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JOIN THE INVASION! La rivoluzione non è un lavoro da esperti!

 

Il 14 Novembre scenderemo in piazza, perché se non lo facciamo noi

nessuno lo farà al nostro posto.

Ci raccontano che saranno le elezioni a cambiare i nostri destini, ma

non siamo più disposti a crederci. Abbiamo visto susseguirsi un governo

di centro-sinistra, uno di destra e ora uno tecnico (ma tristemente

politico); al peggio non c’è mai fine! E’ emblematico il fenomeno Renzi:

si propone come il tanto sospirato cambiamento che “rottama” la vecchia

politica. Facendo, tuttavia, l’occhiolino (con relativo fundraising)

all’industria e alla finanza italiane che, nel presente come nel

passato, non hanno certo fatto i nostri interessi, dimostra che le sue idee sono vecchie e conservatrici. Non sarà il nuovo politico di turno, né un rimpasto dell’attuale classe dirigente a

mettere fine alle politiche di austerity. Vogliamo che tutta la classe

dirigente se ne vada a casa: Degage!! , che se ne vadano tutti, come urlano i

tunisini in lotta.

 

Sentiamo urgente il bisogno di una risposta concreta ed efficace all’

attacco allo stato sociale, alla progressiva scomparsa di ogni garanzia

sul posto di lavoro,alla privatizzazione dei saperi e alla devastazione dei territori

 

che sperimentiamo ogni giorno sulla nostra pelle.

Possiamo combattere le politiche di austerità che ci impongono soltanto

riprendendoci ciò di cui abbiamo bisogno; solo sottraendoci alle

richieste, ormai quotidiane, di sacrifici e “sobrietà”. Proponiamo la

riappropriazione diretta come pratica conflittuale e facilmente

praticabile e, soprattutto, riproducibile per squarciare il velo di austerity imposto dall’alto

Vogliamo riprenderci i nostri spazi e i nostri tempi, senza elemosinare

“diritti” a chi vuole toglierci tutto. Crediamo che scendere in piazza

il 14 Novembre sia l’inizio di un processo costituente che vede nella

pratica della riappropriazione, declinata nel senso

dell’incompatibilità, un’importante indicazione per i conflitti a

venire.

 

Saremo in piazza il 14 Novembre così come ogni giorno animiamo i

percorsi di contropotere nelle scuole, nei posti di lavoro, nelle

università e nei territori. Non abbiamo, tuttavia, nessuna intenzione di

fare una sfilata colorata e di tornare a casa soddisfatti. Non bastano più sparuti blocchi del traffico divenuti ormai normali e prevedibili non possiamo più rimanere indietro ma dobbiamo fare un passo avanti, invadere, creare, sperimentare. In questa chiave,

il 14 Novembre non segnerà nessuna fine, ma sarà soltanto uno mezzo

utile per valorizzare i nostri percorsi e per cominciare a ragionare

insieme su come sperimentare nuove forme di conflittualità.

Proprio per questo il percorso di avvicinamento a questa giornata è e sarà aperto a tutti e a tutte in appuntamenti pubblici.  Uno spazio pubblico ed attraversabile che sia luogo di confronto e condivisione, affinché diventi immediatamente incontro e stimoli la sinergia delle lotte. Non vogliamo arroccarci su posizioni di difesa, soltanto sperimentandoci possiamo rilanciare e

percorrere strade non battute e forse vincenti.

 

Scegliamo di dar valore ai singoli percorsi di lotta, in una giornata

in cui la CGIL ha convocato uno sciopero generale di quattro ore, che

crediamo del tutto inefficace per la gravità della situazione attuale e che riteniamo rappresenti soltanto un ulteriore sintomo del netto scollamento tra la società da una parte e i

sindacati e i partiti, dall’altra. La scelta della CGIL, inoltre, è

stata tardiva e quasi obbligata, il 14 Novembre, infatti, vi saranno

scioperi generali  in Portogallo, Spagna e Grecia.

Il nostro sguardo sarà proprio puntato sulle mobilitazioni di tutta

Europa; crediamo che i paesi che sono vittime dei folli diktat economici

e politici della Troika  debbano dare una risposta compatta.

Evitando, certamente, un inefficace calderone, senza scimmiottare i

contenuti e i modi delle singole proteste. Valorizzando, invece, le

differenze, contestualizzando le diverse esperienze e analizzando le connessioni. Perché la lotta è una, ma va combattuta su diversi fronti.

 

Se non lo fai tu nessuno lo farà per te : il 14 Novembre non sarà uno

sciopero, sarà un’invasione!!

 

mercoledi 7 ore 16 a fisica

 

Assemblea pubblica di confronto e condivisione verso il 14 novembre.

 

Le trasmissioni del lunedi Latinoamerica, Impatto e Tappabuchi

organizzano una Cena benefit per Radio Onda Rossa sabato 3 Novembre h.20

all'Ex51 (via Bacciarini 12 Metro Valle Aurelia)

 

Menù:

 

- Pasta al sugo di diossina e melanzane

- Pollo transgenico alle mandorle

- Torte rustiche CO2

- Timballo di finocchi alla petrolchimica

- Dolci termonucleari

 

Vino dei castelli incluso e selezioni musicali a cura del
Comitato Carlos Fonseca!!

