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prigionieri palestinesi

Lettere dal carcere di Ahmad Salem

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Lettura delle lettere dal carcere del palestinese Ahmad Salem

Ahmad Salem, 24enne palestinese cresciuto in uno dei più grandi campi profughi palestinesi, Al-Baddawi, ha lasciato il paese per cercare un futuro. Dopo un primo passaggio in alcune città europee, è arrivato in Italia e si è presentato alla commissione territoriale di Campobasso per richiedere la protezione internazionale.

In quell'occasione, durante la procedura di identificazione, mentre mostrava alcune fotografie dei propri documenti, il suo telefono è stato ispezionato. Al suo interno sono stati trovati un video pubblicato su TikTok, in cui denunciava il silenzio della comunità internazionale e dei Paesi arabi di fronte alla guerra a Gaza, alcune conversazioni private e video delle Brigate Al-Qassam, già disponibili online e rilanciati anche da diversi media italiani e non. Questi contenuti sono stati però motivo di arresto e, successivamente, della condanna a 4 anni di carcere per istigazione a delinquere e auto-addestramento con finalità di terrorismo, in applicazione delle nuove norme (dl sicurezza 2025) sul cosiddetto "terrorismo della parola".

Questa storia
 sembra voler equiparare il sostegno alla causa palestinese come terrorismo e ampliare con approccio repressivo e autoritario l'uso del diritto penale vorso chi resiste e dissente. Il solo possesso di materiale digitale è motivo oggi di arresto e detenzione.  
Inoltre, questa storia racconta anche la persecuzione delle istituzioni italiane verso le persone migranti trattate come minacce. Il desiderio di avere una vita vivibile viene trasformato in un inferno, quali sono le carceri italiane. 

Questa sentenza non è un caso isolato, ma il riflesso di una strategia repressiva che colpisce chiunque denunci il genocidio e l'occupazione della Palestina.

Libertà per Ahmad Salem
FREE PALESTINE

Per scrivere ad Ahmad Salem l'indirizzo è: 
Casa Circondariale di Rossano Calabro
Contrada Ciminata 1, 87064 Corigliano-Rossano (CS)

Gravissime le condizioni di Riyad Al-Bustanji nel Carcere di Bancali

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Durata

Una compagna dell'assemblea per la Palestina di Sassari denuncia le gravi condizioni di Riyad Al Bustanji nel carcere di Bancali a Sassari e ribadisce la necessità di mobilitazione per la libertà di tutti i prigionieri palestinesi.

di seguito il comunicato

GRAVISSIME LE CONDIZIONI DI RIYAD AL-BUSTANJI NEL CARCERE DI BANCALI: LA SUA VITA È A RISCHIO.
GIUSTIZIA PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI, GARANZIE E TUTELE
PER TUTTI I DETENUTI
Nella sezione “Alta Sicurezza 2” del carcere di Bancali è detenuto Riyad Al-Bustanji,
prigioniero politico palestinese e autorità religiosa che, dal 1994, si impegna a raccogliere
fondi a sostegno della popolazione palestinese.
Per questo motivo è stato accusato di terrorismo dai servizi segreti israeliani ed è
attualmente in *custodia cautelare a Sassari*, in condizioni detentive durissime, una prassi
già utilizzata per altri prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri italiane su mandato
di Israele come Abdelmuti Abunada, anche lui detenuto nel carcere di Bancali.
Riyad Al-Bustanji soffre di diverse patologie gravi che lo costringono a sottoporsi a visite
mediche molto frequenti. La famiglia, in una lettera al team legale di Al-Bustanji, denuncia le
importanti criticità a cui è sottoposto nella sua detenzione a Bancali, parlando di “gravi
negligenze che mettono a rischio la sua vita, la sua salute e i suoi diritti.”
Al-Bustanji, infatti, “soffre di frequenti crisi diabetiche, e non riceve tempestivamente il cibo o
i farmaci necessari, nonostante la sua condizione clinica non consenta alcun ritardo o
omissione nelle cure” come testimoniano i familiari.
“Inoltre - continua la famiglia - è affetto da una patologia prostatica e non sta ricevendo il
trattamento medico necessario, con il conseguente rischio di gravi complicazioni.”
La famiglia denuncia anche le condizioni all’interno dell’istituto, parlando di “temperature
insopportabilmente elevate”, e si fa presente che addirittura in queste condizioni
Al-Bustanji “è stato privato del ventilatore”.
Un contesto del genere, per una persona che soffre di ipertensione arteriosa, implica uno stato di grave sofferenza fisica e perenne.

