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La Parentesi del 13/1/2016 "Mala tempora currunt"

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“Mala tempora currunt”    Immagine rimossa.

Continuano le trattative tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea per il TTIP. La prima considerazione che balza agli occhi è che  continuano ad essere segrete. Un trattato che avrà ripercussioni importanti nella vita di milioni di persone viene condotto segretamente. Alla faccia di quelli/e che si riempiono la bocca di parole come democrazia, rappresentatività, partecipazione.

Non è necessario ricordare qui cos’è il TTIP: un attacco a tutto campo alla sovranità dei singoli paesi che minerà le possibilità di sopravvivenza di interi settori economici e industriali nonché un attacco a tutto campo alle conquiste alimentari, sociali, culturali ottenute nei singoli Stati europei. Il TTIP è una vera e propria Nato economica.

La Nato, di fatto, detta la linea politica estera agli Stati aderenti all’Unione Europea. Il TTIP lo farà anche nel campo economico.

Non è sufficiente dire che le lobby delle multinazionali anglo americane fanno pressione, è necessario dire che le stesse dettano l’agenda. Questo non è una novità negli USA dove le multinazionali dirigono la politica in maniera compiuta dai tempi dell’assassinio di J.F.Kennedy. Già Eisenhower, che pure veniva dall’esercito, nel discorso di commiato alla fine del suo mandato presidenziale, denunciò l’invadenza e qualche cosa di più dell’apparato militare industriale. L’espansione e la sempre maggior forza politico-economica che questo settore avrebbe raggiunto nei paesi capitalisti è stata analizzata e raccontata con estrema chiarezza da Rosa Luxemburg.

L’apparato militare industriale statunitense detta ora la politica estera dell’UE tramite il grimaldello della NATO . E si cerca di estendere questa ingerenza diretta  in tutti i campi tramite il cavallo di troia del TTIP. Di fronte all’importanza e alle devastanti conseguenze di questa operazione, colpisce il silenzio e la disattenzione in Italia rispetto al tema, non solo da parte dei media ma anche del movimento antagonista. Certo, i primi sono schierati, interessati e parte integrante del sistema, ma la  disattenzione del movimento è preoccupante .

L’unico paese dove il dibattito è forte e ci sono state imponenti manifestazioni di piazza contro il TTIP è la Germania dove il governo, che è espressione degli interessi dell’industria manifatturiera ed esportatrice, mettendo al primo posto gli interessi di quest’ultima con evidenti riflessi occupazionali, mostra poca propensione all’adesione al TTIP. Perciò balza agli occhi che l’SPD nel suo ultimo congresso, nel dicembre del 2015 dei tanti temi che poteva e avrebbe dovuto affrontare, ha trovato il tempo di discutere e di sancire formalmente per iscritto la sua disponibilità all’ adesione al TTIP.

Qualcuno potrebbe definire questa scelta improvvida dato che va contro gli interessi della Germania e non tiene conto degli umori e delle scelte dei tedeschi. Ma il gruppo dirigente dell’SPD queste cose le sa: Evidentemente ha puntato sull’influenza a tutto campo degli Stati Uniti e spera di eliminare Angela Merkel e di andare al potere da solo con una soluzione all’italiana.

Mala tempora currunt. E’ necessario mettere all’ordine del giorno lo smascheramento e la sconfitta politica della socialdemocrazia che naturalizza nei paesi europei il neoliberismo che vuol dire realizzare compiutamente in Europa la società americana. E passaggio fondamentale è l’uscita dell’Italia dalla Nato

 

Parentesi del 2/12/2015 "Impero e aristocrazia"

