società

Desmonautica del 29/6/2016 "Poesie Sparse"

Data di trasmissione
Durata 3m 52s
 

Da “I Nomi delle Cose” del 29/6/2016 “Desmonautica“ la rubrica di Denys ogni ultimo mercoledì del mese.  “Poesie Sparse”

Tutto quello che ho

Tutto quello che ho/ è il mio sguardo miope e astigmatico sul mondo/ che, comunque, vede meglio di tanti altri)

Tutto quello che ho/è il mio corpo scomodo/imponente, fragile

Tutto quello che ho/è un etto e mezzo di feroce sarcasmo/non di più, non di meno

Tutto quello che ho/è una macchina analitica/che sfreccia nella mia testa/senza assicurazione

Tutto quello che ho/è la paura che m’accompagna/di non riuscire, di non capire/essere solo, essere vivo

Tutto quello che ho/è il mio assoluto talento/nell’essere inaffidabile/e un po’ eremita

Tutto quello che ho/è una betoniera di frasi coraggiose/nella mia bocca impastata/e un esercito di fotografie nel miocardio/che come un diaframma troppo aperto/illuminato a lungo/conosce croce e delizia/della sovraesposizione

Tutto quello che ho/è il gomitolo delle braccia che mi amano,/in bilico tra nebbia e catarsi,/in questa giornata di sole.

Detesto

Detesto/il disordine gratuito/come i coupon del supermercato

Detesto/i freddi e i privi di spessore/iceberg di cartone

Detesto/i buffetti sulla guancia/il rossore della falsità verace

Detesto/le opinioni non richieste,/le opinioni sincere,/le opinioni beote/che vogliono essere vere

Detesto/la necessità di dissimulare/l’assenza di parole

Detesto/chi mi accusa/di avere coraggio

Detesto/un sacco di roba/ma in fondo c’è sempre/di peggio

 

Parentesi del 29/6/2016 "Il marketing della liberazione"

Data di trasmissione
Durata 7m 35s

https://coordinamenta.noblogs.org/post/2016/06/30/la-parentesi-di-elisa…

 

 

   Immagine rimossa.“Il marketing della liberazione”  

La pubblicità ha sempre promesso le stesse cose: benessere, felicità, successo. Ha venduto sogni e proposto scorciatoie simboliche per una rapida ascesa sociale. Ha fabbricato desideri raccontando un mondo di eterne vacanze, sorridente e spensierato. La pubblicità ha venduto di tutto a tutte e a tutti, indistintamente, come se la società fosse senza classi. Oggi ha mutato pelle. Oggi, ogni prodotto, dalla macchina alle scarpe, passando per le bibite e altro, tutto è presentato come un elemento distintivo per una gioventù ribelle. Ci sono pubblicità che vogliono ridare il potere al popolo, altre che vogliono sovvertire le leggi del mercato, tutte inneggiano alla rivoluzione.

Oggi, la cultura commerciale è “ribelle”.

La rivoluzione passa attraverso le scarpe che porti, la bibita che bevi. Il nuovo, solo perché tale, è “rivoluzionario” e, come tale, il comprarlo e l’usarlo, sostituisce le pratiche di lotta.

Il meccanismo è semplice.

Si identifica una convenzione sociale che non metta in discussione lo status quo, né i rapporti di classe, né la società e la si destruttura e, grazie a questa destrutturazione, le ditte vendono e la società rimane sempre la stessa. Ci si appassiona per un messaggio pubblicitario irriverente, non si racconta che serve solo a vedere moltiplicate le possibilità di essere “chiacchierati” e, quindi, di vedere accresciuto il messaggio pubblicitario stesso. La sconfitta della lotta di classe, in questo paese, e la dimensione “buonista “ e conservatrice della sinistra socialdemocratica, hanno schiuso ai pubblicitari le porte delle nicchie culturali che erano proprie della sinistra e il cui carisma e la cui forza evocativa vengono ora utilizzati per altri scopi. C’è la ditta che lotta contro il razzismo, quella che si presenta come il simbolo del non conformismo, l’altra della rivolta adolescenziale e, ancora, quella della rivoluzione sessuale. Le marche hanno, ormai, sostituito i movimenti.

Siamo al trionfo del marketing della liberazione. La ribellione, per alcune/i , è una protesi identitaria . Questa epidemia di ribellione non impressiona né il capitale né le sue articolazioni repressive. Non contenti tutte/i questi/e ribelli si autorappresentano come “scomodi” per questa società. E, buon ultimo, si definiscono “disubbidienti”. L’esibizione è diventata un meccanismo del capitalismo mediatico. Tutto si risolve nell’ “épater les bourgeois”. Dobbiamo avere chiavi di lettura per distinguere tutti costoro dai veri/e ribelli, disubbidienti e scomodi/e? Non ce n’è bisogno ,questo già lo fa per noi la borghesia. Quelli/e di cui abbiamo parlato, hanno i riflettori puntati su di loro, se ne parla, vengono intervistati/e, vengono ospitati/e di qua e di là. Gli /le altri/e, quelli/e che lo sono veramente, sono avvolti dal silenzio e dall’oblio e, quando “esagerano”, vengono stigmatizzati/e, demonizzati/e, repressi/e. L’impegno politico, le vetrine infrante “sarebbero” frutto di frustrazioni sessuali, l’impegno delle donne in politica, tanto più se antisistemico, “sarebbe” il frutto di sconfitte sentimentali. La ribellione alle ingiustizie sociali, accompagnata dalla lotta di classe, “troverebbe spiegazione”, per tutti costoro, in qualche ormone mancante o in eccesso. A chi teorizza e pratica la lotta armata, secondo questa lettura, “sarebbero” mancate le ammucchiate ed il sesso trasgressivo. Secondo questa filosofia, per liberarci da questa società, dobbiamo andare a mangiare nei ristoranti etnici, comprare nei negozi equosolidali, comprare i dischi di Lady Gaga e, magari, aderire a questa o quella lettura della sessualità e delle pratiche esistenziali, presentate come liberatorie e rivoluzionarie.

