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I Nomi delle Cose

Trasmissione del 25/03/2015 "La scuola dell'infanzia, dal modello socialdemocratico..../L'esercizio illimitato della forza"

Data di trasmissione
Durata 1h 2m 23s
Durata 3m 38s
 

Puntata del 25/03/2015

“La scuola dell’infanzia/dal modello socialdemocratico a quello neoliberista “

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” A Miren/La scuola per l’infanzia /dal modello socialdemocratico a quello neoliberista/L’esercizio illimitato della forza/Collegamento e confronto con chi lotta negli asili/Quell* che non hanno il genere, ma hanno la classe
” Come riconoscere un anarcomachista”

 
 
La Parentesi di Elisabetta del 25/03/2015
Immagine rimossa.“L’esercizio illimitato della forza”

Nella loro illusione legalitaria, socialdemocratiche e socialdemocratici, riformiste e riformisti, istituzionali e paraistituzionali, credono che le regole legislative abbiano in sé una forza impositiva, ma il potere capitalista-patriarcale è sempre assoluto.

La limitazione del potere non è esercitata dalle regole, ma dalla forza capace di imporre le regole o di trasformarle.

Il legalismo attribuisce alle regole una forza che le regole non hanno perché non viene dalle regole stesse ma dai rapporti di forza e dai ruoli.

E le Istituzioni, in tutte le loro articolazioni, lo sanno.

L’autonomia femminista ha riconosciuto la brutalità del rapporto di forza tra generi, classi, etnie…. partendo da una denuncia dell’arbitrarietà delle regole esistenti. Il buonismo disonesto della “convivenza civile”, delle” bacheche rosa”, degli “appelli allo Stato”, ha portato un attacco mortifero alle lotte del movimento femminista nel loro impegno a leggere, delle regole, la  vera sostanza.

Si è, così, aperta la strada per la costituzione di una legalità liberticida e femminicida.

Un’operazione, questa sì, violenta, in cui il linguaggio esiste essenzialmente per mentire.

La menzogna, l’inganno, la simulazione, dietro i linguaggi politicamente corretti non sono che forme aberranti di comportamento sociale.

La socialdemocrazia, destra moderna, è un’economia criminale, non tanto perché si fonda sulla violazione delle regole faticosamente contrattate nel passato dal  lavoro nei riguardi del capitale, quanto perché tale violazione sistematica non è più considerata un crimine, se non nella visione autolesionista, chissà quanto in buona fede, dei legalisti.

Il crimine sta nell’esercizio illimitato della forza, istituzionale e familiare, anche perché, a questa forza, non si contrappone alcuna altra forza.

Il crimine è nella violenza che si esplica e si perpetua nei commissariati, nei Cie, nelle guerre neocoloniali, nelle carceri, nelle caserme, in famiglia…nelle piazze …contro ogni forma di protesta, di alterità, di asimmetria.

Il crimine è nella “normalità” di questa società disumana.

La violenza non è un elemento particolare ed occasionale della relazione istituzioni- cittadine/i e delle relazioni sociali, ma ne è l’elemento fondante e riproduttivo.

Nessuna ne è al riparo.

Se esiste una legittimità, concetto ben diverso dalla legalità, questa appartiene a chi tenta  di sottrarsi al ricatto economico e consumista di questa società  patriarcale, di cui l’Istituzione è la protesi identitaria, a chi cerca  con sforzo caparbio, capacità, impegno, pagando un alto prezzo, di sovvertire i circuiti dello schiavismo neoliberista.

 

 

Trasmissione dell'11/03/2015 "Aggressori-e/ aggrediti-e"

Data di trasmissione
Durata 59m 4s

“I Nomi delle Cose”

Puntata dell’11/03/2015 “Aggressori-e/aggrediti-e”
“Il primo passo verso la pace e l’internazionalismo
consiste nel voltare le spalle all’imperialismo” Rosa Luxemburg
“Aggressori/e-aggrediti/e/Una casa per pensare, una casa per lottare”
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http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/03/15/podcast-della-trasmiss…

La Parentesi di Elisabetta dell'11/03/2015 "Una casa per pensare, una casa per lottare"

Data di trasmissione
Durata 6m 14s

“Una casa per pensare, una casa per lottare”

Da diverso tempo ormai sono state messe in atto operazioni di repressione e controllo contro tutte quelle e tutti quelli che si adoperano e si attivano contro gli sfratti abitativi.

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L’ultima operazione di polizia in questo senso è avvenuta qui a Roma ieri mattina con le accuse di resistenza aggravata e lesioni contro chi nella giornata del 18 settembre 2014 si era attivato/a per impedire lo sfratto a Centocelle di Farook e della sua famiglia, sfratto eseguito con grande dispiegamento di forze di polizia , con il lancio di lacrimogeni sparati all’interno della palazzina per disperdere il picchetto.

Grazie a quella resistenza Farook e la sua famiglia uscirono dalla loro casa sostenuti dalla solidarietà di numerosi amici e compagni e attraversarono il quartiere fino al municipio in corteo, pretendendo una soluzione abitativa. Dopo una prima soluzione in un residence fuori Roma, grazie alla rete di mutuo appoggio decisa a sostenere Farook e la sua famiglia, fu possibile pretendere lo spostamento della famiglia ed impedire così la sua deportazione, lo sradicamento dal proprio tessuto sociale e la distruzione dei legami affettivi che la tengono unita………La resistenza di quella giornata diventa oggi oggetto di intimidazione, e l’operazione messa in atto contro i solidali si configura decisamente come azione preventiva rispetto alle iniziative dei prossimi giorni. Abbiamo già potuto constatare il notevole cambio di passo nella gestione dell’ordine pubblico durante gli accessi dispiegati nei primi giorni di marzo. Chiaramente gli spazi di mediazione sono chiusi, l’amministrazione comunale e le istituzioni non hanno nulla da offrire, e solo la questura di Roma e la magistratura hanno voce in capitolo sugli sfratti e sul governo dei territori. Misure cautelari, denunce, sfratti eseguiti con la forza pubblica, attaccano direttamente un livello di resistenza che si mette in campo da Roma a Palermo, dove oggi è stata eseguita la misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria nei confronti di 17 compagni, relativamente alle azioni di lotta portate avanti negli ultimi 5 anni nella città. …..”

così recita il volantino della Rete antisfratto di Roma Est e dei Movimenti per il diritto all’abitare.
Difendere e/o occupare una casa è un atto politico, difendere e/o occupare uno spazio è un atto politico.La creazione  e l’agibilità di spazi politici è respiro, è aria per il movimento antagonista e per il movimento femminista.

