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Settimana tematica sul neocolonialismo in Africa al BAM

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Abbiamo contattato una promotrice della settimana tematica di iniziative che si terrà al BAM, Via dei Castani 42, sul Neocolonialismo in Africa. Riportiamo qui il testo pubblicato e il programma completo:

NEOCOLONIALISMO IN AFRICA.
Forme di sfruttamento e complicità tra occidente e governi locali.


«Le masse popolari in Europa non sono contro le masse popolari in Africa. Ma quelli che vogliono sfruttare l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa. Abbiamo un nemico comune».
Thomas Sankara, primo presidente del Burkina Faso, durante la riunione dell’OUA (Organizzazione per l’unità africana), Addis Abeba, 29 luglio 1987.

Recentemente la Fondazione Lelio e Lisli Basso (Centro internazionale di documentazione e ricerca, formazione e promozione culturale sulla società contemporanea) ha donato circa un migliaio di volumi alla Biblioteca Abusiva Metropolitana (BAM) su tematiche che riguardano il continente africano. Sono saggi e opere in lingua italiana e straniera di grande valore culturale.
Con l'occasione di presentare questa nuova sezione allestita nella biblioteca autogestita di Centocelle, abbiamo pensato di riprendere alcune riflessioni e proporre un'iniziativa che metta in luce la situazione di neocolonialismo che ancora lega le cosiddette potenze occidentali ai paesi africani.

Il colonialismo non è affatto finito, è solo in una nuova fase.
La conquista dell'indipendenza territoriale non ha portato automaticamente all'indipendenza economica e governativa: dietro nomi come “sostegno”, “collaborazione”, “sviluppo”, emergono nuove forme di controllo e detenzione del potere, che schiacciano le popolazioni, privandole della propria autodeterminazione e della possibilità di un reale e autonomo sviluppo. Spogliate delle proprie risorse, costrette in regimi neo-coloniali di sopraffazione politico-economica, le persone sono costrette a spostarsi, finendo spesso a vivere - male - proprio nei paesi che ne hanno provocato la migrazione. Qui la loro presenza è spesso accompagnata, nel discorso pubblico, dalla frase “a casa loro”: “Rimandiamoli a casa loro, che ritornino a casa loro, aiutiamoli a casa loro”.

Ma quello che succede “a casa loro” non ci viene raccontato.
Si parla generalmente di guerre, violenza e povertà: ma non delle cause, di quello che - e di chi - c'è dietro a queste situazioni. Il discorso mediatico e politico di massa nasconde il furto di risorse e lo sfruttamento del territorio portato avanti da aziende occidentali e multinazionali, gli accordi bilaterali che i governi europei stringono con le dittature africane, il commercio di armi che finisce per insanguinare i paesi africani, il debito che l'Europa incredibilmente continua a pretendere di riscattare: un silenzio che, in una parola, non ci parla del regime neocolonialista che ancora grava sugli africani, con il protagonismo dei paesi occidentali e la responsabilità di gran parte dei governatori africani.

Un silenzio che proveremo a spezzare con questa iniziativa, sperando di costruire insieme la conoscenza necessaria a unire le forze e lottare insieme.

Prestissimo il programma completo dell'iniziativa:

INAUGURAZIONE SABATO 13 MAGGIO, dalle ore 16.30
- dibattito "Neocolonialismo in Africa. Fomre di sfruttamento e complicità tra occidente e governi locali" diretta su Radio Onda Rossa, PUNTATA SPECIALE DI RADIO AFRICA!
- cena africana
- musica ed esposizioni fotografiche

DOMENICA 14 MAGGIO, dalle 17.30
- Proiezione docufilm "Le cauchemar de Darwin" di H.Sauper (2005) dibattito
- aperi-cena africana
- musica ed esposizioni fotografiche

MERCOLEDì 17 MAGGIO, dalle ore 19
- cinebam tematico, proiezione "Concerning Violence" di Göran Hugo Olsson (2014)
- apericena
- musica ed esposizioni fotografiche
DOMENICA 21 MAGGIO, dalle ore 12
- Pranzo a sostegno delle lotte della logistica
- Proiezione documentario "We come as friends" di H. Sauper (2014)) dibattito
- musica dal vivo ed esposizioni fotografiche

La Parentesi del 23/3/2016 "24 Marzo"

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https://coordinamenta.noblogs.org/post/2016/03/24/la-parentesi-di-elisa…

 

“24 Marzo”