Il trionfo del capitale: rabbia, insoddisfazione, ricerca di altro, li ha saputi mettere al servizio dei propri interessi, creando un bisogno di identificazione con nuovi stereotipi culturali. Il capitale, attraverso la pubblicità, riesce a riplasmare la realtà sociale secondo una visione immaginaria della società. I giovani disoccupati delle periferie urbane impersonano una sorta di lotta tra una marca e l’altra di scarpe da ginnastica. Pubblicità, stereotipi culturali vincenti, diventano uno strumento di trasformazione della coscienza sociale. Donne e uomini che, nei messaggi pubblicitari e nelle rappresentazioni mediatiche, vediamo, senza distinzione gerarchica, al lavoro e a casa e, magari, nelle nuove inclinazioni sessuali, in realtà nascondono la fine del lavoro a tempo indeterminato, l’apologia della precarietà, il rilancio dei ruoli. Le aziende che vivono sfruttando il lavoro minorile o producono materiali bellici o distruggono l’ambiente nei paesi del terzo mondo, omettendo bellamente questi aspetti e rappresentandosi come altro, concorrono alla schizofrenia di questa società che dice di essere sensibile a questi temi, ma li disattende quotidianamente nella pratica.

Contemporaneamente, il tabù del sesso viene largamente sfruttato da quando si è scoperta la correlazione tra desiderio sessuale e pulsione all’acquisto e il legame tra pratiche sessuali non usuali e malinteso concetto di rivoluzione e liberazione. Allo stesso tempo, resta fermo lo stereotipo della donna che è oggetto di piacere o soggetto domestico che, anche quando è emancipata e lavora fuori casa, è lei stessa che sorveglia la sua abbronzatura, l’odore delle sue ascelle, i riflessi dei suoi capelli, la linea del suo reggiseno o il colore delle sue calze.

Il mondo è quello che è, pieno di ogni bruttura, ma noi ci possiamo “autoassolvere” perché beviamo un prodotto che è sinonimo di libertà, perché vestiamo casual o perché facciamo sesso fuori dal coro. Facciamo pure quello che ci pare, perché quello che ci piace , proprio perché ci piace, è buono, ma lo è, naturalmente, per noi che lo facciamo e ci piace, ma non parliamo, per favore, di libertà, di rivoluzione, di cambiamento della società.

Questa configurazione sociale si caratterizza nella preminenza progressiva della merce su ogni altro elemento e nella mercificazione di tutti i rapporti, compresi quelli sociali e affettivi, nella cultura che viene ridotta a mode che si susseguono, con l’apparire esibizionistico che prende il posto dell’autonomia individuale, nell’appiattimento della storia stessa sull’evento immediato e l’informazione istantanea, nella fuga dal conflitto sociale e nella disaffezione dalla politica, nella strumentalizzazione delle lotte di liberazione e delle diversità.

E, allora, se la borghesia è in grado di appropriarsi di parole, contenuti e sogni che ci dovrebbero appartenere, sarebbe il caso che ci chiedessimo come possiamo porvi rimedio.

 

Desmonautica del 27/4/2016 "Guida turistica al giornalismo discutibile"

Data di trasmissione
Durata 8m 4s
Da “I Nomi delle Cose” del 27/4/2016 “Desmonautica“ la rubrica di Denys ogni ultimo mercoledì del mese.  “Guida turistica al giornalismo discutibile”

 

Immagine rimossa.

https://desmonautica.wordpress.com/2016/04/27/guida-turistica-al-giornalismo-discutibile/


«Non avere un pensiero e saperlo esprimere: è questo che fa di qualcuno un giornalista» (Karl Kraus) 

 

Vorrei mostrarvi i traumi, più che altro cranici, di alcuni trend giornalistici incarnati nel decennio corrente in modo vieppiù cretino da varie tipologie presenti nell’ecosistema redazionale dei mass media. Ogni buon giornalista deve essere un pensatore critico e scettico, e loro in effetti sono araldi del dubbio.  Più specificatamente del dubbio gusto e della dubbia veridicità. Mi sono sforzato di tracciarne un’approssimata tassonomia. Vediamoli insieme.