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Impero e aristocrazia

Immagine rimossa.   E’ evidente che ci sono tensioni fortissime nel mondo occidentale che scaturiscono dal tentativo, per molti versi riuscito, di costituire un’aristocrazia multinazionale che si propone di imporsi come soggetto contrattuale con la super potenza statunitense. In Europa l’iperborghesia annidata nelle multinazionali sta smantellando le forze sindacali e partitiche che si oppongono al neoliberismo e, quest’ultimo, significa disoccupazione, povertà, annullamento dello Stato sociale, venuta meno della sanità pubblica, del pensionamento generalizzato, della contrattualizzazione del salario. Tutto questo passa anche, necessariamente, attraverso la repressione e una cultura securitaria che colpiscono particolarmente i gruppi politici e le forze sociali che più contrastano il neoliberismo. La repressione, in tutte le sue articolazioni, sottolinea e caratterizza questo momento storico dell’autoespansione del capitale. E la repressione si colloca nello squilibrio fra strutture nazionali statuali e la ricomposizione capitalistica di fondo che è permeata dallo scontro fra multinazionali e Stati per la ricollocazione delle gerarchie capitalistiche che vedono gli Stati Uniti con il loro alleato inglese, all’offensiva e l’unico interlocutore è l’aristocrazia sovranazionale, l’iperborghesia, che vuole portare in dote al matrimonio la “testa” del mondo del lavoro. Il programma di classe oggi passa, oltre che su obiettivi e scadenze di lotta, anche su una valutazione degli equilibri, degli scontri, dei rapporti di forza che lo sviluppo globale presenta. Questa attenzione non è secondaria perché ne scaturisce la possibilità di porre qualche ostacolo alla voracità con cui l’iperborghesia si serve della socialdemocrazia come arma politica. Oggi, ci troviamo di fronte ad una situazione che non è più il lavoro in fabbrica a determinare i rapporti sociali bensì la messa al lavoro della società e, quindi, lo sfruttamento di tutti coloro che nella società sono attivi.

La classe operaia non ha mai amato il lavoro salariato in fabbrica, lavorare in fabbrica era ed è una terribile oppressione, un’esasperazione della sofferenza e dello sfruttamento della vita. Oggi, questo si è dilatato ed è uscito dalla fabbrica e si è generalizzato nella società tutta. Il blocco sociale che ha dominato l’Italia e i paesi occidentali finora si è rotto per scelta unilaterale dell’iperborghesia. Il capitalismo nella stagione neoliberista e la sovranità imperiale nella sua accezione più compiuta, cioè gli Usa come Stato del capitale, hanno bisogno di controllare la nostra intera esistenza a tutto campo anche con riferimento ai desideri e ai modi di vita e questo si sviluppa attraverso determinazioni gerarchizzanti sempre più forti. Pertanto, le guerre umanitarie sono sempre più insistenti e pesanti e non sono altro che modalità di intervento politico.

C’è una diretta correlazione tra la sottomissione dei lavoratori all’interno dei singoli paesi occidentali, tra le politiche di ristrutturazione interna e l’imposizione e la transizione nei paesi del terzo mondo da regimi “totalitari” a regimi così detti “democratici”.

Paradossalmente, ma purtroppo è così, lo scontro è solo nell’ambito del capitale. Si tratta di sapere chi sarà alla guida dell’Impero, se saranno gli americani in quanto nazione o l’aristocrazia sovranazionale. Pertanto, viviamo all’interno di un interregno capitalistico nel quale si svolge una guerra per comprendere chi dovrà governare, quali sono le trasformazioni delle filiere del comando e di ridefinizione delle classi sociali.

Dobbiamo nuovamente dire e riconoscere che cosa sia il potere e che cosa sia lo sfruttamento e su questo versante, possiamo capire chi è il nostro nemico e chi il nostro compagno.

Dobbiamo leggere che cosa sono divenuti i concetti di guerra e pace, di Stato-Nazione, di cittadinanza e diritti, di privato e di pubblico, ed ancora Nazioni Unite e diritto internazionale. E intorno alla consapevolezza di questi nodi, da come prendiamo posizione all’interno del passaggio storico nel quale viviamo, noi siamo in grado di scegliere amici e compagni/e di lotta, noi per i quali la libertà politica, l’amore per l’uguaglianza sociale, la resistenza contro il potere e il rifiuto della povertà camminano insieme.

La guerra che oggi ci è imposta investe la vita di tutti/e e di questo dobbiamo prendere coscienza, passaggio ineludibile per sperare di trasformarla in un movimento di lotta per la liberazione. Non c’è alternativa a questo obiettivo, non è possibile pensare la rivoluzione senza tutti i soggetti che possono contribuire alla sua realizzazione. Dobbiamo rimuovere con forza quella che è una delle caratteristiche del neoliberismo, cioè il concetto che povertà, gerarchia sociale, colonialismo siano una sorta di darwinismo economico-politico che, in definitiva, non è altro che un ritorno all’ottocento. Tanto più in una stagione in cui la guerra è divenuta la base stessa della politica, guerra interna ed esterna.

Da qui la necessità di riprendere le fila dell’analisi di classe a partire dai temi della teoria, della linea, del programma. In definitiva del progetto della rivoluzione.