La loro difesa è un momento importante di consapevolezza e di crescita e spazza via le teorie inconsistenti e false della convivenza civile e della legalità. Due principi che, peraltro, vengono sempre indirizzati alle oppresse/i  e alle emarginate/i per far loro accettare condizioni di vita improponibili e ruoli, mentre, chi li propaganda, mercanteggia con le istituzioni promozione sociale personale e del gruppo di appartenenza.

Occupare case, spazi abitativi, sociali è un diritto e chi, a vario titolo, lo nega, indipendentemente dal ruolo che assolve e dai distinguo che fa, accetta e non trova vergognoso che ci siano persone che non hanno un tetto sotto cui vivere o che debbano pagare affitti improponibili o che debbano regalare la loro vita per far fronte ai più elementari bisogni.

Ma non è soltanto questo, la necessità di una casa non è soltanto una questione di vita dignitosa, di diritti imprescindibili di base per un’esistenza che valga le pena di essere vissuta, è anche spazio di autonomia e autodeterminazione, in cui ritirarsi a riflettere e pensare , spazio che permette di organizzarsi la vita anche in funzione della lotta, spazio che libera la mente dall’angoscia di non avere certezze e punti fermi, quella “stanza tutta per sé” di cui parlava Virginia Wolf, quando pensava all’oppressione delle donne che non riuscivano ad avere indipendenza economica e gestione del proprio tempo e del proprio spazio, indispensabili per creare, ma indispensabili anche per pensare e per lottare.

E’ necessario recuperare l’autonomia che è la presa in carico direttamente dei nostri desideri e della possibilità di realizzarli. E’ la riappropriazione di un tempo liberato dal lavoro salariato, dal lavoro di cura, dai ruoli, è coscienza e tessuto di comunicazione e organizzazione sociale, è capacità di esprimere rottura e identità politica, di scardinare il controllo che si manifesta nel dominio culturale e sociale prima ancora che il quello poliziesco e repressivo..

Mentre si infittiscono i queruli richiami alla legalità e alla non violenza, lo Stato supera questi limiti e abbatte le ultime apparenze della sua “democrazia” e intere aree sociali e geografiche si trovano prive di ogni “garanzia”, occupate, rastrellate, perquisite, represse.

E’ necessario porsi fuori e contro la società del capitale, a partire dal rifiuto della sua ideologia al fine di far valere la volontà di riscatto e di liberazione degli oppressi e delle oppresse. Una pratica di riappropriazione e soddisfazione dei propri bisogni, fuori e contro il lavoro salariato, i ruoli, la meritocrazia, le gerarchie…. Sapendo che dovremo fare i conti con il riformismo e la socialdemocrazia che premono per le “riforme”, parola di cui hanno stravolto il significato originale per ridefinire i rapporti lavorativi, lo stato sociale, il sistema giuridico, mentre spetta a noi praticare direttamente i nostri bisogni reali con la consapevolezza della portata liberatoria che questo ha nei confronti dei miti volutamente fallaci e fuorvianti della legalità e della non violenza..

 

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/03/13/la-parentesi-di-elisabetta-dell11032015/

Trasmissione del 4/03/2015 "La tappa del Ponte di ferro"

Data di trasmissione
Durata 59m 56s
Puntata del 4/03/2015 “ La tappa del Ponte di ferro” Immagine rimossa.

” La coordinamenta e l’8 marzo 2015 a Roma/La tappa del PONTE DI FERRO/La strumentalizzazione delle donne sul fronte interno e sul fronte esterno/ Riffa/ 7 marzo a Marsiglia/ La marche de nuit/collegamento con “Le complot des cagoles” di Radio Galère”

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http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/03/06/podcast-della-trasmissione-del-4032015/

La Parentesi di Elisabetta del 4/03/2015 "Riffa"

Data di trasmissione
Durata 6m 38s
“Riffa”

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Ci siamo quasi abituate allo stravolgimento di segni, significati e parole che il neoliberismo ha operato pian piano in questi anni. La parola “riforma” non significa più miglioramento di vita, acquisizione di diritti….. bensì affossamento delle garanzie sul lavoro, distruzione dello stato sociale incremento della disoccupazione, persecuzione dei cittadini/e da ogni punto di vista sociale, fiscale, legislativo……eppure questa parola la stiamo quasi interiorizzando.
La parola sicurezza ormai è diventata un mantra per demonizzare migranti…poveri…antagonisti….diversità…. per militarizzare territori..città..le nostre stesse vite e la gente l’ha interiorizzata Quando viene nominata la parola sicurezza le persone si sentono coinvolte nella vittoriana paura per la plebaglia o per un fantomatico nemico che minaccerebbe la società occidentale.
Poi, leggiamo il Rapporto ISTAT “Noi Italia” che ci dice che”… il 23,4% delle famiglie pari a 14,6 milioni di individui in Italia vivono in una situazione di disagio economico” specificando che”… il 12,4% dei nuclei familiari si trova in grave difficoltà; 10 milioni di persone in condizioni di povertà relativa.”  Ma la questione sociale non esiste e, se esiste, la responsabilità viene data alle famiglie incapaci di affrancarsi dalla miseria e di fornire un quadro educativo di riferimento, naturalmente borghese, ai loro figli.
La “dignitosa povertà”, un sentimento che accompagnava le povere e i poveri e che li riscattava dalla loro condizione, non esiste più, ora la povertà è diventata miseria ed è quella tragica degli Usa. Il neoliberismo ha scatenato la guerra alla povertà non nel senso di eliminare la povertà, ma nel senso di guerra ai poveri, cioè della loro espulsione dalla così detta società legittima. I senza tetto in Italia sono sempre di più e sono sempre più italiani. Cade così anche l’ultima mistificazione : nei campi di così detta “accoglienza” che potete solo immaginare quale sia, non vivono solo Rom, Sinti, migranti e stranieri in genere come vorrebbe la comune vulgata, ma anche tantissimi italiani e italiane.
Qualche giorno fa, nella periferia ovest di Milano, una bimba italiana di 9 mesi è stata rinvenuta morta ” in uno stato di malnutrizione e scarsa igiene” ha dichiarato il medico legale. A chiamare il 118 sono stati i genitori quando si sono accorti che la bambina non respirava più, ma ora sono loro ad essere indagati dalla magistratura e colpevolizzati perché la povertà apre scenari di reato penale. Sono sempre di più i bambini e le bambine sottratti ai genitori e dati in affido o in adozione per la povertà del nucleo familiare. Una doppia condanna: a chi è privo di mezzi di sussistenza vengono sottratti anche gli affetti.
Non sono previsti aiuti economici, altrimenti, così ci dicono i servizi sociali, sarebbe assistenzialismo!
Vengono completamente omesse le scelte economico-politiche, lo smantellamento dello stato sociale, l’ampiezza delle discriminazioni di classe, l’impunità dell’apparato repressivo.