Il benaltrista. Qualunque sia l’interrogativo posto al mondo, la rivoluzione per cui sbandierare, non sarà mai istanza seria abbastanza da conseguire la sua entusiastica approvazione. Sei gay, bisessuale, lesbica, transgender, intersessuale? C’è ben altro di cui preoccuparsi. Ti batti per il benestare della sanità, dell’istruzione, della cultura in generale? C’è ben altro di cui preoccuparsi. Sessismo, razzismo e molti altri -ismi ti paiono orribili mali che affliggono l’odierna società? C’è ben altro di cui preoccuparsi. Pensi che esista una carenza di pratiche inclusive nei confronti delle persone disabili? C’è ben altro di cui preoccuparsi. Cosa, allora? A giudicare dall’eterna filippica sulla disoccupazione che è in procinto di elargire anche quando gli si intima di farsi la barba,  si penserebbe che il welfare sia un suo interesse fondamentale. Ci si illuderà quindi che forse parlare di tematiche ad esso relative è ciò che ci vuole per accalappiarsi i suoi favori. La realtà tristissima è tutt’altra. Lottare a favore di lavoratori e lavoratrici renderà ai suoi occhi qualsiasi umano degno di nota una schifosa sanguisuga statalista. Il benaltrista è infatti la voce della piccola e media imprenditoria, e da buon borghese non si cura di nulla che non sia il proprio portafogli. A leggerlo viene da rimpiangere il caro vecchio edonismo sfrenato da milionario cocainomane, sicché quest’ultimo ha il buon pregio di fottere il prossimo suo senza annoiarlo. Non c’è suo articolo che non contenga un’invettiva esterofila contro l’inadeguatezza dello stato italiano, diretta a quelle poche cose che funzionerebbero in modo perfetto producendo ottimi risultati se non fossero state deturpate dallo smantellamento neoliberista di qualsiasi forma di supporto sociale, distruzione che egli stesso promuove. Il suo ghiribizzo autoassolutorio accoglie tenero alcuni sinistroidi sperduti, poiché questo genere di lamentele agli occhi poco attenti pare ammantarsi quasi, per via del suo materialismo, di una vaga vena socialisteggiante. E insomma, per dio: ci sono i bambini affamati in Africa, i marò, ci vuole la pace nel mondo e poi mio fratello piscia a letto. È increscioso che nessuno si preoccupi mai dei veri problemi.

Lo spargipietà. Parla di ciò che ha nel mirino nel modo più sgarbatamente patetico. I suoi sono articoli di vivace depressione di mezza età che infantilizzano i lettori e gli oggetti della discussione, proprio come se stesse facendo dono di una lezione di vita ai nipotini che lo guardano con finta ammirazione grattandosi le pudenda di fronte al caminetto. La forte vena provinciale spruzzata di voyeurismo inconsapevole provoca sbadigli tali da ammaccare la mascella e impedisce ogni volontà di disamina analitica. Negli ultimi tempi sembra essere disgraziatamente in voga presso varie femmine della specie Homo Editorialis, per via della cultura patriarcale che spesso spinge le donne a sottoporre sé stesse e le altre al tedio di farsi acute difensore del codice morale socialmente accettato (e accettabile).  Alcune tematiche predilette: la gioventù, il sesso, la droga e i bei tempi andati non corrotti dalla morale decadente, la quale pare decadere ruzzolando giù per i viottoli della modernità malvagia più o meno da quando esiste vita cosciente su questo pianeta.

L’emergenziale. Si tratta di una creatura che va a caccia nelle stagioni calde. Essendo l’estate priva di eventi particolarmente significativi che diano aria ed euro ai rotocalchi, è responsabilità impellente non esitare a impastare in prima pagina eventi sì certamente orribili ma di nessuna particolare novità, che divengono d’un tratto emergenze nazionali atte a sponsorizzare l’agenda politica del primo brontolone che passa e abbia in mano una soluzione inappropriata e inefficace. Un rimedio peggiore del problema, ovvio. Cosa pensavate?

Il narcisista. Il suo articolo è tipicamente incentrato sulla critica feroce di fenomeni di costume di  scarsa rilevanza che, tuttavia, procurano diversi pruriti cerebrali e talvolta intimi al suo autore. Esso opporrà il suo antidiluviano spirito del tempo a quello di tutte le generazioni successive, alternando nostalgici panegirici della bellezza di ciò che fu e stizzite missive di damnatio eterna. Lo farà nella lamentosa speranza di continuare a ricoprire un ruolo di rilievo nel mondo che cambia, ammesso e non concesso che l’abbia mai ricoperto. In tutti i casi, propone tesi ridicole con arrogantissima sicumera, lasciando intendere che la sua sia in primo luogo un’opinione necessaria, in secondo luogo un’opinione legittima, e in terzo luogo l’unica realmente concepibile da primati di media intelligenza. Poco propenso all’uso delle infinite potenzialità del testo argomentativo, depone tutta la forza delle sue ragioni nei suoi parametri anagrafici, nel suo titolo di studio (meglio se privato), in ricerche che ha male interpretato o esplicitamente manipolato, nelle opinioni dei suoi amici, parenti, lacché e così via. Questo lascia intendere che non abbia nemmeno mai provato a cercarla nella sua intelligenza. Non proprio. È che si arrangia, proprio come tutti quelli che cercano qualcosa e non la trovano.

Il tuttologo. In genere è una personalità esperta in un preciso campo del sapere, dove fa valere conoscenze ed esperienze acquisite negli anni. Il dramma è che si azzarda imprudente, figliol prodigo, a vergare prose perniciose a ciel sereno su questioni di palpabile estraneità rispetto alle sue competenze, e quando ciò accade rimbecillisce esponenzialmente fino a generare potenti vortici dapprima di insensatezza, poi di sconcerto e delusione in coloro che a tale figura riconoscevano un certo estro intellettuale magari anche gloriosamente meritato, ora messo in disparte da un altrettanto meritato imbarazzo imperituro. Il che può anche sembrare ingiusto, ma ci solleva dal peso immane di dover sopportare intere tonnellate di opinionismi irrilevanti da parte di qualunque balzano professionista logorroico che abbia mai conseguito qualche credito formativo universitario in vita propria.