La famiglia segnala, in aggiunta, che “il suo diritto alle comunicazioni telefoniche è oggetto di
restrizioni ingiustificate”, parlando di “limitazioni particolarmente severe che gli impediscono
di mantenere contatti regolari con la propria famiglia, nonostante tale diritto sia riconosciuto
e tutelato dalla legge.”
Per quanto riguarda il suo trasferimento al carcere di Sassari, esso ha comportato un
significativo peggioramento della possibilità di comunicare con la famiglia.
A differenza di quanto avveniva nel precedente istituto, non gli è più consentito parlare con
la stessa frequenza e le videochiamate sono state drasticamente ridotte: nell'arco di un
mese gliene sono state concesse soltanto due, mentre in precedenza ne effettuava sei ogni
mese.
“Per concludere, sua figlia, Saja, è affetta da un tumore della tiroide ed è sottoposta a cure
oncologiche.
Nel mese di agosto dovrà affrontare una terapia con iodio radioattivo; poter comunicare con
lei tramite videochiamata rappresenta quindi una necessità umana e psicologica
fondamentale, e non un semplice privilegio.Riteniamo che l'insieme di queste circostanze costituisca una palese violazione dei diritti del
detenuto alla salute, alla dignità e alla tutela legale.” conclude la famiglia.
Pretendiamo che Riyad Al-Bustanji abbia immediato accesso alle cure mediche, a
un'alimentazione adeguata, al diritto di comunicare con i propri familiari e a condizioni di
detenzione che rispettino le sue necessità.
Le istituzioni, sia politiche che religiose, i garanti dei detenuti e le autorità giudiziarie hanno
la facoltà di entrare anche nei reparti di Alta Sicurezza, dove è ingiustamente incarcerato
Al-Bustanji, e verificare che le condizioni di dignità umana vengano rispettate per lui e per
tutti gli altri detenuti.
Recentemente, Irene Testa, la garante dei detenuti in Sardegna, ha già denunciato le
condizioni estremamente critiche che vivono i detenuti del carcere di Bancali: mancanza di
medicinali, sovraffollamento, mancanza di personale adeguato per seguire casi di difficoltà
psicofisica. Anche Antigone Sardegna ha denunciato le gravi condizioni in cui versano i
detenuti con il caldo estremo che sta colpendo la nostra isola da mesi a causa del
cambiamento climatico.
Chiediamo alla politica sarda, alla garante dei detenuti della Sardegna Irene Testa, alle
istituzioni giudiziarie che vengano accertate le condizioni di Riyad Al-Bustanji e che vengano
migliorate immediatamente. Quanto denunciato dalla famiglia di Al-Bustanji è gravissimo,
disumano, e profondamente ingiusto. Chiediamo che anche le condizioni di tutti gli altri
detenuti vengano accertate e che si intervenga immediatamente sul loro miglioramento.
Chiediamo, infine, che venga fatta chiarezza sulle modalità di incarcerazione e accusa
subite da Al-Bustanji, e che siano garantite tutte le condizioni per un giusto processo.
Culleziu contra a la Gherra
Giovani Palestinesi Sardegna
Amicizia Sardegna-PalestinaLa famiglia segnala, in aggiunta, che “il suo diritto alle comunicazioni telefoniche è oggetto di
restrizioni ingiustificate”, parlando di “limitazioni particolarmente severe che gli impediscono
di mantenere contatti regolari con la propria famiglia, nonostante tale diritto sia riconosciuto
e tutelato dalla legge.”
Per quanto riguarda il suo trasferimento al carcere di Sassari, esso ha comportato un
significativo peggioramento della possibilità di comunicare con la famiglia.
A differenza di quanto avveniva nel precedente istituto, non gli è più consentito parlare con
la stessa frequenza e le videochiamate sono state drasticamente ridotte: nell'arco di un
mese gliene sono state concesse soltanto due, mentre in precedenza ne effettuava sei ogni
mese.
“Per concludere, sua figlia, Saja, è affetta da un tumore della tiroide ed è sottoposta a cure
oncologiche.
Nel mese di agosto dovrà affrontare una terapia con iodio radioattivo; poter comunicare con
lei tramite videochiamata rappresenta quindi una necessità umana e psicologica
fondamentale, e non un semplice privilegio.Riteniamo che l'insieme di queste circostanze costituisca una palese violazione dei diritti del
detenuto alla salute, alla dignità e alla tutela legale.” conclude la famiglia.
Pretendiamo che Riyad Al-Bustanji abbia immediato accesso alle cure mediche, a
un'alimentazione adeguata, al diritto di comunicare con i propri familiari e a condizioni di
detenzione che rispettino le sue necessità.
Le istituzioni, sia politiche che religiose, i garanti dei detenuti e le autorità giudiziarie hanno
la facoltà di entrare anche nei reparti di Alta Sicurezza, dove è ingiustamente incarcerato
Al-Bustanji, e verificare che le condizioni di dignità umana vengano rispettate per lui e per
tutti gli altri detenuti.
Recentemente, Irene Testa, la garante dei detenuti in Sardegna, ha già denunciato le
condizioni estremamente critiche che vivono i detenuti del carcere di Bancali: mancanza di
medicinali, sovraffollamento, mancanza di personale adeguato per seguire casi di difficoltà
psicofisica. Anche Antigone Sardegna ha denunciato le gravi condizioni in cui versano i
detenuti con il caldo estremo che sta colpendo la nostra isola da mesi a causa del
cambiamento climatico.
Chiediamo alla politica sarda, alla garante dei detenuti della Sardegna Irene Testa, alle
istituzioni giudiziarie che vengano accertate le condizioni di Riyad Al-Bustanji e che vengano
migliorate immediatamente. Quanto denunciato dalla famiglia di Al-Bustanji è gravissimo,
disumano, e profondamente ingiusto. Chiediamo che anche le condizioni di tutti gli altri
detenuti vengano accertate e che si intervenga immediatamente sul loro miglioramento.
Chiediamo, infine, che venga fatta chiarezza sulle modalità di incarcerazione e accusa
subite da Al-Bustanji, e che siano garantite tutte le condizioni per un giusto processo.
Culleziu contra a la Gherra
Giovani Palestinesi Sardegna
Amicizia Sardegna-Palestina
Associazione dei Palestinesi in Italia
UNIGCOM
Unica per la Palestina
Associazione dei Palestinesi in Italia
UNIGCOM
Unica per la PalestinaGravissime le condizioni di Riyad Al-Bustanji nel Carcere di Bancali