Immagine rimossa. Il 24 marzo 1999 è una data da non dimenticare. E’ la data in cui  l ‘Alleanza Atlantica, guidata dagli Stati Uniti, Bill Clinton presidente e Madeleine Albright Segretario di Stato, senza alcun mandato delle Nazioni Unite, avviava la campagna militare “Allied Force”, che, avrebbe determinato in breve tempo il completo collasso della Repubblica Federale della Jugoslavia. La lunga strada verso Damasco è cominciata da Belgrado. Questo è stato possibile perché in Europa erano al governo i socialdemocratici, comunque si chiamassero, in Germania era Cancelliere Gerhard Schroder dell’SPD, in Francia  primo ministro Lionel Jospin del Partito Socialista ,in Inghilterra  primo ministro Tony Blair del Partito Laburista e in Italia primo ministro D’Alema, con il PdCI che faceva parte dell’esecutivo, e segretario generale della Nato era un alto dirigente del PSOE ,Javier Solana.

Il neoliberismo, per potersi realizzare, ha potuto utilizzare e ha potuto contare sulla socialdemocrazia che, diventata destra moderna, ha trasformato i partiti locali in agenzie territoriali delle multinazionali e i suoi dirigenti in funzionari delle stesse.

Ed abbiamo assistito al ritorno della guerra in Europa, sia pure in forma di aggressione unidirezionale.

Il secondo governo D’Alema fu costituito proprio per poter aderire e partecipare all’aggressione alla Jugoslavia. Furono imbarcati anche noti fascisti e il PdCI era nell’esecutivo con il suo segretario ministro della giustizia. Non passando attraverso l’autorizzazione del Parlamento e violando gravemente l’articolo 11 della Costituzione, l’Italia partecipò ad una campagna di aggressione militare condotta unicamente dal cielo, costellata di bombardamenti che non risparmiarono le strutture civili come case, ospedali, scuole, fabbriche. Fu bombardata la sede della televisione jugoslava e la sede dell’ambasciata cinese a Belgrado. Ogni crimine venne perpetrato. Furono usate anche bombe all’uranio impoverito.

Il governo rimase indifferente a milioni di italiani/e che scendevano in piazza contro la guerra. Le scritte sui muri che denunciavano la responsabilità del governo D’Alema e l’aggressione venivano sollecitamente cancellate dai sindaci del PD che mobilitavano le squadre per il decoro urbano.

Ancora oggi non sappiamo quanti operai siano morti sotto le macerie dei bombardamenti delle fabbriche. Quanti i civili uccisi. Ma sappiamo con certezza che ancora adesso nei territori dell’ormai ex Jugoslavia si muore per effetto delle conseguenze dell’uranio impoverito, che anche militari italiani sono morti per questo e che le acque del mare Adriatico sono inquinate pesantemente, come del resto le acque del Mediterraneo, perché gli aerei che hanno partecipato all’aggressione alla Jugoslavia come del resto anche a quella libica, avevano l’ordine di sganciare in mare nel viaggio di ritorno gli ordigni inutilizzati, con buona pace dei Verdi sponsor di tutte le aggressioni Nato.

Vi furono molti esposti a molte Procure, tutti respinti o fatti decadere, mentre centinaia di militanti e pacifisti/e furono denunciati, processati e condannati.

La data del 24 marzo, quindi, è tanto più importante oggi che gli Stati Uniti spingono perché l’Italia si imbarchi in un’avventura neocoloniale in Libia. Sarà un caso, ma gli stessi circoli del PD che allora promossero l’aggressione alla Jugoslavia oggi escono dal loro letargo e spingono per l’avventura libica.

Senza giri di parole, stiamo parlando di Massimo D’Alema. E chi l’appoggia se non Giorgio Napolitano che fu lo sponsor principale dell’aggressione alla Libia del 2011? Potremmo definirlo un teatro dell’assurdo se le vicende non fossero così tragiche: coloro che sono stati la causa principale della rovina della Libia oggi si trovano in prima fila per spingere l’Italia a ritornare da colonizzatrice in quello sventurato paese.

Il PD è un partito guerrafondaio nella misura in cui tutela gli interessi delle multinazionali e in particolare di quelle anglo-americane.