Non c’è separazione tra economia, mercato mondiale, temi internazionali e rapporti interni agli Stati nazione e, quindi, con le stesse regole dei rapporti sociali di cittadinanza e, in definitiva, di classe.

Nell’impero e intendiamo quello a guida statunitense, aree di mercato organizzate sono auspicabili, ma gerarchizzate dentro e sotto lo sviluppo del comando imperiale. E questo vale anche per l’Europa che è la più importante fra le varie potenze continentali.

Siamo di fronte a una storia di amore e odio fra gli Stati Uniti e l’Europa e quando diciamo Europa è chiaro che l’Inghilterra non ne fa parte. In questa situazione l’iperborghesia europea si scontra con lo Stato del capitale dentro un equilibrio instabile. Questo è il senso della lettura diversa delle sanzioni alla Russia e degli attacchi all’economia tedesca, ammantati da nobili motivazioni.

Da un lato lo Stato del capitale presenta una proposta imperiale unilaterale nel suo progetto di dominio del mondo, dall’altro le iperborghesie europee multinazionali tentano di costruire una relativa indipendenza. Quindi l’Europa si trova oggettivamente collocata su di un terreno che non sempre coincide con gli interessi imperiali statunitensi. E’ su un terreno così pregnante che si può leggere l’attacco americano ai tentativi di quegli Stati europei che tentano di tutelare gli interessi delle loro iperborghesie. L’indipendenza europea all’imperialismo americano non è possibile a livello militare, ma cerca di realizzarsi nel differenziarsi rispetto alle scelte settoriali, ma anche questo è reso difficile dalla minaccia non solo militare, ma anche dalle ritorsioni economiche mascherate da provvedimenti a tutela dell’ambiente, dello sport, del diritto internazionale.

Ad oggi, lo scontro è impari perché la struttura imperiale statunitense non è semplicemente uno spazio geografico, ma costituisce un’unità di potere che si irradia in tutte le sfere e in tutti i paesi e pertanto non è soltanto un ritorno all’ottocento, ma è anche un nuovo feudalesimo fondato sull’azione unilaterale americana  che auspica ed è organizzata per ridurre gli stati nazionali a feudi da dare in gestione alle aristocrazie multinazionali locali il cui compito principale è configurare la legittimità imperiale. In pratica gli Stati Uniti accettano le aristocrazie nazionali, le iperborghesie locali, ma nell’ambito di una organizzazione piramidale.

Il primo passo è la rimozione del personale politico locale-nazionale e la sua sostituzione con funzionari politici che accettano in toto il neoliberismo nell’accezione e versione statunitense.

Questi, a loro volta, a cascata, rimuoveranno dai vertici delle grandi aziende statali e parastatali il personale tecnico dirigenziale già selezionato con i criteri che facevano riferimento al vecchio e sconfitto blocco sociale, con funzionari che tradurranno nel loro ambito le direttive governative che, a loro volta, naturalizzano gli interessi statunitensi nei rispettivi paesi. Non sono immuni da questo tornado le grandi aziende private e le organizzazioni internazionali di qualunque tipo, comprese quelle sportive. Nei loro confronti si sparerà con inchieste, denunce, multe, che ne piegheranno ogni velleità autonoma, rimuovendole o consegnandole a personale dirigente ossequioso e servile agli interessi della “casa madre”, cioè degli Stati Uniti. E’ con questa lente che dobbiamo leggere tanti avvenimenti perché il filo nero che li collega è molto più facile da rilevare di quanto tanti/e non propriamente in buona fede non facciano.

Essere attenti/e alla lettura non è soltanto un momento teorico-intellettuale, ma è un’esigenza di sopravvivenza per il mondo tutto visto che gli Usa, che spingono per un dominio unilaterale del mondo, sono guidati dalle multinazionali anglo-americane e queste ultime non hanno nessun tipo di remora, davanti a niente.