 

Colpevoli di Palestina

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Sabato 18 luglio h 17 presidi ai carceri di Melfi,Terni,Rossano,Ferrara,Sassari

per i prigionieri palestinesi detenuti in Italia:

MOHAMMAD HANNOUN, RAED DAWOUD, YASER ELASALY, RYAD ALBUSTANJI, ANAN YAEESH, AHMAD SALEM,  ABDELMUTI ABUNADA

per chiedere la loro liberazione, portare solidarietà e sostegno; diamo voce dai microfoni della Radio ai compagni che stanno organizzando i Presidi.

 

 

 

 

 

Colpevole di Palestina

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Durata

Parliamo della realtà attuale dei compagni palestinesi nelle carceri italiane, in particolare della situazione di Anan Yaeesh, della cui condanna in primo grado siamo da tempo in attesa delle motivazioni. Anan è attualmente detenuto nel carcere di Melfi, dove è stato fatto oggetto di una serie di restrizioni e limitazioni. In particolare, nello scorso giugno, Anan ha ricevuto una sanzione disciplinare dopo aver protestato per l'esclusione dei detenuti di fede cristiana dai momenti di convivialità e socialità previsti per una festività islamica, diversamente da quanto normalmente accade per le ricorrenze cristiane. Domani, 2 Luglio alle h 10.00, si celebrerà in Cassazione un'udienza relativa alla ricorso presentato da Anan per la revoca del suo permesso di soggiorno,  per protezione speciale, che gli è stato revocato nel momento in cui si è trovato sotto processo in Italia. 