E così succede che a Los Angeles la polizia ammazzi in pieno giorno, senza ragione alcuna, in mezzo ai poveri stracci su cui stava accampato, un senzatetto la cui sola colpa era quella di dormire per strada e di essere quello che questa società ritiene rifiuto sociale.
Però, con enfasi, i media italiani hanno rimbalzato la notizia che il malcapitato aveva precedenti per rapina.
E’ il ritorno all’equazione povero/a uguale delinquente.
E così succede che il ministro Angelino Alfano, nella riunione a Roma per l’allerta antiterrorismo, preveda la repressione e la punibilità penale dell’accattonaggio molesto.
Non si capisce assolutamente cosa c’entri l’accattonaggio con norme che riguardano l’antiterrorismo come non si capiva assolutamente cosa c’entrassero le norme, di fatto contro la lotta NoTav, con il decreto antifemminicidio. O meglio, si capisce benissimo. Gli obiettivi veri sono sempre nascosti dietro pelosissime nobili ragioni.
E chi decide quando l’accattonaggio è molesto? La polizia? Adesso si assume anche il ruolo di servizio sociale! D’altra parte la divisione di ruoli tra servizi sociali e servizi polizieschi è sempre più labile, in una pericolosissima sovrapposizione.
E così succede che nessuno e nessuna si scandalizzi per una campagna che ha fatto il giro dei media mainstream, che è stata propagandata in tutte le città, che occhieggia dalle fiancate degli autobus urbani e che dice…” 1,4 milioni di bambini in Italia è a rischio povertà. Sono i nostri vicini della porta accanto. Famiglie che non riescono più a provvedere alle necessità dei loro figli, emarginati perché poveri……Attiviamo insieme un bonus solidale per acquistare prodotti di prima infanzia, medicine o pagare la mensa scolastica…..Garantiamo ai nostri bambini un futuro più sereno! ” e segue la richiesta di donare due euro via sms o da rete fissa.
Ma non è finita qui! Chi ha bisogno dovrà proporre la propria candidatura per il Bando “Bonus solidali” e partecipare alla riffa per l’assegnazione.
Non stiamo scherzando, non è un brutto sogno, è proprio così. Il problema è che non abbiamo sentito levarsi voci indignate, anime belle scandalizzarsi, sinceri democratici scrivere parole di fuoco…..
E’ il darwinismo sociale, sopravvive in questa vita solo chi ce la fa.
Per questo è necessario e imprescindibile cercare di innescare meccanismi di uscita da questa società, rifiutando ogni forma di collaborazione anche se le richieste sono mascherate da nobili motivi e nobili intenti, rompendo con questi valori mortiferi, sottraendoci tutti i giorni e in tutti i momenti della nostra quotidianità.

 

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/03/05/la-parentesi-di-elisabetta-del-4032015/

 

Trasmissione del 25/02/2015 8 marzo 2015/ "Contro la guerra del Capitale, Contro l'ordine patriarcale"

Data di trasmissione
Durata 1h 14m 53s
Puntata del 25/02/2015

 

“ Contro la guerra del capitale, contro l’ordine patriarcale”

Siamo immerse in scenari di guerra. Dovunque volgiamo il nostro sguardo la guerra e la militarizzazione sono diventate paesaggio urbano e dimensione internazionale.
Ma tutto questo non è dovuto al Fato, ad una particolare congiuntura, a personaggi particolarmente malvagi…..bensì non è altro che lo stadio di maturazione del Capitale.
Il neoliberismo è la dimensione politico-ideologica a cui è giunto il capitalismo nella sua necessità di espandersi e di distruggere ogni altra configurazione economica, marginale nei paesi occidentali, di sussistenza nei paesi del terzo mondo che ostacoli il suo processo di crescita. La così detta crisi non è altro che lo strumento per la ridefinizione dei rapporti di forza tra Stati e multinazionali e con le oppresse e gli oppressi tutte/i.
E, in questo procedere, la guerra è strumento di potere e assoggettamento e, allo stesso tempo, momento di crescita economica e di sfruttamento. Non a caso è tornato prepotentemente sullo scenario internazionale il colonialismo, mascherato non più sotto la veste di una superiore civiltà da portare ai popoli del terzo mondo, bensì sotto quella della tutela dei diritti umani, di quelli delle donne e delle diversità e dell’autodeterminazione dei popoli(....)

 

 

 

” La coordinamenta e l’8 marzo 2015 a Roma/Da Kobane a noi”
un blog femminista e postvittimista-collegamento con le compagne che lo hanno aperto/
La manifestazione per l’8 marzo a Milano e le iniziative
verso…..collegamento con le compagne/
 Da Inanna-Ishtar  alle YPJ, genealogia della potenza femminista chiacchierata con Nicoletta Poidimani/Quell* che non hanno il genere, ma hanno la classe
“Non so scrivere poesie d’amore”

 

PER  APPROFONDIRE: Immagine rimossa.