Pinar Selek, femminista, antimilitarista, fa parte del collettivo Amargi. Perseguitata dalla giustizia turca, vive in esilio dal 2009.
Seydar Selek è la sua avvocata e fa anche lei parte del collettivo Amargi.

 

Nel 1998, a seguito della sua ricerca sociologica sul conflitto armato tra Turchia e Kurdistan, Pinar viene arrestata e pesantemente torturata per essersi rifiutata di rivelare i nomi degli esiliati curdi che aveva intervistato. Con l’arresto, il suo lavoro di ricerca viene sequestrato.In carcere viene informata di essere accusata di un presunto attentato (rivelatosi poi un incidente) avvenuto nel 1998 a Istanbul. Pinar rimarrà due anni e mezzo in carcere. Liberata nel dicembre del 2000 è stata definitivamente assolta nel 2006, dopo un processo durato più di cinque anni.

Nel marzo 2009 il suo caso, che era stato chiuso, viene riaperto e lei si trova di nuovo sotto la minaccia di un processo in cui rischia 36 anni di carcere. L’accanimento dello Stato turco continua a tutt’oggi.

 

Pinar fa parte del collettivo femminista Amargi che dal 2001 è attivo a Istanbul e Ankara nella lotta contro la violenza sulle donne, la militarizzazione della società e per la diffusione del femminismo in Turchia.

La sua ricerca militante ha indagato le strutture repressive all’interno della società, le dinamiche politiche di esclusione e marginalizzazione, le esperienze concrete di percorsi di liberazione individuali e collettivi, la costruzione della mascolinità all'interno di contesti militari

.

 

 

 

Sono oltre 67.000 le persone rinchiuse nelle carceri del nostro Paese in strutture che ne potrebbero contenere al massimo 42.000. Il maggior sovraffollamento degli ultimi 60 anni. Un record.
Le condizioni di detenzione sono inaccettabili: mancanza di acqua e di igiene, di spazi per attività sportive o semplicemente per muoversi, docce insufficienti, vitto immangiabile, assistenza sanitaria nulla ecc. Amnesty International le definisce“trattamenti inumani e degradanti” e “tortura”. Per questi “trattamenti” lo Stato italiano è stato condannato più volte dalla Corte europea di Strasburgo.


Nel 2008 il Consiglio dei Diritti Umani dell'Onu ha sottoposto il nostro Paese alla Universal Periodical Review, una procedura di revisione periodica riguardante i diritti umani. Sull'Italia sono state emanate ben 92 raccomandazioni. Eppure si continua a torturare: alla Diaz, come a Bolzaneto e in piazza a Genova nel luglio 2001. Non si tratta di episodi isolati e straordinari: ma di pratiche ordinarie dello Stato, delle classi dirigenti e delle istituzioni.
 

Qual è il motivo di questa “grande carcerazione” cosi come definita dagli esperti?
In questi ultimi decenni i reati gravi contro le persone sono in diminuzione, e allora? La risposta è che in un momento in cui l'Europa sta vivendo una delle più grosse crisi economiche, il sistema capitalistico risponde con la repressione e la carcerazione coatta per soffocare la nascita del conflitto sociale dove ogni violazione dell’ordine pubblico deve essere sanzionata. In sostanza il peso di questa crisi è scaricato sulle spalle, già massacrate, dei più poveri, di chi lavora in modo precario, di chi non trova lavoro, di chi con il magro salario non arriva alla terza settimana del mese.
Le carceri italiane non sono piene di potenti corrotti o inquisiti eccellenti, ma di autori di piccole trasgressioni: oltre 25.000 sono condannati a pene inferiori ai 3 anni (e per le leggi italiane dovrebbero trascorrere la sanzione in “misura alternativa” non in carcere). Negli ultimi decenni sono state create leggi liberticide come la Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi, la ex Cirielli sulla recidiva, che sostenute dalle campagne forcaiole della stampa nostrana hanno alimentato un clima che rende sempre più difficile l’accesso alle misure alternative.
E’ con questa stessa repressione che per una manifestazione si rischiano fino a 15 anni di carcere; ogni mobilitazione, ogni lotta subisce l’aggressione delle forze dell’ordine e la condanna della magistratura giunge puntuale con pene altissime. In questo paese la cosiddetta “legalità” considera più grave una manifestazione collettiva per un bisogno negato (lavoro, casa, sanità, ecc.), piuttosto che l’azione criminale di chi devasta l’ambiente, saccheggia le nostre vite e riduce alla fame e/o uccide.


Le detenute e i detenuti si ribellano, a questo massacro non ci stanno!

Sono decine e decine le carceri in lotta.
Dal sud al nord Italia la protesta si espande: scioperi della fame o del vitto, battiture delle sbarre e sciopero delle lavorazioni. I detenuti e le detenute chiedono Amnistia, Indulto, accesso rapido alle misure alternative, di uscire dal carcere, di mettere fine a quel sovraffollamento spaventoso che rende, la già dura condizione di chi è privato della libertà, del tutto inaccettabile e invivibile.


Siamo al fianco di chi lotta in carcere e vogliamo fare nostri gli obiettivi di lotta della popolazione detenuta
Sosteniamo e diffondiamo in tutta la città la loro lotta!
 

Per questo invitiamo tutte e tutti a
partecipare a un presidio giovedì 2 agosto davanti al Ministero di Giustizia in via Arenula a partire dalle ore 17.00.