Attualmente, le mobilitazioni che pure sono state indette contro le nuove avventure militariste hanno avuto poco seguito, checché ne dicano gli organizzatori. Ma questi ultimi dovrebbero fare autocritica per il silenzio, quando non per l’assenso alle precedenti avventure neocoloniali. Come possono avere fortuna mobilitazioni che sono promosse con sigle e figure screditate per aver partecipato alle precedenti aggressioni ed aver votato i crediti di guerra? Ora che sono all’opposizione vorrebbero cavalcare i sentimenti pacifisti, ma nessuno dà loro più credito. Hanno fatto da cassa di risonanza a tutte le più grossolane bugie dette dalla NATO, da massacri di massa mai esistiti e ricostruiti attraverso false testimonianze e riprese e foto manipolate a rivoluzioni colorate e a primavere arabe, usando parole come “tiranno” o “novello Hitler” come un marchio itinerante per far fuori tutti i politici asimmetrici agli interessi americani, avallando il TPI, tribunale penale internazionale che non è altro che un braccio del Dipartimento di Stato americano.

Ricordare il 24 marzo serve per poter ricominciare perché i 600 raid aerei giornalieri fatti contro la Jugoslavia non solo hanno raso al suolo quel territorio ma hanno anche distrutto la credibilità del termine “sinistra” di cui la socialdemocrazia ha fatto strame.

 

Parentesi del 18/11/2015 "Perché a Parigi?"

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Perchè a Parigi?
Immagine rimossa. Immagine rimossa.“Perché a Parigi?”

