Aspettando la primavera
Settima puntata di una nuova trasmissione dedicata alla condivisione di cori e canti di lotta.
menù del giorno:
> Sar omad zemestun (سر اومد زمستون)
> Keçê kurdan
scrivici sul pad: https://pad.cisti.org/p/tuteincoro :)
Settima puntata di una nuova trasmissione dedicata alla condivisione di cori e canti di lotta.
menù del giorno:
> Sar omad zemestun (سر اومد زمستون)
> Keçê kurdan
scrivici sul pad: https://pad.cisti.org/p/tuteincoro :)
Con Jacopo dell'Accademia della modernità democratica, facciamo il punto della situazione sugli ultimi aggiornamenti dopo l'attacco del governo siriano alle resistenze curde. Rilanciamo l'appello alla solidarietà e la lotta internazionale contro la guerra e l'oppressione dei popoli e ricordiamo l'appuntamento di oggi, 21 Gennaio, al centro socio-culturale Ararat alle ore 18. Di seguito il testo che accompagna l'appello:
"Contro le guerre per procura in Medio Oriente, contro le operazioni di distorsione o censura delle notizie, per un vera informazione, per la rivoluzione dei popoli.
Il genocidio in Palestina così come gli attacchi ai quartieri curdi di Aleppo o ai territori dell'Amministrazione Autonoma rientrano nella volontà di riscrivere dall'alto gli equilibri e la realtà del Medio Oriente per fini economici e di potere. In Iran dove il popolo scende da settimane in piazza sfidando la repressione che cerca di soffocare le loro lotte anche queste vengono strumentalizzate per mascherare accordi tra il regime di Damasco e le altre potenze internazionali interessate a inserire la Siria in una nuova fase.
Mentre si agisce con la violenza brutale della guerra, mentre si fomentano guerre tra i popoli, vengono mescolate le notizie per fare sembrare più legittima l'oppressione e il genocidio oscurando la rivoluzione dei popoli.
Serve più che mai fare chiarezza sui processi che si stanno sviluppando in Medio oriente e tessere legami di solidarietà con le popolazioni che resistono sotto le bombe e la repressione.
Per tutti questi motivi vi invitiamo a riunirci in una assemblea pubblica mercoledì 21 Gennaio,ore 18, presso il Centro socioculturale Ararat per aggiornamenti sulla situazione attuale tramite collegamento live e a seguire discussione sui prossimi passi da costruire insieme."
Ai nostri microfoni Tiziano, di UIKI onlus, ci illustra la situazione in Kurdistan partendo dall'articolo sottostante, apparso su Il manifesto.
Le montagne del Kurdistan hanno vissuto domenica una giornata che resterà negli annali di uno dei conflitti più lunghi e sanguinosi del Medio Oriente contemporaneo. La leadership del Movimento per la Libertà del Kurdistan ha annunciato l’avvio del ritiro di tutte le forze di guerriglia dalla Turchia verso le Zone di Difesa di Medya, nella Regione del Kurdistan in Iraq, in quello che viene definito un passo decisivo per l’apertura della seconda fase del processo di «Pace e Società Democratica».
NON SI TRATTA della prima iniziativa di questo genere, già nel 2013 la guerriglia del Pkk aveva lasciato la Turchia in risposta ad una appello del suo fondatore, Abdullah Öcalan, salvo poi tornarvi a seguito del collasso del processo di pace che innescò un’escalation culminata con l’assedio e la distruzione di intere città da parte dell’esercito turco.
L’annuncio è stato dato nel cuore di Qandil, in una conferenza stampa a cui hanno partecipato decine di giornalisti internazionali, tra cui inviati di Bbc, Reuters, Afp e Al Arabiya. Alla guida dei guerriglieri comparsi davanti alle telecamere, si sono presentati Sabri Ok, membro del Consiglio esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (Kck) insieme a Vejîn Dersîm, comandante provinciale delle Yja Star, struttura autonoma delle donne nella guerriglia, e a Devrîm Palu del Consiglio di comando delle Forze di Protezione del Popolo (Hpg).