LIBERE TUTTE LIBERI TUTTI
 

compagne e compagni contro il carcere

 

Concerto a sostegno delle spese legali per i 10 condannati per i fatti di Genova 2001.


Genova non è finita
 
The Koffin Kats
&
Cockroaches


dj set con  Murder Farts & Lubna Barracuda

 

Alberto e Marina liberi!!!

nessuna pena, nessuna galera 10x100 GENOVA NON E' FINITA!

 

 

dall'aperitivo DJ SET:

dj murder fart

lubna barracuda r'n'r surf garage

 

  CONCERTI:

The Bone Machine

Terrorist Bengala Party

I Magneti


ingresso libero

  

  

Venerdì 6 luglio 2012, ore 21.30
Villa Mercede, via Tiburtina 113 (San Lorenzo), Roma
nella cornice del Roma Fringe Festival
   
RADIO ONDA ROSSA presenta:
  
A 50 ANNI DA PIAZZA STATUTO
CHE FINE HA FATTO LA CLASSE OPERAIA?

 
La rivolta di Piazza Statuto
reading di e con Tamara BARTOLINI e Michele BARONIO
 
Gli scioperi del 1980 alla Fiat
proiezione di filmati dedicati ad Alfio DI BELLA
 
Tavola rotonda con:
Ascanio CELESTINI, Tano D’AMICO, Roberto GIANNARELLI, Wilma LABATE, Alfonso NATELLA
 

Nel 1962 a Torino inizia un intenso periodo di scioperi, come non succedeva da anni. Alla Lancia, alla Michelin, alla Fiat, gli operai si ribellano ai ritmi, ai regolamenti di disciplina e chiedono l’aumento della paga oraria. Nel tentativo di arginare la protesta, il padronato firma un accordo separato con la Uil e il Sida, scatenando la rabbia dei lavoratori che il 7 di luglio assaltano la sede della Uil in Piazza Statuto. Gli scontri con le forze dell’ordine, capeggiate dal battaglione Padova, si protraggono per tre giorni consecutivi, coinvolgendo migliaia di operai e proletari accorsi da molte parti della città.
La rivolta di Piazza Statuto non fu solo un episodio di contestazione radicale al sindacato, ma un atto di insubordinazione ai piani del capitale e dello Stato, da cui ebbe inizio una lunga fase di trasformazione della nostra società. Una fase di rivolgimenti sociali e culturali vissuti con passione ed entusiasmo da intere generazioni, accompagnate nelle loro lotte dalla presenza e dalla forza della classe operaia.
Oggi questa forza ha perso vigore e la presenza della classe operaia risulta dispersa nelle infinite pieghe di una sfuggente composizione sociale. Costretti sui tetti o sulle ciminiere di fabbriche ormai deserte, gli operai stentano a riconoscersi nella generale frammentazione e precarizzazione del lavoro, sempre più asservito al dominio del capitale. Tra le formidabili rivolte del passato e le nuove insorgenze contro l’ordine costituito, si snoda il racconto dell’odierno conflitto di classe.
 

ascolta il contributo audio che illustra l'iniziativa

 

Mercoledì 4 luglio

 

Cena benefit per la campagna  ore 19:30 C.s.o.a. La Torre – via Bertero 13, Roma

 

Serata a sostegno della campagna 10×100, incontreremo:

- Carlo Baschmidt , autore de La Provvista e Black Bloc ,

- Mina Zapatero, manifestante arrestata all’interno della scuola Diaz e condotta poi a Bolzaneto.

 

Dalle 21:00 proiezione di La Provvista.

 

Firma l’appello www.10×100.it per la liberazione dei compagni e della compagne
accusate di devastazione e saccheggio per i fatti del G8 di Genova 2001

Durante l’iniziativa si troverà materiale info sulla campagna

 

Nel luglio del 2001 ci recammo a Genova in 300 mila per gridare ai potenti del G8 “un altro mondo è possibile”. Un mondo dove le scelte politiche non fossero dettate dalle banche e dagli speculatori e dove la voce dei molti non fosse zittita dall’arroganza dei pochi. Da una parte c’era il “movimento dei movimenti”, la più imponente ondata di mobilitazione collettiva – a livello mondiale, peraltro – dalla fine degli anni Settanta, la cifra distintiva della pluralità ne costituiva la forza e l’imponenza. Dall’altra i governi e il Potere economico, che a Genova trovarono il teatro ideale per la rappresentazione della tragedia, il cui finale doveva essere uno e uno solo: fare degli anni a venire un deserto dell’ opposizione sociale, per dare libero sfogo alla globalizzazione selvaggia, al neoliberismo rampante, alla finanza da rapina.

Dopo 11 anni da quelle giornate e in vista delle sentenze che andranno a chiudere i processi genovesi, vorremmo leggere quel G8 come un primo esperimento, un vero e proprio laboratorio del controllo della conflittualità sociale.

In questi 11 anni, in Italia e non solo, i governi hanno dato vita ad una sperimentazione continua degli apparati di controllo, costituita dal connubio indissolubile tra la le misure repressive attuate nelle piazze e i sottili meccanismi preventivi e punitivi che colpiscono determinate “categorie di persone” indesiderate. Un filo rosso che passa per i dispositivi penali rispolverati dai tempi bui della storia del nostro paese, come il reato di devastazione e saccheggio.