di Elisabetta Teghil                       

Centinaia di morti civili sono all’ordine del giorno nei paesi mediorientali, ma la notizia scivola come un dato di cronaca senza provocare particolare commozione. Quando questo avviene in un paese dell’Europa occidentale suscita una mobilitazione e un interesse assolutamente diverso e più importante rispetto a tanti analoghi episodi che tutti i giorni insanguinano quegli sfortunati paesi.
Dove sta la differenza? Forse la risposta ce la dà Aimé Césaire: ”Ciò che il borghese del XX secolo, tanto distinto, tanto umanista e tanto cristiano, non riesce a perdonare a Hitler, non è il crimine in sé, l’umiliazione dell’uomo in sé, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di aver applicato all’Europa procedimenti colonialisti, riservati, fino a quel momento, agli arabi d’Algeria, ai coolies dell’India e ai neri africani”.
Tutto è cominciato quando gli Stati Uniti, appoggiandosi per motivi geopolitici al governo pakistano, hanno foraggiato, finanziato ed armato la parte più retriva della società afghana, nella fattispecie i Talebani, che hanno rovesciato in un crescendo di violenze inenarrabili un governo democratico e progressista .Gli Usa, forti di quel successo e del concorso di una sinistra riformista e socialdemocratica che ha partecipato in vari modi a quei delittuosi avvenimenti, hanno replicato il gioco in tanti altri paesi. Per ricordare gli ultimi l’Iraq, la Libia e, attualmente, la Siria. I morti civili in quei paesi sono tanti e tali che è praticamente impossibile darne il numero se non con approssimazione, ma si tratta certamente di milioni. Sempre a questo proposito, il colonialismo è stata la disumanizzazione di popolazioni intere ed è stato realizzato attraverso il terrore assoluto fino a rendere vana l’idea stessa di resistenza. Tutto ciò sta avvenendo nei confronti dei popoli mediorientali con la creazione e il sostegno materiale e finanziario dell’Isis da parte degli USA che si sono appoggiati, in questo caso, agli Stati più reazionari di quell’area geografica, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar e Turchia.
Inutile girarci intorno, l’Isis è una creatura degli Stati Uniti. Ma qualcuno dirà, perché proprio Parigi?
Perché la Francia ha ripreso in maniera forte il progetto neocolonialista, tanto è vero che truppe francesi sono presenti in vari scenari soprattutto nelle loro ex colonie dove interferiscono in maniera prepotente negli affari interni rovesciando governi, imponendo loro uomini di fiducia e rastrellando le ricchezze di quei paesi con la complicità dei loro quisling.
Ma perché la Francia da quando è presidente Francois Hollande sta percorrendo senza scrupoli questa strada?
Intanto perché i socialdemocratici, comunque si chiamino, e in Francia si chiamano partito socialista, avendo sposato la causa neoliberista, hanno portato in dote l’impianto teorico del ritorno al colonialismo che una volta verteva sulla diffusione della civiltà cristiana, del commercio e del progresso e oggi si giustifica nei diritti umani, nei mercati e nella democrazia.
A questo si deve aggiungere che il personale politico francese non è di nuovo conio, ma è l’onda lunga per “discendenza” e “matrimoni” del personale politico che a suo tempo gestì le colonie. Ed ancora, una delle caratteristiche figlie del neoliberismo è che lo stesso seleziona un personale, in questo caso politico, particolarmente mediocre ed Hollande ne è l’esempio. La politica estera francese ha ripristinato il concetto di protettorato, una parola che non si usava più pronunciare dagli anni ’50, tornata alla ribalta con il revisionismo storico che ha rivalutato il colonialismo. La rilettura del colonialismo e il suo rilancio sono il risultato di un’operazione teorica parte del progetto neoliberista che ci conferma che quest’ultimo è una visione complessiva del mondo ed è pertanto un’ideologia.
Ma, per tornare alle vittime di Parigi, bisogna se non altro dire che il più grande eccidio civile in Francia nel dopoguerra non è stato quello del 14 novembre di quest’anno, ma quello del 17 ottobre del 1961, quando una manifestazione di algerini francesi che chiedevano indipendenza per il proprio paese fu repressa nel sangue. Manifestazione indipendentista che aveva assunto anche un aspetto sociale: gli invisibili abitanti delle periferie più squallide, che producevano alla Renault e nelle altre fabbriche della Parigi operaia, invasero il centro della “ville lumière”, vetrina del benessere e della “grandeur” francesi. La manifestazione era assolutamente pacifica, la chiamata era contro l’imposizione del coprifuoco alla popolazione algerina e diceva testualmente “ non saranno tollerate armi – “neanche una spina” – né comportamenti violenti” e parteciparono in trentamila comprese famiglie, donne e bambini. Ancora oggi non si sa esattamente quanti siano stati i morti, non è stato neanche mai possibile definirne la cifra, approssimativamente fra i duecento e i trecento. Per settimane la Senna riportò a galla decine di cadaveri. La polizia di allora disse che i morti erano stati tre e che si era dovuta difendere da manifestanti armati. Da quel tragico giorno si sono succeduti numerosi governi, nessuno ha voluto e saputo raccontare quegli avvenimenti, neanche i vari personaggi istituzionali che si sono avvicendati nella magistratura e nella polizia. Nessuno è stato chiamato a risponderne. Nessuno ha pagato. E’ calato un silenzio tombale che ha ucciso per la seconda volta donne, bambini, anziani e uomini. A proposito di questi ultimi molti dei cadaveri recuperati erano evirati, a conferma dell’efferatezza di quelle uccisioni e a smentita di una presunta superiorità della civiltà bianca. A questo silenzio si sono accodati accademici e storici, quell’episodio non viene citato in nessun libro di storia, come allora non fu riportato da nessun giornale tranne che dall’Humanité e dalle riviste Temps Modernes e Testimonianza Cristiana, e fu denunciato solo da pochi coraggiosi intellettuali come Jean Paul Sartre, Jean Luc Einaudi e dallo storico Pierre Vidal-Naquet. Da questo punto di vista non è cambiato niente.
Per la strage del 14 novembre è stato sottolineato che gli attacchi sono stati simultanei in diversi posti, ma anche nel 1961 non ci fu solo la repressione rispetto al corteo, ma fu organizzata anche in altri luoghi di Parigi, nella sola prefettura ci furono cinquanta morti.