Trasmissione dell'11/11/2015 "TTIP" e "25 novembre"

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“I Nomi delle Cose” /Puntata dell’11/11/2015 “TTIPImmagine rimossa.  e “La coordinamenta verso il 25 Immagine rimossa.novembre”

 

“Mi dicevano
è meglio se sorridi a bocca chiusa.
Mi dicevano è
meglio se ti tagli i capelli lunghi,
così crespi,
sembri ebrea.
Mi zittivano nei ristoranti
guardandosi intorno
mentre gli specchi sopra il tavolo
riverberavano beffardi in infiniti
riflessi un volto rozzo, squadrato.
Mi chiedevano perchè
quando cantavo per le strade.
Loro alti, grandi al tè
coi loro modi melliflui, didattici
io con gli occhi sul piattino
che cercavo di nascondere la bomba
a mano nella tasca dei calzoni,
e mi rannicchiavo dietro il pianoforte.
Mi deridevano con riviste
piene di seni e merletti, contenti come pasque
quando il primogenito del dottore
sposava una ragazza tranquilla e carina.
Mi raccontavano storie
di signore eleganti e sportive
e le loro diverse carriere.
Mi svegliavo la notte
con la paura di morire.
Costruivano schermi e divisori
per nascondere il desiderio
non bello a vedersi
a sedici anni
inesperta disperata
mi abbottonarono dentro vestiti
a fiori rosa.
Aspettavano che io finissi
per riprendere la conversazione.
Sono stata invisibile,
strana e soprannaturale.
Voglio il mio vestito nero.
Voglio che i capelli
mi si arriccino selvaggi.
Voglio riprendere la scopa
dall’armadio dove l’ho rinchiusa.
Stanotte incontrerò le mie sorelle
nel cimitero.
A mezzanotte
se ti fermi al semaforo
nel traffico umido della città,
guarda se ci vedi contro la luna.
Noi gridiamo,
noi voliamo,
noi ricordiamo e non smetteremo.”

STREGA (1969) di JEAN TEPPERMAN

Trasmissione del 4/11/2015 "Il valore della rottura"

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“I Nomi delle Cose” /Puntata del 4/11/2015 “Il valore della rotturaImmagine rimossa.  e “La grande guerra/I sogni muoiono nel pomeriggio”

GETTARE GLI ZOCCOLI NELL’INGRANAGGIO/la Trident Juncture si può fermare/la diretta con le compagne da capo Teulada/La grande guerra/4 novembre/dedicata a Olga Rozanova e alla rivoluzione d’ottobre/Occhi bene aperti/I ruoli sessuati nella situazioni emergenziali”

 

 

La Parentesi del 4/11/2015 "Occhi bene aperti"

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“Occhi bene aperti”

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/11/05/la-parentesi-di-elisabetta-del-4112015/

Immagine rimossa.

Tutto comincia a cambiare con il veto all’ONU  della Russia e della Cina sull’intervento diretto delle  “potenze occidentali” in Siria. Memori di quello che è successo in Libia, la Russia e la Cina hanno capito che la tattica della foglia del carciofo attuata da Usa e alleati è di fatto diretta a loro e sono corsi ai ripari.

Gli Stati Uniti mirano, in Medio Oriente e non solo, a destabilizzare gli Stati asimmetrici ai loro interessi. A questo scopo hanno creato, addestrato e armato gli integralisti islamici, Isis compreso. Ora l’integralismo islamico è sfuggito loro di mano. Quello che sta succedendo in Afghanistan è esemplare, ma tutto ciò agli Usa permette comunque di giocare a due tavolini: da una parte continuano a foraggiare il variegato mondo dell’integralismo islamico, dall’altra usano il terrorismo come strumento per compattare l’occidente…je suis Charlie docet…e per avere eventuale mano libera per intervenire come e dove ritengono conveniente.

Inoltre, nel settore medio-orientale il referente degli Usa è Israele, anzi per gli Usa, in medio oriente è la politica israeliana che ha guidato le scelte comuni.

Israele mira a distruggere gli Stati Nazione di quell’area, Turchia, Iran, Iraq, Siria, Egitto e a ridurli a staterelli inconsistenti facilmente manovrabili e gestibili. Non ha mai tralasciato il progetto sionista, che, anzi, è il filo conduttore sotterraneo delle sue scelte politiche, di costruire il Grande Israele. Il concetto di “Grande Israele” si fonda sull’idea di uno stato ebraico esteso dall’Egitto fino all’Eufrate includendo parti della Siria e del Libano, il “Piano Yinon” del 1982.

E infatti, l’Isis è appoggiato da Israele in funzione destabilizzante degli Stati Nazione dell’area mediorientale. L’ Isis, guarda caso, non attacca mai obiettivi israeliani. Ma come? Gli integralisti musulmani non vogliono pregare a Gerusalemme?