Mi pare di aver qui racchiuso, pur non esaustivamente, i profili di particolare rilievo. Tenevetene alla larga di persona, digitalmente, a mezzo stampa. L’uso di un antiparassitario e la disdetta degli abbonamenti dovrebbe tenervi al sicuro

La Parentesi del 10/06/2015 "Governabilità"

Data di trasmissione
Durata 5m 25s
“Governabilità”

Immagine rimossa.

Una parola viene ripetuta continuamente dai media di regime e da tanti, troppi politici, governabilità, cioè mettere in condizione l’esecutivo di lavorare senza gli intralci che derivano dalle dinamiche che possono scaturire da una votazione elettorale incerta e magari da un parlamento frammentato e variegato.
Una preoccupazione che da sempre accompagna le pulsioni antidemocratiche e qui stiamo parlando molto semplicemente di democrazia parlamentare.
E’ chiaro che la governabilità nel momento più alto della sua realizzazione si manifesta nella dittatura. Questo è il senso di tutti gli stravolgimenti costituzionali che sono stati attuati, degli adattamenti del sistema elettorale con la tendenza verso un sistema politico il più vicino possibile alla dittatura nella versione che in Europa c’è stata negli anni di Salazar in Portogallo.
L’ingegneria elettorale non è neutrale. Il senso degli sbarramenti, dei premi di maggioranza e del tentativo, per altro riuscito, di irretire la discussione sui numeri delle percentuali, nasconde l’obiettivo di avere un esecutivo che possa decidere senza l’intralcio della dialettica parlamentare. In questo quadro il sistema bicamerale non serve più, il Senato viene trasformato in una camera delle corporazioni e il parlamento in un’istituzione vuota di ogni potere decisionale. Si maschera volutamente che la governabilità o il governo di un paese non è nell’empireo delle idee e delle azioni, ma è al servizio delle classi dominanti e/o di porzioni di esse.
La domanda che ci dobbiamo fare non è se c’è o non c’è la governabilità, ma di che cosa e di chi è al servizio.
La governabilità a tutti i costi è il grimaldello usato dal neoliberismo per rimuovere ogni forma, anche limitata e parziale, di sovranità popolare.
Questo è il senso dell’abolizione del proporzionale e dell’immunità parlamentare. L’obiettivo è di arrivare a due partiti che falsamente si definiscono alternativi e invece si offrono come alternanza in un quadro unico dominato dagli interessi delle multinazionali. Da qui, la guerra senza quartiere a tutte le forme organizzative che si oppongono al neoliberismo e, in questo scenario, si colloca naturalmente sostenere e caldeggiare il sindacato unico.
Il modello è quello americano, uno scenario in cui la quasi totalità della popolazione è spinta nella più profonda miseria, senza sicurezze sociali, sanità pubblica e istruzione, in cui la democrazia sociale, e stiamo sempre parlando della democrazia borghese, non è più perseguita anzi è perseguitata e demonizzata come frutto del comunismo e con questa parola magica relegata nell’ambito delle cose obsolete e dannose..
E sempre all’interno del modello parlamentare borghese, è necessario ribadire il livello minimo di difesa, vale a dire la salvaguardia della Costituzione, colmando quel ritardo che c’è sempre stato tra la Costituzione scritta e quella materiale, il ritorno al proporzionale puro, l’immunità parlamentare da sempre garanzia per la minoranza e per gli oppositori ed il fatto che qualcuno ne faccia cattivo uso non toglie nessuna validità al principio.
Le liste dei candidati e la composizione delle camere non possono e non devono essere decise dalla magistratura e non ci deve essere nessun ostacolo alla candidabilità o alla eleggibilità di qualunque cittadino.
L’accettazione dell’esistenza di uno Stato si basa sulla rinuncia a porzioni di libertà in cambio della garanzia di servizi sociali, sanità, istruzione, pensioni, liquidazione… se il patto sociale si rompe, si rompe su tutti i piani. Oggi sono attaccati emessi in discussione i valori della Resistenza espressi nella Costituzione e addirittura i principi nati dalla Rivoluzione Francese e dai moti del 1848. Questo a conferma che è nata e si sta imponendo una borghesia transnazionale o iper-borghesia che ha assunto tratti di aristocrazia che è guidata dai valori neoliberisti.
Per sperare di bloccare la realizzazione del progetto neoliberista dobbiamo lottare, qui da noi, contro il PD che questo progetto ha il compito di naturalizzare nel nostro paese. Non è Renzi che deve andare a casa, ma il PD tutto con le sue associazioni contigue, colluse, comunque si chiamino. E tutto il discorso politico culturale che da quell’area viene portato avanti.