Inanna/Ištar: potenza della dea e immaginario postvittimista

Quando, circa un anno fa, ho partecipato ad un incontro con alcune donne kurde, mi aveva piacevolmente colpita il fatto che una di loro avesse aperto il proprio intervento citando la dea Ištar – la più importante divinità femminile mesopotamica – e ricordando che il Kurdistan si trova in Mesopotamia.

Quanto mi risuonava quel richiamo ad Ištar! Tanti anni prima avevo letto, rimanendone assai affascinata, gli inni dedicati alla dea Inanna, che successivamente sarebbe stata assimilata a Ištar, dea accadica, poi babilonese – a lei era dedicata una delle otto porte di Babilonia –  ed assira. Dunque una dea che è sopravvissuta per alcuni millenni mentre veniva ad affermarsi il patriarcato e che ancora oggi alimenta l’immaginario di donne in lotta per la propria liberazione, per la liberazione dei territori in cui vivono e per la costruzione di comunità che siano radicalmente ‘altre’ da quelle a dominio maschile e capitalistico(……)

 

Trasmissione del 18/02/2015 "La morte nella società del Capitale"

Data di trasmissione
Durata 1h 0m 53s
Puntata del 18/02/2015

“ La morte nella società del Capitale”

” Profezia/La morte nella società del Capitale, Parte prima
/Forse ci siamo dimenticate…./ La morte nella società del Capitale” Parte seconda”

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Materiali sulla trasmissione estratti da:

DIETRO IL PARAVENTO
“Aspetti sociali, psicodinamici e relazionali dell’assistenza ai morenti”
 di Antonella Bonucci

contatti: antobon06@libero.it

(…….)In passato, nella sua quasi totale impotenza, il medico svolgeva soprattutto il compito di nuntius mortis; ora assume la fisionomia di quello che può contrapporsi, a volte con successo, a una morte data fino ad allora per ineluttabile e che comincia a spostarsi , impercettibilmente forse, ma in modo continuo, sempre più in avanti; la malattia si sostituisce ad essa, iniziando quel lento mutamento che porterà il medico ad essere non un soccorritore, colui che allevia la sofferenza, ma lo strenuo oppositore della morte, costi quel che costi; contemporaneamente “… ha rinunciato al ruolo che fu per lungo tempo il suo, senza dubbio nel XVIII secolo. Nel XIX, parla solo se lo si interroga, e già con qualche riserva.” (Ariés, 1975).
Si fa strada e si manifesta (ma come abbiamo visto viene da lontano) la paura che vengano dichiarate morte persone che non lo sono affatto: è il primo segno, probabilmente, di quella scarsa fiducia che, a fronte di conquiste sempre più importanti, aprirà un solco tra i medici e tutti gli “altri”, unita a una paura ancestrale (forse una sorta di incredulità?), che si abbevera al “fiume dell’angoscia che trae origine dalla notte dei tempi ”. (Ziegler, 1975).
Agli antichi luoghi della morte (la casa, la chiesa, il cimitero) si affianca, lentamente, l’ospedale; alla famiglia, che proprio ora raggiunge il massimo della sua coesione e partecipazione, si affianca la classe medica, che man mano, ma inesorabilmente, la sostituirà negli ultimi istanti di vita dei suoi cari.
Il rituale stesso della morte comincia lentamente a cambiare intorno alla metà del secolo: al capezzale del moribondo non vanno e vengono più tutti i componenti della sua rete sociale, che si riducono via via alla famiglia, fino a limitarsi, nel secolo successivo, a pochi componenti della stessa. La figura del prete si ridimensiona; lungi dal voler rinunciare al suo secolare ruolo di amministratore della buona morte, comincia malvolentieri ad arretrare nei confronti del medico, e spesso viene chiamato al capezzale del morente quando ormai questi non è più in grado di rendersi conto della sua presenza. Non possiamo però certamente parlare di “scristianizzazione” della morte; piuttosto diremo che essa abbandona i toni terroristici per privilegiare quelli consolatori.
Il Romanticismo però, per certi versi, celebra la morte, se pure nei toni eroici e sentimentali che gli sono propri, anche arrivando a descrizioni particolareggiate e a rievocazioni o premonizioni che sfociano, per noi contemporanei, decisamente nel macabro. Essa inoltre, pur allontanandosi dall’ineluttabilità che le era stata propria nei secoli precedenti, acquista anche un carattere di possibilità individuale, di consapevole scelta. Nel secolo caratterizzato dalle grandi rivoluzioni borghesi e dal socialismo scientifico, si afferma una visione che, ponendo come irrinunciabile l’affermazione dei propri diritti, pone l’uomo di fronte al primato di una vita degna di essere vissuta, della possibilità in altre parole di conquistare in terra quel paradiso che sempre era precedentemente prefigurato come premio successivo alla morte. Questa appare ora come possibilità, se pure non cercata e celebrata come in un certo romanticismo, per affrancarsi dalla schiavitù e dallo sfruttamento.
I vivi, o meglio coloro la cui morte è ancora presumibilmente lontana, cominciano a nascondere al moribondo il suo stato. Sia in ambito cattolico, che riformato, la veglia funebre si trasforma e, per così dire, si impoverisce: comincia ad essere non più tollerata quella commistione tra vita e morte che l’aveva caratterizzata; dicevamo che diminuiscono le visite, ma cambia anche l’abitudine di mangiare, di riunirsi, di celebrare in fondo la vita proprio in presenza della morte, affermandone la quotidianeità e la familiarità.
Prende piede l’abitudine di far soggiornare i morti negli obitori, sancita da leggi che si oppongono alla forte resistenza del pensare comune e si allunga l’intervallo di tempo tra morte e sepoltura: “… la famiglia viene progressivamente espropriata del suo controllo sul corpo morto ” (Vovelle, 1983). Il cadavere, fino ad alra seppellito avvolto in un sudario, viene ora sempre più spesso rinchiuso il prima possibile in una bara, per sottrarlo in fretta alla vista dei vivi. Il rituale che nei secoli precedenti aveva privilegiato gli ultimi momenti di vita riservando poco tempo alle esequie (con l’eccezione ovviamente dei ricchi e dei potenti, che anche in questo caso davano un segnale della loro forza) si capovolge, tralasciando l’attenzione verso l’agonia a favore di regole, scritte o meno, sempre più minuziose nei confronti delle cerimonie funebri.
E il morente, che per secoli era stato l’incontrastato protagonista della propria morte, comincia a cedere la scena alla sua famiglia e al medico; inizia un processo che continuerà impetuoso per tutto il secolo scorso e porterà alla cancellazione della morte nella coscienza dei vivi; essa, ovviamente è pur sempre un’amara realtà, ma l’uomo comincia a scegliere di vivere come se non ci fosse: “… il morire è diventato in Occidente un fatto osceno ”. (Urbain, 1980).
LA MORTE IN OSPEDALE