Si è creata, così, un’alleanza Usa-Curdi. I Curdi, da una parte combattono l’Isis, dall’altra sono elemento scardinante degli Stati Nazione in quell’area.

Però la situazione internazionale è in movimento.

Si sta venendo a creare un asse Russia-Cina e alleati mediorientali Iraq, Hezbollah libanesi, compresa la Siria dove, peraltro, la Russia è stata chiamata in aiuto dal governo legittimo come era successo in Afghanistan.

E gli Usa sono in un momento di transizione. La loro politica in medio oriente si è rivelata fallimentare. Il mandato di Barack Obama è in scadenza e bisogna vedere chi gli succederà. Ricordiamoci sempre che gli Usa hanno, da molto tempo e precisamente dall’uccisione di J.F.Kennedy, perso la mediazione politica e sono governati direttamente dalle multinazionali di cui le rappresentanze politiche sono diretta filiazione.

Per la prima volta, gli interessi Usa, almeno parzialmente, stanno divergendo da quelli Israeliani. Però Israele è anche una multinazionale molto potente negli Stati Uniti.

Ora, in questo quadro,Tayyip Erdogan in Turchia ha vinto le elezioni, ma è un morto che cammina. Se le elezioni del primo novembre avessero decretato la sua sconfitta politica sarebbe sparito dalla scena, ma il fatto che sia andata diversamente apre scenari inquietanti.

Ormai è un ostacolo sia per gli Usa che per Israele. Entrambi vogliono la creazione di un Kurdistan indipendente che ridimensioni gli Stati circostanti. Certo la Turchia dovrebbe cedere i territori rivendicati dai Curdi e allo stesso tempo la Turchia fa parte della Nato ed è un elemento importante della coalizione, ma sia gli Stati Uniti che Israele pensano che, in fin dei conti, per la Turchia non cambi poi molto cedere un pugno di montagne rispetto ai loro guadagni in termini geopolitici sapendo che l’instaurazione di un Kurdistan indipendente aprirebbe scenari importanti rispetto all’irredentismo delle zone curde in Iran che loro chiaramente si ripromettono di cavalcare

La vittoria di Erdogan è dovuta all’appoggio e al voto della popolazione più povera, delle masse contadine, di provincia, retrive e tradizionaliste dove il richiamo all’ Islam è un argomento fondante, ma è osteggiato fortemente dalla parte laica e occidentalista dell’elettorato colto che in Turchia rappresenta una parte importante della società che conta.

E proprio consapevole di questo, Erdogan nel periodo pre-elettorale è ricorso allo stragismo. Lo stragismo non è qualcosa di estraneo alle così dette “democrazie”, specialmente per quelle dell’area Nato, ma è una modalità che viene scelta in momenti determinati e per precisi interessi.

Ci ricorda quello che è successo in Italia. Ma con una differenza fondamentale. La sinistra turca ha individuato immediatamente la matrice di Stato degli attentati ed è scesa in piazza con una indiscussa chiarezza politica, mentre qui da noi, a suo tempo, così non è accaduto. E la ragione principale sta nell’ azione di addomesticamento delle coscienze, di intorbidamento degli scenari e delle ragioni politiche che ha operato la socialdemocrazia nelle vesti dell’allora PCI e dei sindacati confederali. Questo d’altra parte era il loro ruolo. Ed è con questa “così detta sinistra” che noi ancora oggi facciamo i conti.

Finora gli Usa si sono posti come Stato del capitale, hanno avanzato pretese egemoniche con una politica attiva e aggressiva con lo strumento principe della Nato come esercito di conquista, togliendo di mezzo uno alla volta i paesi asimmetrici ai loro interessi e accerchiando la Russia con operazioni come quella espressa in Ucraina.

Ora che si sta formando un asse antagonista, gli Usa e più precisamente le multinazionali che ne dettano la politica, hanno preso in seria considerazione l’ipotesi di andare ad una resa dei conti con la Russia e la Cina, resa dei conti che non esclude l’opzione della guerra. Per questo non solo la Nato è mobilitata e si esercita avendo presente questo scenario, ma sono stati chiamati alle armi anche Media, Ong, Onlus, Fondazioni, Think Tank.

Stiamo camminando sull’orlo del burrone e bisogna tenere gli occhi bene aperti.