 

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/06/12/la-parentesi-di-elisabetta-del-10062015/

 

Trasmissione del 6/05/2015 "Nel nome della madre"

Data di trasmissione
Durata 57m 58s
Immagine rimossa.“I Nomi delle Cose” Puntata del 6/05/2015  “ Nel nome della madre”

” I borghes* sono buon*, mangiamoceli! / Compassione, pietà, ribrezzo, odio di classe…/ Nel nome della madre”

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/05/08/podcast-della-trasmissione-del-6052015/

“Nel nome della madre “

Toya Graham è il nome di una madre che durante le manifestazioni a Baltimora di cui tutte siamo a conoscenza, ha riconosciuto il figlio nei riots ed è scesa di corsa in strada, lo ha preso a ceffoni e lo ha trascinato per le orecchie a casa. Queste immagini hanno fatto il giro del mondo e sono state osannate a più non posso non solo dai media mainstream di tutte le colorazioni possibili, ma anche dalle prefiche della non violenza e dalle vestali della legalità del femminismo para-istituzionale ( che non sappiamo perché continuiamo a chiamare femminismo), chiarendo una volta per tutte, se ce ne fosse ancora bisogno, che per tutti/e queste soggette/i la violenza è qualcosa che viene tirata in ballo solo per condannare gli oppressi e le oppresse, mentre non viene nominata quando ad esercitarla è il sistema di potere, cosa che fa quotidianamente e in ogni istante della nostra vita. Nascondendosi dietro il paravento della non violenza portano avanti un appoggio sistematico alle politiche neoliberiste e si fanno sponsor di questa società che esplica una violenza inaudita a tutti i livelli e su tutti i fronti e strumentalizzando la vicenda di Toya Graham si scagliano contro la rabbia espressa dalla manifestazione NoExpo di Milano auspicando che ci siano più donne così e, in generale più persone così.

Ci chiediamo se le madri dei partigiani e delle partigiane avessero dovuto andare a prenderli e trascinarli a casa per le orecchie, facendo tra l’altro un’opera di delazione rendendoli pubblicamente riconoscibili e, chissà, se le madri delle combattenti del Rojava sono andate a prenderle per le orecchie e le hanno riportate a più miti consigli.
Fortunatamente ci sono stati articoli di donne e di collettivi femministi che hanno fatto discorsi completamente diversi e hanno analizzato la lettura distorta e mistificante che è stata portata avanti sulla storia della madre di Baltimora dato che lei stessa ha dichiarato di aver portato via il figlio perché non voleva vederlo ucciso dalla polizia.
Ma a noi sono venute in mente una serie di considerazioni sulla “madre”.
Non stiamo parlando della capacità fisica di mettere al mondo un essere umano, bensì del ruolo sociale che la figura della madre incarna.
Si, perché quello di madre è un vero e proprio ruolo sociale, la madre è catena di trasmissione dei valori dominanti, questo è quello che il potere patriarcale vuole da lei.
Nella famiglia capitalista mononucleare, i ruoli sono molto specifici e determinati: il padre rappresenta l’autorità, specchio della gerarchia di genere e di classe nella società, e media il rapporto tra il figlio/a e la società tutta, la madre è lo strumento che deve introiettare nei figli/e la scala dei valori vincente sia al femminile che al maschile. Non dimentichiamo, infatti, che le madri allevano anche i figli maschi. E la riuscita di questo lavoro di costruzione viene verificata nel rapporto con l’autorità paterna e quindi con la società.
Nell’attuale fase neoliberista, anche se c’è un tentativo molto forte di ricostituire le gerarchie classiche dell’autoritarismo a tutti i livelli, la differenziazione tra ruolo materno e paterno è più labile, le famiglie sono spesso monogenitoriali e spesso questo unico genitore è la madre che somma in sé quindi il compito di essere catena di trasmissione dei valori dominanti e mediatrice dei rapporti del figlio/a con la società.
E’ in questo senso che la madre di Baltimora percorre le strade più classiche del ruolo a lei assegnato: far rientrare il figlio nei ranghi che sono poi quelli imposti dalla scala valoriale dominante, ribadire la sua autorità contro ogni possibile tentativo di autodeterminazione anche a scapito della tutela del figlio stesso che in questo modo viene dato in pasto all’opinione pubblica e viene annullato come soggettività autonoma.
Ci vengono in mente le madri che denunciano per il “loro bene” i figli che si drogano o le figlie che si prostituiscono consegnandoli alla così detta legge e dandoli in pasto alla pubblica condanna. La violenza che è insita in queste azioni è senza confini.
Questi comportamenti “materni” sono così introiettati a tutti i livelli sociali dalle donne stesse da diventare nel comune sentire caratteristiche materne ed essere confusi con l’attenzione e l’affetto nei confronti della prole, addirittura dalla prole stessa che si aspetta che la madre li rimproveri e li faccia rientrare nei ranghi.
Allora, proprio perché questi valori sono così fortemente introiettati tanto da diventare assunzione inconscia cerchiamo di uccidere la madre che è in ognuna di noi.

Le coordinamente

La Parentesi del 1/04/2015 " Les jeux sont faits"

Data di trasmissione
Durata 5m 27s
http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/04/03/la-parentesi-di-elisabetta-del-1042015/ “Les jeux sont faits”

Immagine rimossa.Tre notizie passate, più o meno in contemporanea, sulla stampa mainstream e di tenore molto diverso, hanno però un portato che le accomuna e sviscerarlo può essere molto utile per chi lotta nel tempo presente.

La prima ci dice che il governo ha preso la decisione di accorpare la Guardia Forestale con la Polizia di Stato. E’ un processo cominciato diverso tempo fa e che riguarda la militarizzazione anche di quelle strutture che sono chiaramente di servizio civile come i Vigili Urbani che si sono proposti e si propongono come polizia e come i Vigili del Fuoco oggetto di un malcelato tentativo di militarizzazione a cui fino adesso hanno resistito.