Nel 1989 è stata fondata un’associazione, “Au nom de la mémoire”, composta soprattutto dai figli delle vittime di quell’avvenimento e che pone invano tre richieste: il riconoscimento degli avvenimenti del 17 ottobre come crimine contro l’umanità, il libero accesso agli archivi per quanto concerne la storia della guerra d’Algeria, l’inserimento dei fatti del 17 ottobre nei manuali di storia.
L’Isis è come gli Harkis, un corpo di algerini collaborazionisti guidato da ufficiali francesi a cui veniva demandato il lavoro più sporco e che si sono coperti di crimini orrendi nei confronti dei loro connazionali. Agli Harkis erano stati dati due alberghi nel quartiere popolare parigino della Goutte d’Or, alberghi che erano veri e propri centri di tortura.
I rastrellamenti degli algerini erano all’ordine del giorno, le famose “rafles”, retate che venivano chiamate “la caccia ai topi”. Per coprire il tutto furono, poi, emanate quattro amnistie ed una serie di regolamenti che impediscono l’accesso ai documenti degli Archivi di Stato fino a cent’anni dall’accadimento degli stessi.
Il 20 ottobre di quell’anno, le donne algerine indissero una manifestazione e il 9 novembre andarono davanti alle carceri dove era in atto uno sciopero della fame delle detenute e dei detenuti.
L’infamia borghese in tutte le sue articolazioni, si manifestò anche nel febbraio del 1962 quando l’OAS effettuò un attentato che uccise una bambina di quattro anni e quando, nella manifestazione di indignazione e di protesta che ne seguì, indetta dalla CGT e dalla CFTC, a Parigi, alla stazione del metrò Charonne, la polizia uccise otto manifestanti, un nono morì in seguito alle ferite. Una delle vittime, Fanny Dewerpe, era sfuggita ai rastrellamenti durante la guerra, suo cognato era stato fucilato nel 1944, suo marito René era stato manganellato a morte il 28 maggio 1952 nel corso di una manifestazione per la pace, a conferma che la borghesia ha tanti volti, ma l’essenza è sempre la stessa.
Noi i nomi delle vittime di Metrò Charonne li conosciamo tutti, ma quelli degli algerini massacrati il 17 ottobre, quasi nessuno. Anche nella morte sono diversi.
Diffondere la conoscenza di questi crimini è il modo migliore di rendere giustizia ai morti.
Allora ce la vogliamo dire tutta fuori dai denti? Nelle banlieues parigine si è festeggiato per quello che è accaduto e siccome siamo in vena di sincerità diciamo che parte della colpa è anche nostra, e parliamo della sinistra di classe. Non abbiamo saputo raccontare quegli episodi, abbiamo partecipato all’ oblio, non abbiamo saputo dare sponda e progetto alle loro attese, abbiamo lasciato vuoto uno spazio e perciò abbiamo consegnato tanti giovani all’integralismo islamico. La religione ha saputo essere quel collante che la sinistra di classe non è riuscita a dare. Dovremmo riflettere su questo.
Qualcuno dirà: ma dove sta la differenza tra la Francia e l’Italia? Anche noi abbiamo al governo socialdemocratici neoliberisti, che da noi si chiamano PD, anche noi abbiamo una classe dirigente mediocre, anche noi abbiamo partecipato a tutte le così dette guerre umanitarie, addirittura all’aggressione alla Libia, facendoci portare via un paese con cui avevamo un rapporto privilegiato ereditato dall’esperienza coloniale. Dove sta la differenza? La differenza è che l’Italia è supina agli Stati Uniti e non ha velleità di avere una politica estera autonoma da quella statunitense. Con Nicolas Sarkozy ( quest’ultimo sta a Charles de Gaulle come Carlos Menem sta a Juan Domingo Peròn) la Francia ha ridefinito il rapporto con la Nato e dentro la Nato e ha reimpostato i Servizi. Questi ultimi sono tacciati di impreparazione e pressapochismo, ma a suo tempo, avevano dimostrato grande efficienza nel salvaguardare la vita di Charles de Gaulle. Evidentemente il rapporto privilegiato con gli Usa e il ridefinito rapporto con la Nato non sono la soluzione, ma il problema e non si conciliano con una politica estera indipendente.
In definitiva, tutto nasce dal progetto neoliberista che i paesi del terzo mondo devono sottomettersi e conoscere una nuova era di colonizzazione caratterizzata dall’arroganza dei colonizzatori convinti di far parte di una categoria superiore, più civilizzata, più progredita e dal disprezzo che questa ha dei colonizzati, tanto che a volte arriva a considerarli come non appartenenti al genere umano.
L’oscena strumentalizzazione dei fatti di Parigi con la richiesta di maggiori risorse e mezzi alla polizia, all’esercito e ai Servizi, in definitiva con la canonizzazione del “bisogno di sicurezza”, è in correlazione diretta con la disoccupazione cronica, la normalità della precarietà, l’esclusione dai diritti di cittadinanza di chi è fuori dal mercato del lavoro, l’aumento dei poveri, dei senza casa, dei marginali, degli immigrati e il tutto non è il frutto sgradito della politica neoliberista, ma ne è la sostanza. Questo è il senso delle politiche securitarie, un’impostazione atta alla ridefinizione dei rapporti di forza con il mondo del lavoro, una compiuta colonizzazione dei popoli dei paesi occidentali così come già avvenuto negli Stati Uniti, una guerra a tutto campo sul fronte esterno e sul fronte interno mettendo in preventivo la guerra nei confronti della propria popolazione, trasformando aree geografiche, etnie, ceti, ambienti in colonie interne.
Il vero destinatario delle politiche securitarie è il lavoro e il lavoratore. E’ nell’ambito di questa impostazione che la polizia acquista un potere che non ha mai avuto in passato e gli eserciti nazionali diventano truppe colonialiste ad uso interno e che la Nato si trasforma in un organo di polizia internazionale. Polizia, eserciti nazionali, Nato hanno come scopo diretto e fondamentale la salvaguardia armata degli interessi del capitale contro il lavoro. Ne consegue la necessità della fine del capitalismo, ma questa passa attraverso la sconfitta politica del neoliberismo e dei suoi funzionari politici, la socialdemocrazia. Nella deriva dei continenti politici partitici la socialdemocrazia è diventata la destra moderna, conservatrice e reazionaria e sposa in Italia e in Europa la causa statunitense, nella stagione in cui gli Usa tentano di imporsi come impero.
Come una volta le potenze coloniali usavano gli ascari, ora usano l’Isis, ma come succedeva anche una volta, spesso gli ascari sfuggono di mano. O meglio chi toglie le armi agli ascari quando non sono più utili?