Trasmissione del 28/10/2015 "Fuori Usa-Nato dalla nostra terra"

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“I Nomi delle Cose” /Puntata del 28/10/2015

“Fuori Usa-Nato dalla nostra terra

Oggi, / il mio corpo tornato normale, / siedo e imparo / il mio corpo di donna / come il tuo / bersagliato per strada, / rubatomi a dodici anni / come il petrolio venezuelano / con la stessa spiegazione. / Sei ignorante / ti insegno io / poi ridatomi indietro goccia a goccia… / Guardo una donna osare / oso guardare una donna / osiamo alzare la voce / rompere le bottiglie / imparare…  (Jean Tepperman)

 “La Sicilia non è zona di guerra/Via le basi Usa-Nato dalla nostra terra!/ Il 31 ottobre a Marsala/“A FORAS SA NATO DAE SA SARDIGNA E DAE SU MUNDU!!”/manifestazione al poligono di Capo Teulada 3 novembre/DESMONAUTICA/“Azienda insanitaia locale”                                                          Immagine rimossa.

 
 

Trasmissione del 21/10/2015 " Danzare su una polveriera"

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“I Nomi delle Cose” /Puntata del 21/10/2015

“Danzare suna polveriera”

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/10/25/podcast-della-trasmissione-del-21102015/

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“In quanto mestiza, non ho paese, la mia patria mi ha esclusa; eppure tutti i paesi mi appartengono, perché di ogni donna sono la sorella o l’amante potenziale (in quanto lesbica non ho razza, il mio stesso popolo non mi riconosce; ma sono tutte le razze, perché in ogni razza c’è il diverso in me). Sono senza cultura perché, in quanto femminista, sfido le credenze collettive cultural/religiose di orginine maschile tanto degli indo-ispanici quanto degli anglos; eppure sono piena di cultura perché partecipo alla creazione di una cultura ulteriore, di una nuova storia del mondo e della nostra presenza in esso, di un nuovo sistema di valori le cui immagini e simboli ci connettono le une alle altre ed al pianeta. Soy un amasamiento, sono l’atto di impastare, di unire e di mettere insieme, da cui ha preso forma una creatura che appartiene sia al buio, sia alla luce, ma anche una creatura che mette in discussione la definizione di luce e di buio e ne cambia il significato.”

 La conciencia de la mestiza – Gloria Anzaldua

Petronilla e la finanza/Corpo di Stato/Appello per una partecipazione femminista e lesbica, gay, trans, queer alle iniziative antimilitariste contro la Trident Juncture/Danzare su una polveriera”

Trasmissione del 14/10/2015 "Nessuna pace per chi vive di guerra"

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“I Nomi delle Cose” /Puntata del 14/10/2015

“Nessuna pace per chi vive di guerra

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“Entriamo, Usciamo, Saliamo, Scendiamo, Tagliamo,
Ogni volta che vogliamo. Sappiatelo/TRIDENT JUNCTURE in studio con noi e in collegamento dalla Sardegna, le compagne della Rete “Nobasi nè qui nè altrove”/ Detenzione amministrativa/Campeggio antimilitarista/Imperialismo e  patriarcato”

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/10/16/podcast-della-trasmissione-del-14102015/

 

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Trasmissione del 24/06/2015 "Jade Helm"

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http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/06/27/podcast-della-trasmissione-del-24062015/

 

Questa è l’ultima trasmissione dell’anno politico, ci risentiremo  il primo mercoledì di ottobre, ma nel frattempo rimanderemo per macro argomenti alcune sintesi di quello che abbiamo trattato in questi mesi.

  Puntata del 24/06/2015 “ Jade Helm”

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“Resistere esistere persistere/ Jade Helm ovvero come farci diventare tutt* delator*, collaborazionist* e spie/ Poveri e povertà/ Quell* che non hanno il genere, ma hanno la classe/A proposito di me”

 

La Parentesi del 17/06/2015 "Putin"

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http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/06/18/la-parentesi-di-elisab…

 

“Putin”