Già il governo D’Alema, nel 2000, aveva trasformato i Carabinieri nella Quarta Arma dell’esercito, aprendo scenari estremamente pericolosi dato che questi sommano strumenti, abitudini e attitudini da polizia militare con equipaggiamento, armamenti e mezzi da esercito vero e proprio.

Durante una sola corsa in metropolitana qui a Roma, si può assistere alla presenza di militari in mimetica, carabinieri di ronda, addetti alla vigilanza del Comune, addetti alla vigilanza dei tornelli d’ingresso, polizia varia compresa quella in borghese.

Sembra di essere calate in uno scenario da “ Sostiene Pereira”.

La seconda notizia riguarda l’accordo raggiunto da Confcommercio e triplice sindacale per il rinnovo del contratto della categoria, contratto che avrà validità dal 1 aprile 2015 al 31 dicembre 2017.

Sono state approvate fino a 44 ore settimanali lavorative senza che scatti lo straordinario per un massimo di 16 settimane. In pratica nei periodi di picco del lavoro, per esempio sotto Natale e durante i saldi, le imprese potranno pretendere dai dipendenti che lavorino quattro ore in più senza confronto con i sindacati e senza l’assenso del lavoratore/trice stesso/a.

E’ la codificazione di un rapporto ottocentesco in cui chi lavora deve accettare condizioni che permettono la mera sopravvivenza ed è la guerra fra poveri/e perché tutto ciò naturalmente comporta la venuta meno di tutti quei lavori occasionali, temporanei, saltuari che si potevano fare proprio e soltanto nei periodi di maggior carico di lavoro di chi uno straccio di occupazione già l’aveva.

A margine leggiamo la dichiarazione dell’ISTAT che ci dice  che nel solo mese di febbraio ci sono state oltre 42.000 donne in meno al lavoro. A dimostrazione che il neoliberismo è strumentalizzazione dell’oppressione di genere attraverso i più svariati canali istituzionali e attraverso il femminismo socialdemocratico incarnato dalle “patriarche” che in cambio della loro promozione personale collaborano attivamente all’oppressione delle altre donne ricacciate nei ruoli, nel lavoro di cura e nella precarietà.

La terza notizia riguarda il calo inarrestabile degli spettatori nei stadi di calcio della serie A.

Nel trimestre 2015, la media delle presenze registra una flessione del 6,9% rispetto al dato della scorsa stagione. Ma la ragione di tutto ciò non risiede né nelle strutture degradate degli stadi né nella così detta violenza della tifoseria, bensì nella sensazione che il tifoso/a ha di partecipare ad un gioco taroccato, non nel senso che le partite vengano vendute o comprate, ma un gioco in cui domina l’ipocrisia, il politicamente corretto, le falsità e le mistificazioni, in cui vincono sempre gli stessi e si sa già chi sono, in cui i media mainstream sono lo strumento di una comunicazione falsa e tendenziosa, di un addomesticamento peloso della verità.

Tutto ciò provoca disamore, disaffezione, rifiuto ed è lo stesso meccanismo con cui è stata demonizzata la politica e che porta ad un’apatia di fondo di fronte ad attacchi violentissimi come quello al mondo del lavoro.

La stampa non è mai stata indipendente, come qualcuno voleva raccontare, è sempre stata di parte, ma ora, nella stagione dello Stato di Polizia non poteva non diventare di regime.

Les jeux sont faits, il cerchio è chiuso. Il neoliberismo, per ora, ha vinto.

Alla sinistra di classe il compito difficilissimo di fermarsi a riflettere su come creare nuovi immaginari, su come ricostruire la speranza attraverso nuove forme di lotta.

 

Trasmissione del 12/11/2014 "25 novembre"

Data di trasmissione
Durata 58m 24s

 

Trasmissione di mercoledì 12 novembre 2014 

ore 20.00 Apertura ” Negli alberi……. Ingeborg Bachmann” “
Immagine rimossa.

ore20.10 Attualità femminista ” Dalle lotte sui territori la verità su femminicidio e oppressione delle donne e delle diversità “

ore 20,30 La Parentesi di Elisabetta ” Stravolgimento”

ore 20.35 Approfondimento /La coordinamenta verso il 25 novembre…..”Rompere la normalità dell’esistente”

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2014/11/14/podcast-della-trasmissione-del-12112014/

La Parentesi di Elisabetta del 12/11/2014 "Stravolgimento"

Data di trasmissione
Durata 5m 50s

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2014/11/12/la-parentesi-di-elisabetta-del-12112014/

La Parentesi di Elisabetta del 12/11/2014

 
“Stravolgimento”

Immagine rimossa.

Abbiamo parlato molte volte di come il neoliberismo abbia stravolto termini e significati. Una volta per sicurezza si intendeva una serena vecchiaia, la parola riforma era legata alla possibilità di un lento ma graduale miglioramento della società e della condizione di vita di tutte/i, sinistra significava attenzione agli strati sociali poveri e o comunque svantaggiati, la costituzione scritta e non sempre, anzi quasi mai quella materiale, era impregnata dei valori della Resistenza, la scuola pubblica, l’unica che la costituzione prevedeva che si finanziasse, era un ‘occasione per far accedere larghi strati della popolazione all’istruzione e, magari alla laurea, intesa come un’occasione di promozione sociale. Da qui il fenomeno dei laureati in prima generazione che non erano più bravi e più amanti dello studio dei genitori e dei nonni , ma che avevano avuto l’occasione, grazie alle lotte degli anni ’70, di accedere per la prima volta alla laurea.