L’allungarsi della speranza di vita e la convinzione che, almeno per noi stessi, una morte violenta sia solo una remota possibilità, ci indurrebbero a ritenere il morire un evento naturale e non un’anticipata aggressione, ma l’atteggiamento medico e sociale nei confronti della malattia testimonia, a mio parere, esattamente il contrario, ascrivendo anch’essa ad un livello di violenza che, con gli opportuni accorgimenti, è possibile, perlomeno in una società come la nostra, evitare. E se pur sono innegabili e tantomeno irrinunciabili le conquiste mediche che ci conducono a sconfiggere infezioni che solo un secolo fa avrebbero portato alla morte non solo i più deboli, è evidente che questo ha comportato l’aumento della vita media insieme però anche a un aumento dell’agonia media, se così possiamo esprimerci, ovvero a un prolungarsi di situazioni di estrema sofferenza, fisica e morale (ma qual’è il confine?) in attesa di una morte comunque inevitabile, e che ha reso ingestibile da parte della famiglia il periodo, ormai sempre più lungo, che la precede.
Uno dei primi aspetti che questa situazione ha determinato è stato lo spostamento dell’agonia dalla casa all’ospedale…
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E in ospedale si muore, inoltre, anche per atto formale. Nella cosiddetta “Dichiarazione di Harvard” pubblicata il 5 agosto 1968 sul Journal of the American Medical Association, vengono ridefiniti, ad opera di un “Ad hoc Committee to examine the Definition, of Brain Death” i “criteri ormai superati della definizione della morte” a causa dell’onere che persone in condizioni disperate “rappresentano per le famiglie e gli ospedali” e per le “controversie quando si presenta il problema del prelievo di organi destinati al trapianto”. Non più evento naturale (cessazione della respirazione e del battito cardiaco) semplicemente constatati dal medico, ma valutazione di “segni” che, pur in presenza di respirazione e quindi attività cardiaca artificialmente indotte, ratificano lo status di cadavere per un corpo, tutto sommato, ancora a cuore battente. Ricordiamo del resto che pochi mesi prima, esattamente il 3 dicembre 1967, a Città del Capo il prof. Christian Barnard aveva effettuato il primo trapianto cardiaco.

La “pornografia della morte”

…. Un esempio lampante di come massicciamente la morte sia stata allontanata dalla nostra società è stato dato, negli anni ’60, dal sociologo inglese Geoffrey Gorer, che nel suo ormai classico lavoro, The Pornografy of Death (1963) ripercorre, anche sulla scorta di esperienze personali (la morte del padre, nel 1915, e del fratello nel 1932) il progressivo perdersi dei riti del lutto nella società borghese di cui fa parte. Alla fobia vittoriana nei confronti del sesso si sovrappone prima, e la rimpiazza poi, una pornografia della morte che tende a cancellarne ogni riferimento, fino a negare ai sopravvissuti anche il conforto della partecipazione sociale al loro dolore. Lo stesso Gorer racconta che in seguito alla morte del fratello, tenuto all’oscuro del suo cancro fino alla fine (nonostante fosse un medico), non fu allestita la veglia funebre nè fu esposta la salma. Per la preparazione del cadavere furono chiamate due ex infermiere che, al loro arrivo, chiesero: “Dov’è il malato?”, e dopo averlo sistemato esclamarono: “Il paziente ha un aspetto incantevole adesso”.
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Ci troviamo di fronte, sembra di poter dire, ad un’incapacità strisciante di celebrare, anche attraverso i riti funebri, la partecipazione al cordoglio e il lutto, quelle cerimonie che nei secoli hanno rappresentato un valido e collettivo antidoto alla paura della morte, o forse soltanto un modo di alleviare una convivenza obbligata: “… l’uomo è un animale che seppellisce i propri morti (e se agisce così è perché ha coscienza della fatalità della sua propria morte), che crede nell’efficacia dei miti di passaggio o d’immortalità e del rituale che ne deriva, che spera di sopravvivere nella memoria di coloro che venereranno la sua tomba… è il suo nulla che egli combatte avendo cura dei suoi morti” (Thomas, in Campione, 1996). Abbandonare questo cammino, scegliere di vivere come se la morte non esistesse ha sicuramente un prezzo, sociale e personale.