Nella dichiarazione letta in turco e curdo, Sabri Ok ha affermato che il Movimento ha deciso di attuare le risoluzioni del XII congresso del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, svoltosi lo scorso maggio, «ponendo fine alla struttura organizzativa del partito e alla strategia di lotta armata». Il documento sottolinea come le decisioni siano state prese «sulla base delle direttive del leader Abdullah Öcalan», che il 27 febbraio aveva lanciato l’«Appello per la Pace e una Società Democratica».
«Abbiamo dichiarato un cessate il fuoco unilaterale il primo marzo – si legge nel testo – Successivamente, trenta combattenti per la libertà, guidati dalla co-presidente del Kck Besê Hozat, hanno bruciato le proprie armi in una cerimonia pubblica, manifestando così la nostra volontà di porre fine alla lotta armata».
Secondo la leadership curda, il ritiro delle unità dalla Turchia è volto a «prevenire scontri e provocazioni» e a consolidare un contesto politico utile alla prosecuzione del processo. «La pratica dimostrerà l’efficacia di questi passi unilaterali», ha dichiarato Sabri Ok, sottolineando che «è ora necessario adottare determinati approcci giuridici e politici, in linea con le risoluzioni del congresso».
NEL SUO INTERVENTO, il dirigente del Kck ha precisato che il Movimento chiede «una legge transitoria specifica per il Pkk» e la promulgazione di «leggi per l’integrazione» che permettano ai militanti di partecipare alla politica legale.
La conferenza stampa è stata accompagnata da misure di sicurezza eccezionali: telefoni sequestrati, disturbatori di segnale, accesso controllato. Alla fine della dichiarazione, i guerriglieri hanno salutato militarmente Sabri Ok prima di rientrare nelle loro aree operative. Poche ore dopo, è arrivato il sostegno del Congresso Nazionale del Kurdistan (Knk), che ha definito il passo del Movimento «un atto di coraggio e determinazione per una pace giusta». Il Consiglio esecutivo del Knk ha infine invitato l’Unione europea, il Consiglio d’Europa e gli Stati uniti a «sostenere il processo e a rimuovere immediatamente il Pkk dalle liste delle organizzazioni terroristiche».
Anche Ankara ha reagito, ma in tutt’altra chiave. Il portavoce del partito di governo Akp, Ömer Çelik, ha rivendicato la decisione del Pkk come «un risultato concreto della tabella di marcia per una Turchia libera dal terrorismo». Secondo Çelik, il ritiro e l’annuncio di nuovi passi verso il disarmo rappresentano «progressi in linea con l’obiettivo strategico di liberare la nostra democrazia da ogni minaccia». Il vicepresidente dell’Akp, Efkan Ala, ha aggiunto che «con il sostegno della nostra amata nazione, stiamo marciando con determinazione verso l’obiettivo di una Turchia libera dal terrorismo», definendo le ultime dichiarazioni del Partito dei Lavoratori del Kurdistan «il completamento di un’altra importante tappa».
DUE NARRAZIONI, dunque, che scorrono parallele. Da un lato quella curda, che parla di pace, democrazia e libertà di Abdullah Öcalan, «che deve ottenere la sua libertà fisica il prima possibile»; dall’altro quella del governo turco, che legge la mossa come un passo nella propria agenda di sicurezza e sovranità.
I monti che per decenni sono stati fronte di una guerra senza tregua tornano a essere teatro di speranze. «Non vogliamo immaginare una mancata risposta – ha detto Sabri Ok – Risolvere la questione curda è impossibile nelle attuali condizioni di detenzione del leader Apo. Deve vivere e lavorare liberamente».
Il 21 febbraio alle 18 si terrà a Esc la conferenza “Confederalismo democratico. Una soluzione per la pace in Medio Oriente”, organizzata da Uiki – Ufficio informazione #Kurdistan in Italia.