Dagli stadi alle piazze, passando per i CIE, veri e propri lager per migranti, questo reato, concepito dal codice penale fascista, il codice rocco, è stato recuperato per annichilire qualsiasi espressione del dissenso, uno spauracchio ingombrante, grazie al quale è più facile comminare pene enormi a chi si vuole colpire. Pene persino superiori a quelle previste per reati come l’omicidio.

Il convegno si terrà a San Lorenzo a Piazza dell’Immacolata alle ore 18.30

intervengono

- A buon diritto
- Antigone
- Avv. Simonetta Crisci
- Avv. Francesco Romeo

interventi telefonici di -

Livio Pepino autore del libro Non solo un treno… La democrazia alla prova della Val Susa

Avv. Eugenio Losco – il reato di devastazione e saccheggio applicato alle rivolte nei CIE

 

VOGLIAMO TUTTO

La libertà di vivere e amare non può più aspettare: Roma Pride 2012.

Vogliamo tutto, senza più mediazioni, senza più rinunce, senza più tentennamenti.

 

Vogliamo tutto: questa è la richiesta che le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender, queer e intersessuali rivendicano con il Roma Pride 2012. Il Pride è il momento di massima espressione della nostra battaglia per il riconoscimento della parità, dignità e libertà di vivere e amare senza ingerenze religiose, moralistiche e ideologiche. Nel Pride sta la forza di una comunità che si trova unita nell’orgoglio per quello che si è, nelle rivendicazione di una piena uguaglianza, nella gioiosa visibilità individuale e collettiva, nell’allegria di un giorno di festa e condivisione.

 

Vogliamo tutto e lo otterremo nello spirito di Stonewall, attraverso la nostra lotta di liberazione che ripudia ogni forma di violenza, autoritarismo e totalitarismo e proclama come fondativi di una società democratica i valori dell’antifascismo, dell’antisessismo e dell’antirazzismo.

 

Vogliamo tutto, perché ciascuna e ciascuno di noi merita ed esige riconoscimento e tutela, sia nella sua individualità, sia nelle forme di affettività e condivisione che desidera. Vogliamo essere libere e liberi di scegliere e di esprimere le nostre identità, con i nostri corpi e con la nostra fisicità, anche fuori dai canoni standardizzati, attraverso un percorso di autodeterminazione e promozione delle differenze.

 

Vogliamo tutto per la realizzazione del nostro progetto di vita e d’amore; vogliamo tutto per noi, i nostri affetti, le nostre famiglie e i nostri figli: dal matrimonio civile per le coppie formate da persone dello stesso sesso, su un piano di piena uguaglianza formale e sostanziale con quello delle coppie eterosessuali, al riconoscimento delle differenti forme di affettività e relazioni che ciascuna e ciascuno di noi possa scegliere liberamente.

 

Vogliamo tutto, vogliamo istituzioni e leggi realmente laiche, che sono la piena garanzia della libertà e della autodeterminazione delle persone nelle loro scelte di vita, religiose e filosofiche, lontane da impostazioni da stato etico che confondono peccato con reato o illecito, puntando a imporre un modello unico di società a cui uniformarsi.

 

Vogliamo tutto, vogliamo poter vivere liberamente la nostra identità di genere, per questo chiediamo legittime tutele a favore delle persone transessuali, transgender e intersessuali che vivono forti discriminazioni e abusi nei diversi ambiti della propria esistenza.

 

Vogliamo una società priva di ogni forma di discriminazione e violenza omo/trans/lesbofobica. Vogliamo interventi legislativi, culturali, informativi e di sensibilizzazione per il contrasto di ogni forma di pregiudizio legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

 

Vogliamo tutto, consapevoli che la crisi attuale non può essere utilizzata per sottrarre e restringere spazi di libertà e di cittadinanza a quei soggetti che già in un periodo “pre-crisi” ne pagavano il prezzo sociale, economico e culturale  maggiore, consapevoli che i parametri economici, come lo spread e il P.I.L. non misurino il benessere, la realizzazione e la felicità di ciascuna e ciascuno e vogliamo che governo e istituzioni riconoscano tutti i diritti e le garanzie che ci spettano.

 

Vogliamo una riforma radicale del sistema di welfare, a oggi fondato prevalentemente sull’istituto familiare. Vogliamo un welfare universale, che consideri sia le famiglie sia gli individui, attraverso un sostegno reale al reddito come strumento di concreta autonomia delle persone, di tutela dall’emarginazione sociale e, soprattutto per i giovani e per gli anziani, di indipendenza dalla famiglia d’origine.

Vogliamo tutto per costruire, insieme a tutte le forze vive del Paese, un tessuto culturale e sociale aperto e inclusivo, che faccia delle differenze una ricchezza. Vogliamo tutto, vogliamo parità di accessibilità all’informazione, alla formazione e alle attività della vita quotidiana in genere anche per chi, come le persone sorde, sconta il fatto di far parte di una minoranza linguistica che lotta da anni per il suo riconoscimento e la visibilità della sua diversità.

 

Vogliamo tutto, in un percorso comune a quanti subiscono gli effetti più duri di stigma, emarginazione, discriminazioni e violenza: donne, migranti, diversamente abili, lavoratori precari e sfruttati, Rom, credenti di minoranze religiose, giovani e studenti. Uniti a chi ancora crede nei valori dell’uguaglianza, della dignità umana e delle differenze. Insieme si può costruire e regalare un Paese più giusto, libero, laico e democratico.