ALCUNE INTERPRETAZIONI

La scienza si separa dalla filosofia e anche la morte, come ogni evento, viene integrata nell’insieme dei fenomeni naturali che possono essere spiegati, ma nel corso dei secoli, lentamente, rimane avulsa da quel sistema ideale che aveva reso possibile la sua integrazione sociale.
Ziegler (1975), dal canto suo, coerentemente con la sua visione economico-politica, attribuisce la genesi dell’atteggiamento nei confronti della morte da parte della “società bottegaia capitalistica” alla mercificazione e reificazione dell’essere umano. I morti non producono e soprattutto non consumano; essi, insieme ai malati inguaribili, sono affidati a specialisti che sbrigano le necessarie formalità, manifestando anche in questo la capacità di trarre profitto dall’impensabile. E se non siamo certamente tutti uguali, nelle nostre democratiche società, più che mai ciò appare vero di fronte alla morte.
Accanto a ciò occorre anche considerare il profondo individualismo (“individualizzazione” come la definisce Elias) che caratterizza la vita e la coscienza dell’uomo moderno: “Nelle società avanzare gli uomini per lo più pensano a se stessi come a esseri indipendenti, a monadi senza finestre…” (Elias, 1982). Inevitabile quindi morire isolati , così come si è vissuto; nonostante si sia (forse superficialmente) convinti che la propria vita abbia senso all’interno delle relazioni, particolari e generali, con gli altri esseri umani, “… nel momento dell’autoriflessione… nelle società avanzate in genere prende il sopravvento il sentimento, largamente diffuso … che ognuno esista per sé stesso e del tutto indipendentemente da altri individui, dal mondo esterno” (ibid.).
Un ulteriore punto di vista, che ci sembra complementare comunque a quello di Ziegler, ritiene che nella nostra società, dove valori primari sono la bellezza, la giovinezza, il denaro, non ci sia posto per malattia e morte, che ci ricordano purtroppo come, nonostante trapianti, lifting e quant’altro, questo grande carnevale che la pubblicità e la televisione ci prospettano di continuo prima o poi dovrà finire.
E’ necessario quindi ricostruire un linguaggio, se non della morte, irriducibilmente individuale e fra l’altro impossibile da sperimentare in modo fruibile, quantomeno del morire, ovvero di “… quella parte della vita che conduce alla morte, che – diversamente dalla morte – può essere modificata, trasformata, con adeguati interventi e che presenta dinamiche e momenti quindi identificabili e descrivibili” (Moretti, 1985), senza peraltro rinunciare a quel “planetario di costruzioni simboliche e di pratiche rituali, adatte ad attutire la crudeltà dell’evento” (Di Mola, 1994). A questo rivolge il suo pensiero l’essere umano, continuando a sopportare privatamente quello che, per secoli, spesso aveva condiviso con i suoi simili: le sue paure, le sue angosce sono le stesse di sempre, ma amplificate dalla profonda solitudine che lo attende alla fine del percorso.
“Molti sono dunque i terrori che circondano la morte. Dobbiamo ancora scoprire ciò che gli uomini possono fare per garantire ai loro simili una fine tranquilla e pacifica; l’amicizia di coloro che sopravvivono, la sensazione che debbono avere i morenti di non essere d’ingombro fanno senz’altro parte di questo programma. La rimozione sociale, l’atmosfera di malessere che spesso oggigiorno circonda gli ultimi istanti di vita, non sono certamente d’aiuto per gli uomini. Forse dovremmo parlare con più franchezza della morte, smettendo di considerarla un mistero. La morte non cela alcun mistero, non apre alcuna porta: è la fine di una creatura umana. L’etica dell’homo clausus, dell’uomo che si sente solo, decadrà rapidamente se cesseremo di rimuovere la morte accettandola invece come parte integrante della vita. Se l’umanità scompare, tutto ciò che gli uomini hanno fatto, tutto ciò per cui hanno combattuto, tutti i loro sistemi e credenze, umane e sovrumane, non avranno più senso.” (Elias, 1982).
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ALCUNE INTERPRETAZIONI

… É necessario pertanto esprimere la depressione che comporta l’accettare la morte, non sentircene più perseguitati e vivere la possibilità di perdere ciò che amiamo come “rafforzamento delle nostre energie creative [per] essere in grado di convivere con il dolore di una perdita, che è equivalente alla morte stessa, per poter tentare di integrare la morte con la vita” (ibid.), l’oggetto cattivo con quello buono, grazie alla crescita individuale, che è in fondo anche un cammino verso la fine della vita.
Analoga per certi aspetti è la lettura che dà Fornari (in Campione, 1996) del passaggio da una scissione che proietta la morte fuori da sè (come nei popoli primitivi e nel bambino) riconducendola a un attacco nemico, cattivo, e la sua elaborazione depressiva, grazie all’intervento di processi cognitivi che, da accadimento esterno, l’hanno ricondotta a un evento naturale, che occorre accettare: “… i fatti cognitivi sono intervenuti nel far cambiare il nostro atteggiamento di fronte alla morte” grazie però alla simbolizzazione che permette di tenere al nostro interno un concetto negativo “ … per cui il fatto di morire può essere tenuto dentro solo … in quanto lo trasformo in pensiero … in significati verbali poiché [se così non fosse] lo espellerei” (ibid.).
Judd ci mette però in guardia rispetto a un’altra manifestazione della scissione: celebrare la bella morte, idealizzarla, misticizzarla, significa mettere in atto una difesa inconscia, ancora una volta disintegrante, in cui leggere un caparbio rifiuto “di quanto in essa è di effettiva perdita e distacco, e di tutta la sofferenza che abitualmente comporta”. (ibid.).