 

La Parentesi del 22/04/2015 "Mercanti di morte"

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http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/04/23/la-parentesi-di-elisabetta-del-22042015/

 

“Mercanti di morte”

Immagine rimossa. Come al solito e come sempre, quando succede una tragedia più grande di quelle che quotidianamente attraversano il nostro presente, allora tante e tanti si sbracciano in cordoglio peloso, lacrime istituzionali, interesse simulato e strumentale. Un barcone stipato di migranti si è rovesciato nel mediterraneo due giorni fa, il bilancio dei morti/e è pesante, ma fa effetto perché sono morti tutti/e in una volta…si sa il numero fa notizia, ma ne muoiono quotidianamente in quantità minore e passano così in un silenzio noncurante.

“Una tragedia immensa”(Enrico Letta, Pd, presidente del consiglio, tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013)

“Provo vergogna e orrore; è necessario rivedere le leggi anti-accoglienza” (Giorgio Napolitano,Pd, presidente della repubblica, tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013 )

“…L’escalation dei viaggi della morte è il segno che siamo in presenza di un’organizzazione criminale che sta facendo tanti soldi e rovinando tante vite. Il nostro Paese non può consentire che si faccia commercio di vite umane e noi li prenderemo. Questo chiediamo alla comunità internazionale”…..“Anche oggi un’operazione delle forze di polizia e dell’ordine italiane ha portato all’arresto di altre 24 persone, siamo a 1.002 in totale” ( Matteo Renzi, Pd, presidente del consiglio, sul ribaltamento del barcone del 19 aprile 2015.)

Queste dichiarazioni sono assolutamente intercambiabili nel tempo e nello spazio politico e non perché destra e sinistra non esistano più, esistono eccome!, ma perché mentre la destra tradizionale ribadisce concetti che sono sempre stati suoi, la socialdemocrazia, PD in testa, è diventata destra moderna facendosi sponsor del credo neoliberista.

A margine è interessante notare la dichiarazione di Laura Boldrini,Sel, presidente della camera, che, alla dichiarazione di Angelino Alfano che sarebbe necessario bombardare le imbarcazioni degli scafisti, risponde ”ma come facciamo a sapere quali sono le imbarcazioni giuste?”: Il problema non è quindi un’affermazione come quella di Alfano priva di qualsiasi scrupolo, bensì come metterla in atto. D’altra parte cosa aspettarsi da una patriarca, questo è il suo ruolo, questo è il punto di arrivo di una carriera fatta proprio nell’ambito della strumentalizzazione occidentale delle guerre umanitarie, questo è il motivo per cui è stata messa dove sta.

La colpa delle stragi in mare sarebbe, quindi, delle modalità con cui i migranti arrivano qui da noi, delle situazioni locali nei paesi del terzo mondo che non impediscono gli imbarchi, delle politiche europee che non aiutano l’Italia, delle leggi italiane non adeguate, dell’insufficienza delle strutture poliziesche, militari e di controllo, della carenza di strutture umanitarie di soccorso, ma, soprattutto, la colpa sarebbe degli scafisti, chiamati mercanti di morte, che lucrano sulla tratta degli esseri umani.

Si, la colpa è dei mercanti di morte, ma i mercanti di morte sono i paesi occidentali.

Le cause vere dei flussi di migrazione e le responsabilità vere vengono oscurate, negate, sepolte, sono sotto gli occhi di tutte e tutti ma non vengono nominate. Le politiche neocoloniali di aggressione ai paesi del terzo mondo, la destabilizzazione di intere nazioni, aree geografiche e territoriali da parte delle potenze occidentali, la strategia adottata dall’occidente neoliberista a guida statunitense che usa strumentalmente le differenze etniche, religiose, culturali in modo tale da ottenere  comunità in lotta fra loro che non permettono unità nazionale, percorsi di liberazione, consapevolezza politica, strategie di affrancamento dall’occidente predatore e colonialista, sembra che non esistano. La condizione del terzo mondo sarebbe frutto dell’incapacità di quei popoli a gestirsi democraticamente.