Gaza: appello per il rilascio del Professore Mahmoud Al-Najjar

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Mahmoud Al-Najjar è l’unico sopravvissuto del suo nucleo familiare. Durante la guerra ha perso i genitori, la moglie Alaa Salem e i suoi quattro figli, Yazan, Rinad, Mohammed e Amr, a causa di un bombardamento israeliano. Atiya Al-Najjar, fratello di Mahmoud, ha dichiarato che la famiglia è venuta a conoscenza del suo arresto oggi tramite uno dei colleghi che lo accompagnavano nella missione. Quest’ultimo ha riferito che le forze israeliane hanno fermato Mahmoud al valico di frontiera e lo hanno condotto in una località sconosciuta, mentre una studentessa che era stata trattenuta insieme a lui è stata successivamente rilasciata. Ha inoltre spiegato che suo fratello era diretto all’Università di Roma Tor Vergata, che lo attendeva per l’inizio del suo programma accademico, dopo che era finalmente riuscito a ottenere il permesso di viaggio e tutte le autorizzazioni ufficiali necessarie, al termine di mesi di tentativi e procedure amministrative.

La famiglia, ha aggiunto, non ha ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale riguardo al luogo di detenzione o ai motivi dell’arresto. Per questo motivo sta cercando di contattare diverse organizzazioni internazionali, tra cui il Comitato Internazionale della Croce Rossa e l’Ambasciata d’Italia, per ottenere informazioni sul suo destino e lavorare per il suo rilascio. L’arresto di Mahmoud Al-Najjar assume una particolare dimensione umana, poiché egli è l’unico sopravvissuto della sua famiglia. Durante la guerra ha perso i genitori, la moglie Alaa Salem e i quattro figli, Yazan, Rinad, Mohammed e Amr, in seguito a un bombardamento israeliano che ha colpito la loro abitazione nel campo profughi di Jabalia.

Nonostante il dolore e la gravissima perdita subita, Mahmoud ha continuato il suo percorso accademico e di ricerca. Ha collaborato con diversi studiosi palestinesi a progetti riguardanti l’utilizzo di applicazioni di cloud computing e l’impiego delle tecnologie di intelligenza artificiale per sostenere gli interventi di soccorso e la futura ricostruzione della Striscia di Gaza. Durante il conflitto, Mahmoud Al-Najjar ha completato tre libri nel campo dell’amministrazione aziendale, oltre a numerose ricerche accademiche. Ha inoltre proseguito lo sviluppo del suo progetto di ricerca dedicato all’impiego dell’intelligenza artificiale a supporto della gestione strategica della fase di ricostruzione della Striscia di Gaza. Secondo Atiya Al-Najjar, l’opportunità di studio in Italia rappresentava per Mahmoud un nuovo inizio dopo la tragedia vissuta, soprattutto perché aveva soddisfatto tutti i requisiti richiesti per il viaggio e ottenuto le necessarie autorizzazioni nell’ambito di un programma accademico ufficiale. Tuttavia, la famiglia è stata sorpresa dalla notizia del suo arresto durante l’attraversamento del valico.

La famiglia Al-Najjar ha rivolto un appello urgente alle organizzazioni internazionali e alla missione diplomatica italiana affinché intervengano per chiarire il suo destino e garantire il suo rilascio. Ha inoltre sottolineato che Mahmoud aveva lasciato Gaza esclusivamente per proseguire il proprio percorso accademico nell’ambito di accordi ufficiali e che, fino a questo momento, non gli è stata fornita alcuna spiegazione riguardo alle ragioni del suo arresto.

Thiago e Saif: un aggiornamento

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In collegamento con Tatiana avvocata del Legal Team della Flotilla diamo un aggiornamento sulla situazione di Thiago e Saif, per cui il tribunale israeliano ha disposto il prolungamento della detenzione di altri 6 giorni, sino a domenica 10 maggio, rigettando la richiesta di appello,  mentre rimangono ancora incomprensibilmente secretati i documenti alla base dell'accusa. Di Thiago, che oggi ha perso la madre, non si hanno notizie. Saif, invece, ha intrapreso oggi lo sciopero della sete, che si aggiunge a quello della fame che aveva  iniziato il 4 maggio. Non dobbiamo permettere a Israele di dire che Saif, in questo modo, sta mettendo a rischio la sua stessa vita, ma dobbiamo fare di tutto per arrivare alla liberazione sua, di Thiago e di tutti i prigionieri palestinesi. Grande attenzione va prestata anche alla ripartenza della Global Sumud Flotilla, prevista per domani, che va protetta in ogni modo da nuovi attacchi israeliani.