 

Vogliamo tutto, vogliamo un’informazione corretta e non affetta da pregiudizi e moralismi sulle malattie sessualmente trasmissibili, così come vogliamo interventi per combattere lo stigma sociale che colpisce le persone in HIV, con una particolare attenzione a campagne di prevenzione e sensibilizzazione riguardo alla sieropositività e all’AIDS, nel rispetto di una sessualità libera e consapevole.

 

Vogliamo tutto, vogliamo che l’appartenenza all’Unione Europea non si traduca nelle misure di austerity che mortificano la maggioranza della popolazione, nei tagli indiscriminati alla spesa sociale e nell’abbassamento generale dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Vogliamo che l’idea di Europa si basi sull’allargamento dei diritti, civili e sociali, indipendentemente dal paese di origine, in un’ottica di avanzamento e non di regressione, applicando i principi e i diritti sanciti della Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. All’Europa dell’austerity vogliamo sostituire l’Europa dei diritti.

 

Vogliamo quindi che ogni persona veda riconosciuta, tutelata e promossa la propria specificità e vogliamo che le istituzioni assicurino a tutte e tutti il pieno godimento dei propri diritti, della propria dignità e della propria libertà.

I partecipanti al Roma Pride 2012 vogliono costruire, attraverso la partecipazione e la diffusione di una cultura del rispetto reciproco, una società accogliente, inclusiva e plurale.

 

Per questo VOGLIAMO TUTTO!
VOGLIAMO TUTTO E COSÌ LO OTTERREMO

 

Le forze politiche, i partiti e le istituzioni, da troppo tempo distanti e disattenti rispetto alla realtà sociale e civile del Paese, non possono più ignorare le nostre chiare e forti richieste di parità, dignità, laicità e libertà.
L’evidente evoluzione del tessuto sociale e civile, la crescente sensibilità dell’opinione pubblica, le pressanti richieste delle istituzioni europee e le recenti sentenze delle corti italiane indicano chiaramente la strada da seguire in sintonia con alcuni punti dell’agenda storica del movimento LGBTQI italiano e internazionale.

Per costituire uno Stato pienamente di diritto ogni persona deve essere libera di vedere riconosciuto il proprio status e la propria autodeterminazione come individuo e nelle relazioni affettive. Per questo rivendichiamo:

- il riconoscimento del matrimonio civile per le coppie formate da persone dello stesso sesso come sollecitato dalle sentenze 138/2010 della Corte Costituzionale e dalla 4184/2012 della Corte di Cassazione.

- il riconoscimento pubblico delle unioni civili, cui sia possibile l’accesso a unioni formate da  persone dello stesso sesso o di sesso diverso, attraverso una normativa differente da quella del matrimonio.

- un nuovo sistema di diritti di singoli in un’ottica di welfare individuale, per continuare a inventare differenti forme di relazione, reti affettive complesse e articolate, amori multiformi che lasciano spazio alla libera scelta e all’imprevisto.

 

Per le nostre famiglie e per i nostri figli vogliamo:

- estendere al partner, genitore non biologico, la co-responsabilità sul minore

- estendere la possibilità di adozione alle coppie formate da persone dello stesso sesso o a persone singole

- l’abolizione della Legge 40, definendo una nuova legge che permetta l’accesso alla procreazione assistita per singoli e coppie, anche dello stesso sesso.

 

Vogliamo che la discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere sia combattuta: – dall’estensione della Legge Mancino (n.205/93)
-  da un sistema di interventi sui media

- da interventi formativi per i dipendenti di tutte le amministrazioni e uffici pubblici, per gli insegnanti e gli operatori scolastici, per le forze di polizia;

- con percorsi educativi rivolti a tutti gli alunni di ogni ordine e grado.

 

In particolare vogliamo che la Regione Lazio, in riferimento alla mozione approvata nel 2009 e il Comune di Roma in riferimento alla mozione dell’estate 2010, entrambe votate all’unanimità, si dotino di provvedimenti adeguati.

Vogliamo che la legge 211/2000 istitutiva della Giornata della Memoria includa il ricordo dello sterminio sistematico di Gay, Lesbiche e Transessuali nei lager nazisti, insieme a tutti gli altri “stermini dimenticati”: Rom, Sinti, Disabili, Malati di Mente e Testimoni di Geova.

Vogliamo che le persone transessuali e intersessuali possano trovare nelle istituzioni e nella società l’appoggio morale e materiale per vivere pienamente e in maniera serena la propria identità di genere. In particolare vogliamo che:

- le cure, l’assistenza e le terapie necessarie alla transizione di genere siano erogate dal sistema sanitario nazionale.

- il cambio anagrafico del nome proprio e dell’identificativo di genere non comporti l’obbligo di interventi chirurgici per le persone in transizione sessuale ed intersessuali.

- sia introdotta, in tutti i possibili campi applicativi, di natura pubblica o privata, la possibilità di scegliere identificativi di genere specifici per le persone intersessuali e transessuali.

- sia prevista l’applicazione della direttiva europea 207/76 e  della sentenza della Suprema corte europea del 30/04/96 sulla parità di trattamento per accesso, formazione, promozione professionale e condizioni di lavoro anche alle persone che compiono la transizione di sesso.

- la transessualità sia rimossa dal D.S.M. V (Manuale Diagnostico dei disturbi mentali) e dall’ICD 10,, aderendo alla campagna Stop 2012 per la depatologizzazione del transessualismo e che per il trattamento vengano seguite le linee guida proposte al benessere dell’individuo.