GUARIRE E CURARE

Troppo spesso, infatti, questi due aspetti dell’assistenza medica sono forzatamente separati, se non contrapposti, fino ad essere attribuiti a ruoli diversi, o reputati tali, ovvero quelli del medico e dell’infermiere: “Mentre si dice che la medicina mira a curare [to cure], l’impegno terapeutico o la finalità morale della professione di infermiera è identificato con il prendersi cura [to care]. La medicina e i medici, si dice, si concentrano spesso sulla cura dello stato di salute del paziente; la professione di infermiera, invece, è basata su un prendersi cura olistico…” E ancora, citando una rivista di infermieri: “La scienza e la tecnologia mediche si occupano della diagnosi e della cura delle malattie. Questo modello riduzionista… inevitabilmente seziona, frammenta e spersonalizza gli esseri umani… Il prendersi cura che fa parte del ruolo dell’infermiera, richiede che la totalità degli esseri umani sia preservata nella sua integrità” (Kuhse, 1997).
A questo concetto di cura come guarigione sono finalizzate tutte le disponibilità professionali e tecniche, che si rivelano però fortemente inadeguate rispetto alle particolarissime esigenze di un paziente che muore, privo di risorse e di speranze davanti a una medicina che forzatamente, convinta che questo sia l’atteggiamento migliore per lo stesso malato, continua a considerarlo solo un corpo con determinati sintomi, e non lo vede come una persona che sta attraversando la crisi più drammatica, perché definitiva, della sua intera esistenza.
Nella circostanza della malattia terminale infatti, in cui la cura medica, tradizionalmente intesa, non ha più senso nell’ottica di un ripristino delle condizioni di salute, il prendersi cura assume una valenza fondamentale, e non ha senso quindi negarlo o delegarlo tutt’al più ai volontari ma, come ormai hanno maturato in decenni di esperienza le realtà che si occupano dei morenti, è un impegno che va assunto nella sua interezza da un equipe multidisciplinare fortemente motivata, non solo in senso etico, ma soprattutto professionale.
DIRE O NON DIRE
Il medico attribuisce così alla propria difficoltà (culturale e personale) di confrontarsi con la morte, un carattere di universalità, e giustifica “la [propria] tradizionale reticenza … ad instaurare con il paziente, fin dall’inizio della malattia, un leale e trasparente processo informativo sulle sue condizioni di salute” (Cunietti et. al. in Di Mola, 1994) con l’argomentazione che questo potrebbe gettare il malato in uno stato confusionale o depressivo, implicante anche il “rischio di suicidio” (Bressi – Invernizzi, 1994).
Molti medici inoltre ritengono che l’ignoranza possa essere uno strumento terapeutico, contrapposta alla certezza (quantomeno quella, spesso sopravvalutata, che un’indagine può giustificare) che invece potrebbe eliminare la speranza dall’orizzonte del malato. Da questo punto di vita la comunicazione rappresenta per medici e pazienti, non un’informazione, ma una vera e propria sentenza o condanna, che grava pesantemente su ogni ulteriore possibilità di relazione, considerando anche che nel nostro contesto sociale tutto “sembra cospiri a tener fuori la malattia e il male, impedendone l’accesso nell’area delle relazioni … Se è il dire che crea i fatti, il tacere li può trattenere dall’essere reali” (ibid.).
Non è infrequente perciò che sia la famiglia ad essere informata delle condizioni del paziente e che su di essa quindi gravi la responsabilità di valutare quanto questi sia in condizione o meno di ricevere la notizia, oppure che il peso di una scelta in tal senso ricada di fatto sull’infermiere, per quanto non ufficialmente investito, se non altro perché interagisce col malato per molto più tempo del medico.

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Se è opportuno quindi tracciare delle coordinate di massima che possano, nella consapevolezza assoluta dell’individualità delle persone, essere un riferimento per l’operatore che comunica una diagnosi, è opportuno anche chiarire che certamente non si tratta di un compito qualsiasi, ma che la motivazione più spesso addotta, ossia proteggere il paziente, in realtà non è altro che il desiderio di proteggere se stessi dall’incapacità di intrattenere una relazione e soprattutto di contenerne l’inevitabile ritorno emotivo.
Occorre comunque fare attenzione a che questa necessità deontologica e fondamentalmente etica di informare correttamente il paziente non sia vista come un imperativo a comunicare, ad ogni costo, una diagnosi infausta. L’ascolto del paziente dovrebbe essere la linea guida di ogni intervento, beninteso non un ascolto che si limiti a una raccolta di informazioni, quanto una sensibilità che sappia cogliere la capacità di assorbire una notizia di questo genere e che soprattutto ne sappia rispettare tempi e modalità individuali.
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Nel tentativo di trovare una strada che sia intermedia e propositiva tra il coinvolgimento e il distacco, tra il guarire e il curare, l’operatore si trova costretto dall’elaborazione sociale a svolgere il ruolo di guardiano della morte, che “vigila una realtà scomoda affinché non emerga a mettere in discussione gli equilibri” (Morretta-Tommasi, 1995), ma contemporaneamente deve confrontarsi con un percorso che è parallelo a quello descritto nel paragrafo precedente.
Si attua così una collusione tra le paure del malato e quelle del curante, laddove la presunta incapacità del primo di esprimere la sua angoscia e di parlare della morte è speculare all’angoscia di chi lo circonda: la “congiura del silenzio” spesso non serve al morente, serve solo agli altri.
Questo tentativo di non coinvolgersi, di lasciare le emozioni fuori dal proprio lavoro ha però un prezzo; le regole classiche della medicina qui servono poco: Marie de Hennezel (1995) osserva che “ci si sfinisce meno… impegnandosi a fondo e imparando a ricaricarsi, che non proteggendosi dietro un atteggiamento difensivo… Fra il personale curante chi si difende di più è poi chi si lamenta di essere spossato”.
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Nella relazione d’aiuto che si delinea tra il morente e chi lo assiste l’impossibilità di confrontarsi con una necessità, la morte, che il mondo contemporaneo cerca affannosamente di respingere, impedisce lo strutturarsi di un rapporto creativo. L’operatore si ritrae davanti all’enormità di assumersi un carico che gli appare insostenibile, nell’equivoco, ancora una volta che l’altro esprima una richiesta di vita, attraverso una domanda che appare quindi “globale, infinita” (Ranci Ortigosa-Rotondo, 1996).
Gli operatori devono allora elaborare “un cambiamento di prospettiva… l’aiuto possibile non porterà al benessere e alla salute, ma è un aiuto a vivere il percorso verso la morte… significa vivere l’incertezza … mettere le proprie competenze tecniche e professionali da parte, ascoltare e contenere le proprie emozioni e quelle dell’altro, confrontarsi con la realtà della morte” (ibid.).