L’iniziativa sarà l’occasione per riflettere sui cambiamenti che stanno scuotendo il Medio oriente, a partire dal punto di vista dei popoli che stano realizzando la rivoluzione del Confederalismo democratico. Questo concetto, coniato dal leader curdo Abdullah Ocalan all’inizio degli anni 2000, è alla base dell’esperimento civile e sociale che nei territori dell’Est e del Nord della Siria da più di dieci anni ha dato vita a una amministrazione autonoma (Aanes) dove convivono pacificamente popolazione di culture, religioni e etnie diverse.
L’Aanes, sorta dalla vittoria della Rivoluzione del Rojava contro le barbarie dello Stato islamico, è ancora oggi sotto attacco. Dopo la salita al potere in #Siria di Mohammed Al-Jolani, il leader della milizia salafita Hayat Tahrir-el Sham, che ha spodestato il dittatore Bashar Al-Assad, gli attacchi contro l’Aanes da parte delle milizie del Sirian national army e della Turchia, che li finanzia, si sono moltiplicati. Il rischio che la Turchia di Erdogan imponga in Siria una soluzione militare piuttosto che politica, eliminando così l’esperimento dell’Aanes, è molto alto.
Ma il Confederalismo democratico rappresenta, per tutti i popoli che abitano ora il Medio oriente, una soluzione contro la guerra, l’ingiustizia, la barbarie e il fascismo, religioso e non. Basato su tre pilastri teorici, l’ecologia, la democrazia diretta e il movimento delle donne, il confederalismo democratico fornisce gli strumenti per gestire il bene comune attraverso relazione comunitarie e paritarie, nel rispetto delle differenze.
Dopo un’introduzione a cura del Comitato italiano per la liberazione di Abdullah Ocalan, l’evento proseguirà con due relazioni sul concetto di confederalismo democratico. L’ultima parte sarà invece dedicata al resoconto di alcun* dell* particpanti alla delegazione internazionale che è entrata in #Rojava a fine gennaio.
A seguito dell’evento sarà disponibile un pasto a cura del centro socio-cultutale Ararat.
Insieme a un attivista di UIKI onlus riepiloghiamo alcuni fatti rilevanti avvenuti nel Kurdistan turco e in Rojava nel corso dell'ultima settimana, dagli arresti di sindaci e militanti in Turchia agli scontri armati in Siria, sullo sfondo di importanti negoziati diplomatici che però ancora sembrano essere in uno stato embrionale.
A 12 anni dal triplice femminicidio di tre attiviste curde a Parigi, Sakine Cansız (Sara), Fidan Doğan (Rojbin) e Leyla Şaylemez (Ronahî), la comunità curda in Europa e nel mondo e le organizzazioni solidali con il movimento delle donne curde come la Rete JIN, la rete Kurdistan, Non Una di Meno e il Comitato di Jineoloji in Italia, scendono in piazza oggi, 9 gennaio, alle 17.30 a Campo de’ Fiori, per chiedere verità e giustizia e per denunciare il ruolo della Turchia nella guerra di repressione e oppressione nelle regioni del Bakur nel sud della Turchia e del Rojava nel Nord-est della Siria a dieci anni dalla liberazione di Kobane da Daesh (ISIS) avvenuta il 26 gennaio 2015.
Ne parliamo con una compagna
Il prossimo 3 agosto saranno passati esattamente dieci anni dall’attacco dell’ISIS ai villaggi del distretto di Shengal, abitato dagli ezidi. Shengal è situato nel governatorato del Ninive, nella parte nord-occidentale dell’Iraq, al confine con la Siria e a pochi chilometri dalla Turchia.
L' Italia non ha ancora riconosciuto il genocidio e c'è un silenzio atroce sui continui bombardamenti della Turchia, sui sopravvissuti e sui tentativi delle potenze, che hanno permesso il genocidio, di riprendere possesso della città, attualmente autogovernata dagli ezidi.
Sabato 3 agosto h 20.00 al CSOA La Strada - Via Francesco Passino 24
Mostre fotografiche, presentazione libri, proiezioni a 10 anni dal genocidio di Shengal
Presentiamo l'iniziativa con una compagna autrice di uno dei libri che verrà presentato.
Il Congresso nazionale curdo ha inviato una lettera aperta per richiedere la cessazione delle violenze nel Kurdistan meridionale, di seguito il testo.