- sia abrogato l’articolo 85 del Decreto 773 del 1931 sul camuffamento e mascheramento in pubblico.

- siano definiti ed attuati i protocolli per l’accertamento delle condizioni di rispetto dell’identità di genere per le persone sottoposte a provvedimenti restrittivi.

- siano avviate campagne di sensibilizzazione e informazione sulla transessualità, sull’intersessualità, e in particolare siano rispettate le Linee Guida Etiche per la gestione clinica di casi di Intersessualità salvaguardando il diritto dell’autodeterminazione del singolo.

Vogliamo che i professionisti dell’informazione definiscano e adottino un codice di autoregolamentazione per le materie LGBTQI come è stato già fatto per minori e minoranze etniche nelle Carte di Treviso e Roma.

 

Vogliamo che l’Italia diventi protagonista nel campo della difesa dei diritti umani nel Mondo, dando il massimo sostegno al lavoro dell’ONU per la depenalizzazione dell’omosessualità e per l’abolizione universale della pena di morte, ricordando che in taluni Paesi è prevista anche per i reati di omosessualità e transessualità.
Vogliamo anche che l’Italia applichi pienamente la direttiva europea 85 del 2005 e le norme internazionali riguardo lo status di rifugiato per le persone perseguitate in patria per il loro orientamento sessuale e la loro identità di genere.

Vogliamo che Regione, Provincia e Comune garantiscano parità di condizioni riguardo gli interventi e i servizi attuati, per quanto di loro competenza, rimuovendo ogni discriminazione derivante dall’orientamento sessuale e identità di genere che comporti, quindi, l’impossibilità di accesso a una piena cittadinanza delle persone LGBTQI (con particolare riferimento alla Sanità, all’assistenza economica, all’assistenza abitativa)

Vogliamo che Regione, Provincia e Comune promuovano una corretta informazione e sensibilizzazione sulle malattie sessualmente trasmissibili e che siano aumentati i finanziamenti alle realtà che si occupano di cura e assistenza alle persone sieropositive e in AIDS.

Vogliamo che gli enti locali assicurino spazi e momenti di aggregazione, informazione e sensibilizzazione sulla cultura del mondo LGBTQI incentivando, anche attraverso stanziamenti economici, le diverse espressioni culturali.

I promotori del Roma Pride 2012

Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, QueerLab, Lista Lesbica Italiana,  Rete Genitori Rainbow, Subwoofer, Roma Rainbow Choir, Gaynet Roma, Orgogliosamente LGBTIQ, Famiglie Arcobaleno Roma,  Gruppo sordi e udenti LGBTE Roma.

 

Nel luglio del 2001 ci recammo a Genova in 300 mila per gridare ai potenti del G8 “un altro mondo è possibile”.
Un mondo dove le scelte politiche non fossero dettate dalle banche e dagli speculatori e dove la voce dei molti non fosse azzittita dall’arroganza dei pochi. Arrivammo in una Genova blindata, sbarrata dalle inferriate, dove neppure gli abitanti potevano circolare senza permesso. In 300 mila invademmo le strade con i nostri bisogni e desideri. E con le idee ben chiare che quel modello di sviluppo capitalistico non ci andava bene; ci trovammo di fronte un potere armato che aveva preparato una gestione di piazza sanguinaria, culminata con l’omicidio di Carlo Giuliani. Lo stesso potere che costruiva le false prove per l’irruzione alla scuola Diaz e allestiva la camera di tortura di Bolzaneto.

Oggi dopo 11 anni, c’è chi vorrebbe che di quelle giornate rimanessero solo delle sentenze dei tribunali: l’assoluzione per lo Stato e i suoi apparati e la condanna di 10 persone accusate di devastazione e saccheggio. 10 persone a cui vorrebbero far pagare il conto, con 100 anni di carcere, per aver disturbato i piani dei potenti della terra. Un reato che prevede condanne dagli otto ai quindici anni e che risale al Codice Rocco, emanato durante il regime fascista ed usato contro chi si opponeva alla dittatura. E’ così che oggi la magistratura lo applica con lo stesso intento.

Ma chi sono i veri devastatori e saccheggiatori?
A 11 anni di distanza possiamo dire che allora avevamo ragione. Quel potere che si riuniva per decidere le sorti del mondo ha mostrato in questi anni quali fossero i suoi reali progetti: la globalizzazione secondo i dettami del neoliberismo, la devastazione e messa a profitto dei territori e l’accaparramento delle risorse (acqua, petrolio, sementi), il saccheggio delle nostre vite, le politiche di austerity che ci impoveriscono sempre di più, le truppe di occupazione nel nostro paese e in giro nel mondo. Mentre a pagare è sempre chi lotta dalle parte delle classi più deboli, gli organizzatori e gli esecutori dei massacri di Genova non solo non sono riconosciuti come responsabili ma vengono addirittura premiati. Ce lo dimostra anche la recente nomina a sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, con delega ai servizi segreti, di Gianni De Gennaro capo della polizia all’epoca del G8 di Genova .

 

Rimandiamo indietro ai veri devastatori e saccheggiatori le condanne che vogliono infliggerci.