Ahmad libero. La resistenza non si processa

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Ahmad Salem, 24 anni, originario dei territori palestinesi, è detenuto da oltre 9 mesi nella casa circondariale di Corigliano-Rossano, in Calabria, in attesa di giudizio. Gli sono contestati gli articoli 414 e 270‑quinquies del codice penale (istigazione a delinquere e autoaddestramento con finalità di terrorismo), sulla base di video e frasi estrapolati e decontestualizzati dal suo telefono. Le accuse e il conseguente arresto sono avvenute durante i procedimenti di richiesta di protezione internazionale, presso la Questura di Campobasso. 
L’applicazione di tali norme solleva interrogativi significativi sul confine tra libertà di espressione e repressione penale e visibilizza in questo caso e ancora una volta, la postura razzista, islamofoba e coloniale dello Stato e delle sue istituzioni repressive. 
Il 10 marzo, terremo un presidio e un’assemblea pubblica di solidarietà davanti al tribunale. L’avvocato Flavio Rossi Albertini, difensore di Ahmad, sarà in udienza e ha presentato ricorso in Cassazione sollevando la questione di costituzionalità dell’articolo 270‑quinquies, noto come “terrorismo della parola”, introdotto con il “DL Sicurezza” (ex DDL 1660) ad aprile 2025, ampliando ulteriormente il margine repressivo in Italia.
Già lo scorso 20 gennaio 2026, davanti al Tribunale di Campobasso, si è svolto un presidio di solidarietà promosso dal Movimento 4 Settembre e da solidali. In quell’occasione, l’udienza è stata rinviata al 10 marzo per una ragione tecnica: i periti nominati da accusa e difesa non avevano ancora completato la traduzione e l’interpretazione dei materiali in arabo (video e messaggi), considerati centrali per l’accusa. L’elaborato peritale sarà ora discusso nel merito nell’udienza di martedì.
Le autorità italiane hanno descritto Ahmad come un “jihadista” che incitava all’odio sostenendo che sul suo telefono fossero presenti “materiali istruttivi” utili a fini terroristici. 
Al centro delle indagini che hanno poi portato alla misura cautelare a maggio 2025, vi sono un paio di frasi decontestualizzate estratte da un video, in arabo, di otto minuti, pubblicato online, in cui Ahmad invitava alla mobilitazione contro il genocidio a Gaza, alla resistenza in Cisgiordania e a alle proteste in Libano; criticando l’immobilismo del mondo arabo e musulmano.
Quanto ai presunti “video istruttivi”, si tratta in realtà di filmati degli attacchi della resistenza palestinese a Gaza contro mezzi militari israeliani, già pubblicamente diffusi. Nessuno di questi materiali contiene indicazioni tecniche o addestrative come sostenuto dall’accusa.
La struttura di alta sicurezza di contrada Ciminata Greco è tra i principali istituti del Mezzogiorno dedicati a detenuti classificati di Alta Sicurezza (AS ) o coinvolti in procedimenti complessi legati al terrorismo.
Il caso di Ahmad si inserisce in un contesto politico e giuridico più ampio: lo Stato italiano sta adottando strumenti repressivi sempre più stringenti, colpendo non solo le lotte sociali e il movimento di solidarietà, ma anche ogni espressione di appoggio alla Palestina e al diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. 
Siamo consapevoli che la repressione colpisce maggiormente e in maniera più violenta le persone razzializzate, le persone musulmane e chi subisce la violenza delle frontiere: la storia di Ahmad è penosamente emblematica in questo senso. Come sostiene il suo avvocato, le persone bianche con documenti italiani non si troverebbero mai nella situazione di reclusione in cui si trova Ahmad e non subirebbero le stesse accuse, a parità di prove. 
Inoltre, il recente DL Sicurezza consolida ulteriormente le misure repressive, rischiando di esacerbare gli abusi e le limitazioni della libertà di espressione ed è in discussione il disegno di legge Romeo-Del Rio-Gasparri-Scalfarotto  sull’antisemitismo, ennesima legge bavaglio che prova a tacitare le legittime proteste contro Israele.

l ddl adotta infatti ufficialmente la definizione di antisemitismo che ne dà l’IHRA (Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto), che associa ambiguamente la discriminazione nei confronti degli ebrei (antisemitismo), alla legittima critica allo Stato di Israele (antisionismo).

Martedì 10 marzo, presidio solidale davanti al tribunale  di Campobasso  (presidio dalle 11:30, udienza ore 12:00)
Invitiamo tutte le persone solidali alla causa palestinese, cittadinx, studentx, associazioni e realtà sociali e sindacali a partecipare al presidio alle 11:30 davanti al tribunale, in piazza Vittorio Emanuele a Campobasso.
Difendere Ahmad oggi significa difendere la libertà di tutte e tutti.