E intanto vengono distrutte le economie di sussistenza, la piccola proprietà contadina è cancellata dalla voracità delle multinazionali, si sostengono e si armano realtà tribali mettendole le une contro le altre. Si evoca lo spettro del "terrorismo" per ottenere l’effetto di compattare l’occidente  e di avere mano libera per qualsiasi intervento militare e allo stesso tempo si crea, si addestra, si foraggia e si arma l’integralismo islamico.

Le popolazioni che sono costrette ad abbandonare campagne devastate, prima si ammassano in baraccopoli senza identità, in una miseria senza fine, poi cercano una via di scampo verso un occidente che si autopropone ipocritamente come terra promessa, come portatore di civiltà, di diritti umani, di cultura superiore e come paradiso del benessere.

I barconi partono dalle coste libiche, un paese aggredito e smembrato. L’aggressione alla Libia del marzo 2011,  snodo della nascita del neocolonialismo, è stata promossa dalla Francia con il concorso degli Stati Uniti, della Danimarca, della Norvegia, del Regno Unito, del Canada, del Belgio e dell’Italia

L’Italia, a sua imperitura vergogna, ha partecipato in prima fila alla distruzione di quel paese, aggressione assolutamente contraria agli interessi italiani ma  fortemente voluta d’allora presidente della repubblica Giorgio Napolitano e dal Pd, un partito che per la prima volta nella storia italiana non ha fatto gli interessi di frazioni della borghesia nazionale, bensì quelli delle multinazionali anglo-americane.

La responsabilità delle morti in mare, dei migranti affogati/e e dispersi/e, ma anche della loro reclusione nei Cie, della loro vita di stenti e di miseria, è di tutte quelle e tutti quelli che portano avanti, sostengono, appoggiano, naturalizzano nella società il neoliberismo a tutti i livelli, dal politico al quotidiano.  L’unico modo che abbiamo per porre fine a queste tragedie è lottare contro le guerre neocoloniali e contro l’ideologia neoliberista in ogni aspetto della nostra vita, smascherare  i partiti, le organizzazioni, le soggettività, le associazioni, le ong, le onlus…che sono portatori di questa logica perché tutto questo ha dei risvolti importanti anche nel nostro paese: il neoliberismo è un’ideologia fortemente razzista e violenta che mette poveri contro poveri, migranti contro così detti cittadini legittimi…una categoria sociale contro l’altra…uomini contro donne ….e il neocolonialismo è come un’onda nera che si rovescia anche sui popoli occidentali minando alle radici consapevolezza politica, solidarietà, possibilità di liberazione.

I mercanti di morte sono i paesi occidentali, ma non mercanti qualsiasi, sono mercanti all’ingrosso.

La Parentesi di Elisabetta del 14/01/2015 "Apprendisti stregoni e pifferai"

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“Apprendisti stregoni e pifferai”

Immagine rimossa.

Con riferimento all’assalto alla redazione di Charlie Hebdo e alle vicende successive si fanno tante illazioni e qualcuno ha delle certezze sugli esecutori materiali. Ma la giurisprudenza, in questo e in tutti gli altri paesi, ci dice che i mandanti sono responsabili quanto, se non di più, degli esecutori.

E i mandanti sono facilmente identificabili in quelli che hanno sdoganato il fondamentalismo islamico.

E’ una storia che parte da lontano, dal colpo di Stato contro Mossadeq in Iran, promosso dall’Inghilterra e dagli Usa e non lo diciamo noi, ma le carte desecretate proprio negli Stati Uniti.
Poi è venuto l’Afghanistan, dove per rovesciare un governo laico, tra l’altro con numerose donne che ricoprivano alte cariche istituzionali , sempre gli Usa con l’aiuto dei servizi pakistani, hanno sostenuto e appoggiato i Talebani.
Poi ancora, l’aggressione alla Jugoslavia, con relativi bombardamenti aerei, che ha disintegrato uno stato federale, multietnico e multiconfessionale, portando per la prima volta dopo il ’45, la guerra dentro l’Europa, addirittura ai confini con l’Italia, in un crescendo di crimini con l’uso dell’uranio impoverito, con il bombardamento delle fabbriche, della televisione di Stato e relativa redazione e dell’ambasciata cinese. Oggi la Jugoslavia è un mosaico di staterelli alcuni dei quali veri e propri crocevia della malavita organizzata internazionale.
Ed ancora l’Iraq, la Libia e, ultima arrivata, la Siria.
Per rimanere nel mondo arabo, gli ultimi tre paesi citati erano laici. Contro di loro sono state scatenate le forze più retrive dell’integralismo mussulmano finanziate, equipaggiate ed addestrate sempre dagli Usa con l’aiuto dei Servizi dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi.
Veri e propri apprendisti stregoni hanno evocato le forze più oscurantiste di quelle aree geografiche e, come per i talebani, sono poi loro sfuggite di mano.