 

Lanciamo questo appello a tutti e tutte, alle e ai 300 mila che erano in piazza a Genova in quel luglio del 2001 e a quelle migliaia che non hanno smesso di lottare (sognare), per aprire da qui al prossimo 13 luglio, giorno dell’udienza in Cassazione per i compagni condannati per devastazione e saccheggio, una campagna che ponga l’accento su quanto sia politica la scelta discrezionale della magistratura di ricorrere al reato di devastazione e saccheggio. Una campagna che non permetta che siano dieci capri espiatori a pagare per lotte che appartengono a tutti e tutte e che sappia costruire momenti di solidarietà e vicinanza. Una campagna comunicativa che utilizzi diversi strumenti e che sappia coinvolgere tutta la società in una battaglia di libertà.
Invitiamo il movimento tutto, le compagne e i compagni che da tutto il mondo animarono quelle giornate di Genova ad aderire alla campagna e muoversi muoversi su questi temi da qui alla data del 13 luglio.

La campagna verrà lanciata il 12 giugno con una conferenza stampa presso la Cassazione a Piazza Cavour pe 14

 

Giovedì 24 maggio radio onda rossa compie 35 anni. Come ormai da tradizione, vi invitiamo a festeggiare con noi in via dei volsc 56i, a partire dalle ore 16,30. La strada sarà chiusa, sarà possibile visitare gli studi della radio ed incontrare redattori e redattrici...

a partire dalle 17,00:

- console e trasmissioni live

- mostra ''resistenza notav'' di Iskra Coronelli http://iskracoronelli.altervista.org/?p=56

- presentazione delle due autoproduzioni /I quaderni di Ondarossa/ ''Non pago - Cronaca alla resistenza sociale al debito greco'' e ''Grecia 1943-1949 - Una guerra civile dimenticata''

- Aperitivo musicale con:

Nick Puglielli

Pasta e patate

Djovedi Django

 

Serata per il compleanno di Radiondarossa dal 1977 libera nell'etere.

 

Cena romanesca (anche vegetariana) e dalle 2130

 

parole e musica con:

Eleonora Danco, Daniele Miglio, Valerio Aprea, Elio Germano, Johnny Palomba

 

 

accompagnamento musicale degli Ardecore in duo acustico

 

 Martedi 15 maggio

Ore 17.30 a Piazzale Aldo Moro
Manifestazione della Nakba, da Piazzale Aldo Moro , (ingresso principale dell'università " Sapienza" verso Piazza dell'Esquilino.
Serata a Piazza dell'Esquilino 
Ore 19.00 Iniziativa sulla Nakba palestinese

Saranno installati tende per simboleggiare gli attendamenti del 1948 e
per raccontare le storie dei palestinesi tramandate dai loro genitori/ nonni
di seguito collegamenti telefonici con: Layla Khaled militante e componente del Consiglio Legislativo Palestinese. Hanin Zoabi politica palestinese, membra del Knesset, rappresentante A.N.D. Concerti musicali, Cena palestinese, Danze di R-esistenza palestinesi, VJ e Dj-Set Resistance.Immagine rimossa.

64° Anniversario della Nakba (La Catastrofe palestinese)

Da 64 anni, dal 1948, il 15 Maggio di ogni anno il popolo palestinese tutto commemora, ovunque si trovi, dalla Palestina ai luoghi della Diaspora, l'anniversario della Nakba palestinese.

Tragedia e pulizia etnica sistematiche iniziano nel 1948 per mano delle milizie terroriste sioniste, da quella data confluite ufficialmente nell’esercito dello Stato di Israele, fondato sulla terra di Palestina. La Nakba è la pulizia etnica con l’espulsione e la cacciata di 900mila palestinesi, da allora entrati nello status di rifugiati fuori dalla loro terra, massacrati ovunque in Palestina, dove 532 villaggi e 9 città palestinesi furono cancellati.

La continuazione delle pratiche coloniali sioniste: Apartheid, prigionia e tortura, bombardamenti indiscriminati, demolizioni di case, furto della terra, sono tutti crimini contro l'umanità compiuti da Israele ai danni del popolo palestinese, che poi non si sono mai arrestati, grazie anche alla complicità e al silenzio della comunità internazionale sulla conduzione della pulizia etnica e sulla costruzione delle colonie sulle terre della Palestina.

LA TERRA E’ AL CENTRO DELLA LOTTA DI LIBERAZIONE DELLA TERRA DI PALESTINA

Questo è lo sfondo nel quale collocare l’incerta sorte degli oltre 10milioni di palestinesi che abitano nei Territori palestinesi occupati nel '48 (oggi Israele), nella Palestina occupata nel 1967 da Israele (Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme) e a coloro che vivono in Diaspora, nell’esilio, lontani dalla patria d’origine.

Al 64° anniversario della Nakba e di fronte all’attualità palestinese, affermiamo quanto segue:

1. E’ necessaria la condanna dell'occupazione sionista e del regime d'Apartheid che Israele ha instaurato in Palestina. Tale politica deve avere un termine. Chiediamo che si realizzi giustizia sociale, dignità e pace genuina per il popolo palestinese, per mezzo di provvedimenti e sanzioni di legge, boicottaggio nei confronti dei responsabili israeliani di tali crimini praticati contro il popolo palestinese..

2. Il Diritto al Ritorno degli oltre 7milioni di rifugiati palestinesi che dal 1948 attendono di tornare nelle loro case d'origine in Palestina e il risarcimento per i danni causati loro.

