in Rojava
- Fabio Alberti, presidente onorario di Un ponte per...
- Tiziano Saccucci, Uiki Onlus
- Roberto Eufemia, Consigliere città metropolitana Roma
- Daniela Galiè, DINAMOpress
- Alessandra Fabretti, Agenzia Dire
Modera
- Milos Skakal, Esc atelier autogestito

 

La settimana curda

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Insieme a un attivista di UIKI onlus riepiloghiamo alcuni fatti rilevanti avvenuti nel Kurdistan turco e in Rojava nel corso dell'ultima settimana, dagli arresti di sindaci e militanti in Turchia agli scontri armati in Siria, sullo sfondo di importanti negoziati diplomatici che però ancora sembrano essere in uno stato embrionale.