Le vicende francesi presentano un altro risvolto peculiare, di dominio pubblico e sotto gli occhi di tutti, per indagare il quale non è necessario essere raffinati politologi o studiosi di geopolitica ed è rappresentato dal fatto che non solo la Francia partecipa attivamente all’aggressione alla Siria, ma ha svolto un ruolo importante in Libia e ha mandato truppe in tutta l’africa francofona in un rapporto di dipendenza e contemporaneamente di autonomia nei confronti dell’imperialismo statunitense.

Ma l’aspetto più importante e che ci riguarda più da vicino è che, nel nome della patria attaccata, si è fatto appello all’unità della nazione, facendo dimenticare la divisione in classi e la lotta di classe, riproducendo il meccanismo utilizzato alla vigilia della prima guerra mondiale che aveva tanto bene funzionato in quella occasione.
A Parigi, i potenti della terra a braccetto in prima fila, quelli che affamano, bombardano, uccidono, occupano territori, devastano risorse e popolazioni, abbattono lo stato sociale, gettano sul lastrico ogni giorno gente senza lavoro e senza casa….proprio loro hanno chiamato a raccolta e i pifferai hanno suonato i loro strumenti in ogni dove chiamando tutto il paese sotto il tricolore…… tutto il variegato mondo socialdemocratico odierno si è compattato, dimenticando o facendo finta di dimenticare, non solo la lezione della storia, ma soprattutto i discorsi tanto nobili e belli quanto inconsistenti e falsi fatti fino al giorno prima.
Gli stessi discorsi pelosi che hanno consegnato vasti strati delle periferie urbane ai fascisti. La sovrapposizione, volutamente operata dal neoliberismo attraverso la socialdemocrazia di parole come “sinistra” con il politicamente corretto, con il feticcio della legalità e della democrazia occidentale, ha consegnato l’insofferenza, l’alterità nei confronti di questa società all’integralismo islamico.
E qui si smaschera il vero volto di verdi… socialisti…. socialdemocratici…. veri e propri ascari e collaborazionisti dei progetti neocolonialisti.
Le classi non esisterebbero più, non esisterebbero più oppressi e oppressori, ricchi e poveri….ma una sola minaccia, il nemico esterno e tutti/e avrebbero il dovere di rispondere in difesa della civiltà occidentale contro la barbarie.
Ma la barbarie non era il capitalismo?
In definitiva si è trattato di una vera e propria prova generale, un passo avanti verso l’aggressione alla Russia e alla Cina, una verifica della risposta della popolazione occidentale di fronte alla chiamata alla guerra che per le caratteristiche economiche e militari dei paesi aggressori e di quelli aggrediti si trasformerà in una vera e propria catastrofe per l’umanità.
A conferma che il capitalismo, nel suo naturale processo di autoespansione non può non ricorrere alla guerra, tanto più nella stagione neoliberista in cui è approdato, stagione caratterizzata da un attacco senza esclusione di colpi contro la piccola e media borghesia,i lavoratori tutti/e, i popoli del terzo mondo e tutti quei paesi che non accettano e che recalcitrano e che non vogliono diventare fabbriche a cielo aperto delle multinazionali e/o aree di penetrazione economica.
Gli stati europei si trovano nella situazione di voler esercitare il loro ruolo imperialistico e nello stesso tempo di essere vassalli dello stato del capitale, cioè gli Usa, che li chiamano all’ordine sotto la propria bandiera.
Gli Stati Uniti lavorano su un doppio binario, da una parte vogliono usare gli stati europei, e, contemporaneamente, sabotano l’Unione Europea nei cui confronti il prossimo devastante colpo sarà il TTIP.
Tempi cupi ci aspettano, non si tratta di essere pessimiste si tratta di essere realiste.
Vediamo di non fare la fine dei topi di Hamelin, recuperiamo la lotta di genere e di classe.

 

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