La sicurezza, ora, è quella di un presunto cittadino/a intimorito/a chissà da chi e da che cosa, visto oltre tutto il crollo vertiginoso dei reati, le riforme sono un attacco a tutto campo ai diritti e alle conquiste del mondo del lavoro, la sinistra, chiariamo subito che parliamo di quella socialdemocratica, cioè il PD, oggi è quella che naturalizza in Italia gli interessi delle multinazionali in particolare quelle anglo-americane.

Ma c’è un altro campo dove è particolarmente eclatante lo stravolgimento dei termini e del senso delle aspettative e cioè quello della così detta “giustizia” . I poveri/e, gli sfruttati/e, le classi subalterne hanno sempre manifestato una profonda consapevolezza dell’ingiustizia di cui sono sempre stati vittime. E’ emblematica la dichiarazione di Caterina Picasso, arrestata a 73 anni Nella mia vita ho subito soltanto soprusi. Lo Stato mi ha maltrattata e io mi sono messa contro lo Stato…. ho la seconda elementare, quindi i difficili ragionamenti politici non li so fare, ma capire da che parte stare l’ ho sempre saputo“.  Oggi questo sentimento è stato trascinato in un rovesciamento sbalorditivo, in una difesa acritica quando non encomiastica, nei confronti della magistratura, portando alla neutralizzazione del suo ruolo e ad una mobilitazione mistificatoria sui problemi della così detta “giustizia” con la promozione di esponenti della magistratura a campioni della sinistra di cui parlavamo prima.

Si è persa di vista la consapevolezza che la magistratura è di parte, è al servizio del sistema e che la “giustizia” così come noi la conosciamo rimuove l’espropriazione dei diritti da parte della borghesia e si risolve soltanto nell’attenzione all’espropriazione dei beni da parte delle classi subalterne.

In definitiva i diritti non hanno nessuna rilevanza, ma guarda caso, ce l’hanno soltanto i beni e la produzione legislativa è solo e soltanto tesa a perpetuare il principio che tutto quello che intacca l’interesse, il monopolio dei poteri di una minoranza privilegiata, rientra nella fattispecie del reato e come tale può essere perseguito e tutto quello che è alterità, sia nelle forme più elementari che in quelle più propriamente politiche, viene represso.

Ma, cosa è reato e cosa non lo è, non l’ha detto dio, non è in natura, ma è frutto di scelte umane, non nel senso dell’essere umano, ma nel senso degli uomini che hanno il potere. Oggi, nella sua impudenza, il neoliberismo ha introdotto, inoltre, nel nostro diritto normato e materiale due concetti che sembrano marginali, ma che sono invece determinanti nello spostamento e nello stravolgimento del concetto stesso della così detta giustizia.

Il primo è il concetto di detenzione amministrativa, per cui non si va in carcere per quello che si è commesso, ma per quello che si è…. per la condizione sociale, per il modo di essere, per l’estrazione familiare, per l’etnia… questo e non altro sono le detenzioni nei Cie, veri e propri momenti di controllo sociale a tutto campo in cui si esplicita la pretesa del neoliberismo di incarcerare chi non è gradito/a.

Il secondo è il concetto della pena di morte extra-legem per cui non si paga per il reato commesso, ma viene irrorata la pena di morte a discrezione, indipendentemente dal reato vero o presunto che sia. E’ questo, in definitiva, il senso dell’uccisione di Stefano Cucchi e di tanti altre e tanti altri come lui. Sapere chi ha ucciso materialmente Stefano Cucchi sarebbe importante soprattutto per i familiari, ma sicuramente sappiamo che è stato lo Stato, perché in quel momento lo custodiva, perché lo stesso Stato non ha “saputo” trovare i responsabili, perché, al di là delle belle parole e dei rituali democratici, questo Stato si arroga il diritto di vita e di morte.

 

La Parentesi di Elisabetta del 29/10/2014 "I giochi non sono finiti"

Data di trasmissione
Durata 7m 46s
“I GIOCHI NON SONO FINITI”

Immagine rimossa.

Nel discorso di chiusura alla Leopolda di Firenze, Matteo Renzi, presidente del consiglio e segretario del PD, ha dichiarato”…Di fronte al mondo che cambia, il posto fisso non c’è più…”.

Questa è una dichiarazione politica.

Il neoliberismo è un’ideologia onnicomprensiva che intende ridefinire a tutto campo i rapporti di forza tra Stati e multinazionali e con gli/le oppressi/e tutti/e.

In questi anni è stata ridisegnata tutta la società, il neoliberismo ha investito tutti gli aspetti della vita, da quelli del mondo del lavoro a quelli ludici e personali, dalla sfera della sessualità a quella sociale, dai rapporti con gli oppressi/e e tra gli oppressi/e.

E’ stato un lavoro lungo, di anni, un passo dopo l’altro.