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Putin, prendendo a pretesto l’Expò, ha fatto una visita di un giorno in Italia. A Milano ha detto che le sanzioni economiche nei confronti del suo paese provocano danni enormi all’economia italiana e in particolare al comparto agro .alimentare, cioè ha ricordato quello che tutti già sanno, che l’Italia subisce un grave danno economico ed occupazionale per le limitazioni nei confronti della Russia imposte dagli Usa, limitazioni a cui l’Italia con la scusa dell’appartenenza all’Unione Europea, ha aderito.
In un’ intervista a due giornalisti del Corriere della Sera ha altresì ricordato quello che tutti già sanno e volutamente omettono o fanno finta di dimenticare cioè che gli Stati Uniti hanno ufficialmente trecento basi all’estero e duecento agenzie di informazione e investono per la spesa militare da soli più di tutti i paesi del mondo messi insieme. Naturalmente queste sono le cifre ufficiali.
Putin, poi, è venuto a Roma e ha incontrato il papa per ribadire che la Russia vuole e persegue la pace. Ha pensato che fosse la visita in Vaticano l’occasione giusta per dare risalto a questa aspirazione.
La scelta dell’interlocutore potrebbe anche essere stata indovinata perché Francesco I, finora, ricorda Benedetto XV, il papa della prima guerra mondiale che lanciò invano tanti moniti e appelli per la pace.
Però, Putin, un errore sicuramente l’ha fatto. Aveva il ricordo di un’Italia che, pur nell’ambito dell’alleanza atlantica, manteneva dei margini di autonomia che si esprimevano in un ruolo privilegiato nei confronti del mondo arabo e delle ex colonie. Ma non ha tenuto conto del fatto che tutto questo è finito. L’Italia da paese a sovranità limitata è diventata una colonia. Le recenti vicende libiche ne sono una manifesta dimostrazione.
La sera, a Fiumicino, in partenza per Mosca, ha voluto incontrare Berlusconi, ricordando, a chi ha la memoria corta, che le disgrazie dell’ex primo ministro italiano sono dovute essenzialmente a quei margini di autonomia e di asimmetria che erano nel solco della politica economica ed estera democristiana.
Berlusconi è stato mandato ai servizi sociali, Blatter è stato costretto a dare le dimissioni, Strauss Kahn ha dovuto lasciare l’FMI ed è stato assolto dopo diversi anni dall’accusa di sfruttamento della prostituzione.
Il quadro geopolitico è completamente cambiato, gli Stati Uniti perseguono una politica di potenza imperialista unipolare, si pongono come Stato del capitale ed ammettono solo potenze imperiali regionali, comunque subordinate in modo piramidale all’impero statunitense, situazione che assume tinte fosche e drammatiche perché negli Usa comandano le multinazionali, le istituzioni politiche sono loro subordinate, eseguono le loro direttive e usano le articolazioni dello Stato come braccio esecutivo delle loro mire e progetti.
Questo è il senso dell’aggressione alla Jugoslavia, all’Iraq, alla Libia ed ancora alla Siria e all’Ucraina.
A proposito di quest’ultima, molte uccisioni in piazza sono state fatte scientemente da agenti statunitensi come quelle d’altro canto in Lituania di cui si hanno adesso le prove. Sempre in Ucraina, al governo ci sono i nazisti e i fantocci filo americani si prestano ad ogni provocazione, come del resto i dirigenti delle repubbliche baltiche.
Le multinazionali anglo-americane hanno la pretesa di voler trasformare la Russia in una colonia a cui predare le ricchezze naturali e la Cina in una grande fabbrica e in un mercato aperto alla loro espansione e hanno messo in preventivo una guerra mondiale.
Un conflitto internazionale è nella natura autoespansiva del capitale.
Le preoccupazioni rispetto a questo scenario sono lecite e non si rimuovono prendendolo alla leggera, liquidandolo come complottista e catastrofista e tanto meno mettendo la testa sotto la sabbia.
E’ necessario, prima di tutto fare chiarezza fra noi.
Tutti/e quelli/e che, ancora, in nome di principi tanto nobili quanto astratti, confondono l’aggredito con l’aggressore, parlano di rivoluzioni popolari là dove non ce ne sono e si accodano alla strategia statunitense, oggi non possono più accampare scuse.
Il gioco è scoperto e di facile lettura, e quindi non sono più utili idioti, ma altro, qualche cosa di peggio.
E’ necessario sconfiggere politicamente il PD che ha il compito di naturalizzare il neoliberismo in Italia ed è il terminale degli interessi delle multinazionali anglo-americane ed è il riferimento dei circoli atlantici.
Vediamo di uscire dalla Nato e non per motivi ideologici, non solo perché non vogliamo essere complici dei crimini che questa compie in tutto il mondo, ma anche e soprattutto perché in un eventuale conflitto mondiale il paese che pagherà di più in termini umani e ambientali sarà proprio l’Italia.