3. Diritto di autodeterminazione del popolo palestinese sulla sua terra, la Palestina Storica.

un diritto legittimo e umano e principio di autodeterminazione dei popoli previsto dal diritto internazionale.

4. La libertà di migliaia di prigionieri politici palestinesi nelle disumane prigioni dell'occupazione israeliana, in questi giorni impegnati nel più generale degli scioperi della fame, alcuni anche della sete, ad oltranza. La lora è una forma di protesta contro le violazioni dei propri diritti fondamentali. Essi protestano contro le detenzioni in isolamento, la detenzione amministrativa (senz’accusa e prorogabile a oltranza, ndr), per il ripristino del diritto allo studio, quello a ricevere le visite, contro le irruzioni nelle celle.

5.Porre fine al vergognoso silenzio della comunità internazionale durato 64 anni fino ai giorni nostri. Silenzio complice e responsabile della negazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese

TU NON FARTI COMPLICE DELLA NEGAZIONE DELL’ESISTENZA DI UN INTERO POPOLO !

6.Fermare la cooperazione politica, economica e militare tra la Repubblica Italiana e il regime d'Apartheid di Israele, fermare le forme di copertura internazionale ai crimini che Israele continua a commettere, violando per mezzo di tale collaborazione la Costituzione della Repubblica, nella quale si vieta allo Stato italiano di sostenere o cooperare pratiche di persecuzione e pulizia etnica nei confronti di persone inermi.

Auspicando di essere riusciti a creare in te consapevolezza della Questione Palestinese, ti invitiamo a condividere la tua opinione partecipando alla presente iniziativa nel nome della dignità umana, della giustizia e per la pace per il popolo palestinese.

 

 LUNEDì 14 MAGGIO ORE 16:30

PALESTINIAN ROADS - AULA VETRI FACOLTA’ DI LETTERE SAPIENZA
proiezione di OCCUPATION 101
DIBATTITO CON :
__ MIRIAM MARINO SCRITTRICE DELLA RETE E.C.O (EBREI CONTRO L’OCCUPAZIONE)
__ I GIOVANI PALESTINESI IN ITALIA

 

 

Per non dimenticare Giorgiana Masi

Per la solidarietà ai compagni e alle compagne arrestate


 


 

Il 12 maggio del 1977 le squadre speciali dell’allora ministro dell’Interno Francesco Kossiga assassinavano Giorgiana Masi, compagna femminista scesa in piazza insieme a tante e tanti altri sfidando il divieto di manifestare, nell’anniversario della vittoria referendaria sul divorzio. Le forze di polizia risposero sparando candelotti lacrimogeni e colpi di arma da fuoco. Picchiati e maltrattati anche fotografi, giornalisti e passanti.

Pochi minuti prima delle 20, durante l’ennesima carica della polizia, due compagne furono raggiunte da proiettili sparati da Ponte Garibaldi, dove erano attestati poliziotti, carabinieri e agenti in borghese. Elena Ascione rimase ferita a una gamba. Giorgiana Masi, 19 anni, studente del liceo Pasteur, venne centrata alla schiena. Morirà durante il trasporto in ospedale.

Le chiare responsabilità emerse a carico di polizia, questore, Ministro dell’Interno, porteranno il governo con la complicità vergognosa del PCI, a intessere una fitta trama di omertà e menzogne. Kossiga prima elogiò in Parlamento “il grande senso di prudenza e moderazione” delle forze dell’ordine, poi fu costretto a modificare la propria versione dei fatti, ammettendo la presenza delle squadre speciali ma continuò sempre a negare che la polizia avesse sparato, pur se smentito da testimoni, foto e filmati.

L’inchiesta per omicidio si concluse nel 1981 con sentenza di archiviazione del giudice istruttore Claudio D’Angelo “per essere rimasti ignoti i responsabili del reato”.

Questa, in breve, la storia di quella giornata da cui sono passati 35 anni.


Da almeno 15 anni non si svolge una manifestazione nazionale in ricordo di Giorgiana, l'ultima fu nel 1997. Da almeno 5 anni non si svolge neanche più un corteo cittadino.


 

In questi ultimi tempi assistiamo a una crescente repressione e violenza dello Stato contro movimenti e individui, diversi per pratiche e ispirazioni, ma tutti mossi da una critica alla società esistente.

Il numero delle persone arrestate, rinchiuse e trattate, perché socialmente non disciplinate, sale di giorno in giorno. A dimostrazione che alla brutalità delle forze dell'ordine è sempre seguita la solerte repressione della magistratura: dalle 10 condanne per devastazione e saccheggio per il G8 di Genova 2001 con le quali sono stati dati fino a 12 anni di carcere, agli ultimi arresti del 15 ottobre del 2011, condannati a pene esemplari per il semplice reato di resistenza aggravata.


 

Anche alle lotte contro la nocività e al movimento NoTav hanno presentato il conto: centinaia di persone ferite alcune anche in maniera grave, truppe d'occupazione, espropri, per non parlare degli ultimi arresti e denunce.


 

Nonostante questo noi vogliamo continuare a metterci in gioco in prima persona.


 


 

SABATO 12 MAGGIO ORE 15

APPUNTAMENTO A PONTE GARIBALDI


 


 


 

le compagne e i compagni

Causa pioggia oggi 13 aprile alle 17 l'incontro con le realtà territoriali che lottano contro la cementificazione a Roma si terrà all'università La Sapienza di Roma - Facoltà di Lettere