Per l'autodeterminazione della popolazione palestinese

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Con un compagno dell'UDAP, commentiamo la risoluzione 2803/2025 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che, in un'ottica di assoluta riaffermazione coloniale, "accoglie con favore" il cd. Piano globale di Pace di Trump, sostanzialmente volto a legittimare l'occupazione israeliana e a cancellare qualsiasi forma di autodeterminazione della popolazione palestinese. Parliamo poi del rapporto "Deaths of Palestinians in Israeli custody: enforced disappearances, systematic killings and cover-ups”, recentemente pubblicato dall'organizzazione israeliana Medici per i Diritti umani, che denuncia le terribili condizioni dei prigionieri palestinesi, rapiti dalle proprie case, dalle strade, dalle città e deportati nelle carceri israeliane, dove vengono torturati e uccisi, descrivendo un dispositivo di repressione che ha acquisito sempre maggiore violenza a partire dal 7 ottobre 2023. Concludiamo la corrispondenza riflettendo sulle conclusioni della Sesta Conferenza dell'Unione delle Comunità e Istituzioni palestinesi in Europa, che si è svolta lo scorso fine settimana a Madrid. Di seguito,ne  riportiamo integralmente il testo della Dichiarazione finale: 

"Madrid – 14-15 novembre 2025

La conferenza si è tenuta in un clima di elevata responsabilità nazionale, in concomitanza con l’aggressione in corso contro Gaza e l’escalation dei crimini di occupazione in Cisgiordania e a Gerusalemme. Ciò ha conferito ai suoi lavori un carattere militante e storico, riflettendo l’entità della sfida che il nostro popolo deve affrontare in patria e nella diaspora.

All’inizio dei lavori, la conferenza ha reso omaggio al popolo palestinese in patria e nella diaspora, al popolo tenace ed eroico di Gaza che affronta una guerra di sterminio sistematica e incessante da oltre due anni, alla Cisgiordania che resiste fermamente agli attacchi dei coloni e all’aggressione crescente, alla giudaizzazione e all’espansione degli insediamenti, a Gerusalemme che è soggetta a sistematici attacchi e alla profanazione dei suoi luoghi santi, e ai territori palestinesi occupati all’interno di Israele che affrontano continue politiche di repressione e discriminazione razziale. La conferenza ha inoltre reso omaggio alle comunità palestinesi in tutto il mondo, in particolare in Europa, che hanno continuato il loro lavoro in difesa dei diritti del popolo palestinese e della sua giusta causa, e nel sostegno al movimento di solidarietà internazionale.

La conferenza ha espresso il suo più profondo orgoglio e rispetto per i martiri del nostro popolo, che hanno irrigato il suolo della patria con il loro sangue puro, per gli eroici prigionieri nelle carceri dell’occupazione e per i feriti che hanno sopportato sofferenze in difesa della dignità della Palestina e del diritto del suo popolo al ritorno, alla libertà e all’indipendenza.

La conferenza ha reso omaggio ai movimenti di solidarietà in tutto il mondo, in particolare in Europa, che si sono schierati al fianco del popolo palestinese e hanno contribuito a contrastare la guerra di sterminio e i crimini dell’occupazione.

Durante i suoi dibattiti, la conferenza ha sottolineato la necessità che la comunità internazionale si impegni per porre fine all’occupazione del territorio palestinese occupato, che costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale. Ciò include la fine della realtà imposta alla Striscia di Gaza e l’obbligo per la potenza occupante di adempiere alle proprie responsabilità legali ai sensi del diritto internazionale, tra cui la revoca dell’assedio imposto alla Striscia, l’apertura del valico di Rafah e il permesso di ingresso di tutti i beni di prima necessità senza restrizioni o condizioni.

La conferenza ha affermato che le operazioni di soccorso devono essere gestite esclusivamente dalle istituzioni palestinesi e dalle agenzie delle Nazioni Unite, e ha respinto qualsiasi interferenza da parte di istituzioni gestite dalle potenze occupanti o straniere.

L’Unione ha affermato il suo pieno sostegno all’unità nazionale palestinese e ha sottolineato che l’amministrazione della Striscia di Gaza e i suoi affari interni sono una questione puramente palestinese, senza alcuna tutela o interferenza esterna.