Di fronte ad un simile attacco portato avanti con pervicacia, determinazione e perfidia e di cui si è fatta carico in primis la socialdemocrazia, gli oppressi/e si sono trovati indifesi/e e spiazzati/e. Non hanno ragionato con la loro testa, non hanno nemmeno seguito l’istinto, ma hanno ascoltato le sirene del PD e della CGIL, hanno dato spazio alla “meritocrazia”, alla gerarchia…si sono prestati alla guerra fra poveri, stigmatizzando il collega che non rendeva abbastanza, che non era ligio all’azienda, l’impiegata che portava i bambini a scuola o faceva la spesa nell’orario di lavoro, come se questo non fosse lavoro….

Ora sono basiti, muti, inermi, dotati/e di strumenti inadeguati per rispondere ad un attacco così violento che investe ilmondo del lavoro….l’istruzione….la sanità…lo stato sociale..e questo attacco non ha solo valenza economica, ma è anche un attacco all’idea e alla pratica di comunità.

Il tessuto sociale ne è sconvolto: lavoratori/trici, contadini/e, donne, addette/i ai servizi….popoli del terzo mondo…sono tutti dentro un comune progetto di sfruttamento, questo sì diventato globale.

Dentro questo processo siamo tuti/e poveri/e, siamo tutti/e nelle mani di un potere che ci infantilizza, che ci plasma per uno sfruttamento in tutti i momenti della nostra vita.

Ad un attacco politico a tutto campo, la risposta non può che essere sullo stesso piano.

Le lotte devono essere immediatamente politiche, gli spazi di mediazione, di contrattazione, di richiesta sono stati rimossi dal neoliberismo.

Per ora ha vinto, ci ha tolto la parola, cambiato i riferimenti, azzerato la memoria.

Questo mondo si è convertito ai valori nazisti attraverso lo Stato etico e il suo sviluppo secondo moduli di guerra.

Le dimensioni del neoliberismo tendono ad occupare tutti gli spazi e, addirittura, a non avere niente al di fuori di se stesse.

Il mondo è, mai come oggi, minuscolo, ma hanno tolto al genere umano la fede, la speranza, la carità e la voglia di lottare. Non a caso oggi la guerra non è più la continuazione della politica con altri mezzi, ma è diventata la base stessa della politica e, pertanto, rappresenta un nuovo ordine che si riflette nei rapporti interni e nelle regole stesse della cittadinanza. Da qui il controllo sempre più serrato, la militarizzazione di intere aree geografiche, l’invasività della polizia e della magistratura. L’immigrazione non è un problema in più che si aggiunge a quelli che già ci sono nei vari paesi dell’Europa occidentale, ma è il prodotto legittimo e programmato, non solo per la soppressione delle economie di autosussistenza nei paesi del terzo mondo, non solo per le guerre interetniche e interconfessionali promosse volutamente, ma anche perché è funzionale dal punto di vista economico : disponibilità di manodopera a costo minimo, pressione sugli altri lavoratori attraverso il ricatto della facile alternativa e sostituzione, sfruttamento nel lavoro di cura a livelli di semischiavitù, come nel caso delle badanti e delle domestiche.

Il capitale, nella sua caratteristica principale che è quella autoespansiva,,è arrivato alla stagione neoliberista e, questa, non è tanto una tendenza quanto una necessità per garantire la propria sopravvivenza.

Per questo è necessario analizzare le modalità con cui si sviluppa e si presenta, per poterlo contrastare.

Ogni segmento della società che si confronta, sia pure da punti di vista differenti, con il sistema, nel momento in cui reclama democrazia e uguaglianza, deve fare i conti con il carattere antidemocratico di questa società.

La ripresa delle lotte sociali oggi diviene il passaggio fondamentale, tanto più in questa stagione in cui il capitale diventa sempre più parassitario e non accetta più nulla delle richieste dei cittadini/e, ma risponde con la repressione.

Ma dove c’è repressione c’è resistenza e dove c’è resistenza nasce una nuova cultura.

E, quest’ultima, smaschera la storia addomesticata e si riannoda al valore sovversivo delle lotte degli anni ’70.

E’ questo il senso del nostro impegno: costruire momenti di resistenza e di antagonismo, rimuovere un concetto di libertà tutto chiuso nell’ordinamento capitalistico e patriarcale così come oggi lo si conosce, un concetto di libertà ridotto ad emancipazionismo, a rituali vuoti e ripetitivi che si traducono in un asservimento volontario e che, perciò, diventa un concetto morto, mentre la libertà è un processo espansivo.

Per noi la liberazione significa liberare la libertà.

La libertà è un sottrarsi ai limiti dentro gli orizzonti che sono stabiliti dal capitale e dal neoliberismo, è produzione di soggettività, è un’alternativa alla colonizzazione neoliberista e patriarcale della vita, è capacità di rompere, in maniera autonoma e autofondante, con il comando.

Noi viviamo nella solitudine, nella miseria, nella paura e, invece, vogliamo vivere la nostra condizione esistenziale.

Per questo la libertà non è un desiderio o un auspicio, ma è necessaria come l’aria per vivere, è ribellione, rifiuto, è forza di dire no.

E’ una libertà che riesce a rappresentarsi nella sfera del linguaggio, nella sfera della comunicazione, nelle relazioni interpersonali, che è altro rispetto alla metabolizzazione dei valori capitalistici e patriarcali della società.

La libertà è un fondamento materiale, è lì come l’hanno creata la lotta di classe e la lotta di genere.

E’ lavoro vivo, non è concepita in termini di dono, ma di costruzione.

 

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