La conferenza ha riaffermato il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, alla libertà e all’indipendenza.

La conferenza si è impegnata a contrastare la normalizzazione con l’occupazione e a contrastare l’ingerenza israeliana negli affari europei. Ha sottolineato la necessità di recidere tutti i legami politici, militari, economici e culturali con l’entità sionista, compresi i boicottaggi accademici ed economici.

I partecipanti alle sessioni della conferenza hanno discusso le modalità per sostenere la fermezza del popolo palestinese sulla propria terra, i meccanismi per affrontare i crimini dell’occupazione nei forum europei e per attivare il ruolo palestinese in Europa a livello politico, mediatico e legale.

La conferenza ha esaminato il lavoro dell’Unione tra le due conferenze e le precedenti risoluzioni. È stato eletto un nuovo Segretariato Generale dell’Unione, guidato dal Dott. Salah Zaqout. La conferenza ha approvato un programma d’azione nazionale che includeva compiti esecutivi per la fase successiva, volti a rafforzare la presenza palestinese in Europa e a sostenere la lotta del nostro popolo per la libertà e il ritorno. Ha adottato una strategia d’azione per la fase successiva e ha ribadito quanto segue:

Affrontare il genocidio nella Striscia di Gaza e le sue ripercussioni con tutti i mezzi di lotta.

Impegno a contrastare la normalizzazione con l’occupazione e a contrastare l’ingerenza israeliana negli affari europei.

Necessità di proseguire gli sforzi per recidere tutti i legami militari e politici con l’entità sionista e imporre un boicottaggio economico, culturale e accademico dell’occupazione sionista.

Riaffermando il proprio impegno a proseguire la lotta nelle arene europee in difesa della giustizia e della libertà.

Espandere la propria presenza e influenza nel sostenere la fermezza del nostro popolo.

Intensificare gli sforzi per chiamare le autorità di occupazione sionista a rispondere delle proprie azioni a tutti i livelli politici e militari, garantendo giustizia alle vittime del nostro popolo palestinese e ponendo fine alle sofferenze del nostro popolo a causa del genocidio.

Gloria ai martiri, libertà ai prigionieri e una pronta guarigione per i feriti… e il diritto al ritorno è inalienabile.

Unione delle Comunità e Istituzioni Palestinesi in Europa

Madrid – 16 novembre 2025"

Il racconto di Suaad prigioniera palestinese

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In studio con l’autrice, Suaad Genem, presentiamo il libro “Il racconto di Suaad, prigioniera palestinese”, pubblicato da Edizioni Q nel 2024. Suaad Genem è nata nel 1958 ad Haifa e, dopo aver studiato Giurisprudenza, ha conseguito il Dottorato in Diritto Internazionale all’Università di Exeter, nel Regno Unito. Suaad è stata incarcerata tre volte nelle prigioni israeliane, rispettivamente nel 1979, nel 1983 e nel 1991. Il libro racconta le memorie del carcere, la solidarietà e le lotte delle prigioniere per difendere il loro diritti, lo sfruttamento, le tecniche usate per indurre le prigioniere a confessare fatti, opinioni e idee, i traumi che la prigionia lascia, i ricordi che riaffiorano nei momenti difficili…

La Sardegna in solidarietà con Gaza

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In una corrispondenza con un compagno palestinese dalla Sardegna, ribadiamo la necessità di tenere alta l'attenzione su quanto accade a Gaza, anche a fronte dell'attacco israeliano all'Iran. A Gaza, infatti, si succedono, giorno dopo giorno, i massacri della popolazione palestinese, ammassata in attesa di cibo e aiuti. Le cosiddette "campagne umanitarie" sono diventate strumento di uccisioni di massa organizzate, usate per radunare civili assediati e affamati sotto la copertura di promesse umanitarie, trasformandoli poi in bersagli diretti del fuoco israeliano. Si tratta di un meccanismo di uccisione deliberato, orchestrato sotto una falsa copertura umanitaria, e deve essere denunciato e contrastato con ogni mezzo.

La riflessione si allarga quindi alla brutale repressione dei prigionieri politici palestinesi, in atto con sempre maggiore violenza all'interno dei centri di detenzione israeliani (più di 9000 persone a partire dal 7 ottobre), alla situazione in Cisgiordania e, più in generale, alla situazione geopolitica successiva all'attacco di Israele all'Iran.