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A conclusione di questo paragrafo riportiamo le parole di una giovane infermiera anonima (citato in Ziegler, 1975) che si è trovata, per così dire, dall’altra parte della barricata, e quindi forse più consapevole dei suoi colleghi, dei loro vissuti e di quelli dei malati:
“Di che cosa avete paura? Sono io che sto morendo. Lo so, siete impacciate, non sapete che cosa dire, che cosa fare. Ma credetemi, se voi partecipaste alla mia morte non commettereste un errore. Riconoscete per un momento che vi importa… restate, non andatevene, aspettate… Per voi la morte fa parte della routine, per me è una cosa nuova e unica… Ho tante cose da dire. Non ci vorrebbe molto tempo per parlare un poco con me… Se voleste ascoltarmi e condividere quel poco che mi resta di vita e se addirittura piangeste con me, mettereste forse in gioco la vostra integrità professionale? I rapporti da persona a persona non possono dunque esistere in un ospedale? Sarebbe talmente più facile morire… in un ospedale, circondata da amici…”
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La commissione ministeriale italiana per le cure palliative ha recepito, nel 1999, le indicazioni dell’O.M.S. (1990) ed ha emanato una definizione operativa delle cure palliative, secondo la quale esse:
– affermano la vita e considerano il morire come evento naturale
– non accelerano né ritardano la morte
– provvedono al sollievo del dolore e degli altri disturbi
– integrano gli aspetti psicologici e spirituali dell’assistenza
– aiutano i pazienti a vivere in maniera attiva fino alla morte
– sostengono la famiglia durante la malattia e durante il lutto.
Le cure palliative si caratterizzano inoltre per:
– la globalità dell’intervento terapeutico, avente per obiettivo la qualità della vita residua
– la valorizzazione delle risorse del malato e della sua famiglia
– la molteplicità delle figure professionali e non professionali coinvolte nel piano di cura
– il pieno rispetto dell’autonomia e dei valori della persona malata
– la forte integrazione e il pieno inserimento nella rete dei servizi sanitari e sociali
– l’intensità delle cure che devono essere in grado di dare risposte pronte ed efficaci al mutare dei bisogni del malato
– la continuità della cura fino all’ultimo istante
– la qualità delle prestazioni erogate.
Riteniamo che tutto questo non sia un progetto ambizioso o utopistico, ma piuttosto il minimo di assistenza che possiamo dare ai nostri simili e che speriamo sarà fornita a noi stessi. Tutte le persone che vi sono e vi saranno implicate (medici, infermieri, inservienti, assistenti spirituali) dovranno però essere fermamente motivate e adeguatamente formate. Non è un lavoro come un altro, e sicuramente la psicologia può e potrà dare un contributo fondamentale perché diventi, da eccezione, una norma,
“con un avvertimento. Alla psicologia spesso si chiede quello che non può dare: delle risposte valide in ogni situazione. La psicologia – o almeno la psicologia che più mi affascina – interroga, dialoga, va a rovistare ovunque, distoglie dal modo di pensare che ci è consueto… Inoltre la psiche non vive soltanto nel mondo interiore o negli studi degli psicoterapeuti. E’ anche altrove: nel quartiere, nell’ambiente, nel traffico, nei supermercati, nei cronicari… è avara di risposte e soprattutto interroga; può dare, deo concedente, una sensibilità diversa” (Spagnoli, 1995).
L’auspicio è quindi che questo patrimonio di esperienza e di sensibilità diventi una pratica comune in tutte le istituzioni sanitarie e che possa “stimolare gradualmente una trasformazione delle condizioni della morte nella nostra società”1.

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1 Circolare ministeriale relativa all’organizzazione delle cure e all’accompagnamento dei malati in fase terminale. Repubblica Francese – Ministero degli Affari Sociali – Direzione generale della Sanità – Parigi, 26 agosto 1986 (in Sebag-Lanoë, 1986).

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/02/20/podcast-della-trasmissione-del-18022015/

La Parentesi di Elisabetta del 18/02/2015 " Forse ce ne siamo dimenticate...."

Data di trasmissione
“Forse ce ne siamo dimenticate…..”

Immagine rimossa.

Quando, alcuni anni fa, è stato diffuso il rapporto Nato “Urban Operations in the Year 2020”, abbiamo sentito un brivido lungo la schiena e inquietudine serpeggiante si è impadronita di noi. Non che noi non sapessimo come si muove il neoliberismo, la violenza che mette e sa mettere in atto, la sua completa mancanza di scrupoli condotto dall’unica idea guida del profitto, però quando abbiamo letto le parole con cui il Rapporto spiegava quello che sarebbe successo di lì al 2020 e come il potere socio-economico-politico si sarebbe mosso, ci siamo sentite spiazzate.

L’Operazione Terrestre o Operazione Urbana (UO-2020) all’orizzonte dell’anno 2020 esaminava la natura probabile dei campi di battaglia, i tipi di forze terrestri le loro caratteristiche e capacità.

iIl “Rapporto Urban Operations in the Year 2020” era redatto dalla RTO (Studies Analysis and Simulation Panel Group, SAS-030) :
La RTO, l’Organizzazione per la Ricerca e la Tecnologia della NATO è il centro di convergenza delle attività di ricerche/tecnologiche (R&T) per la difesa in seno alla NATO.

Riportiamo virgolettato dal testo: «Lo spazio di battaglia dell’anno 2020 sarà variabile in densità, non-lineare e più disperso. Sarà di natura cellulare, multidirezionale e sempre più determinato da elementi aerei e spaziali che si trovano al disopra del campo di battaglia. L’ambiente urbano sarà l’ambiente di conflitto più difficile, ma allo stesso tempo il più probabile». Questo dice e, in un contesto così delineato, si sottolinea la centralità di una razionalizzazione dell’interoperabilità delle forze NATO, dato anche l’allargamento seguìto al crollo del Patto di Varsavia, e, in particolare, da un punto di vista strettamente operativo, si caldeggia il dominio sull’informazione, una maggiore capacità tecnologico-militare e una ottimizzazione della logistica.

Alcune branche tecnologiche sono considerate d’importanza cruciale ed elenca, testualmente, «……le tecnologie elettriche ad alta potenza, le armi ad energia diretta, le tecnologie informatiche, le tecnologie delle telecomunicazioni, le tecnologie per la guerra elettronica e dell’informazione, i dispositivi elettronici, la biotecnologia, le tecnologie delle strutture e dei materiali, i fattori umani e le interfacce uomo-macchina, le tecnologie d’attacco di precisione, l’automatizzazione e la robotica».
L’interesse degli esperti NATO verso gli scenari urbani non è affatto casuale, è messa in preventivo la rivolta nei paesi occidentali e dato che le aree metropolitane continuano a crescere senza posa e a catalizzare la conflittualità sociale e politica, i contingenti militari impegnati nelle missioni NATO si trovano sempre più spesso a dover operare in ambienti urbani dove vengono a cadere gli elementi tattico-strategici che erano tipici dei grandi conflitti bellici del Novecento. Inoltre, la complessità “umana” e sociale degli scenari urbani, nell’ottica di una salvaguardia spettacolare di quelli che sono i miti democratici fondativi di un organismo come la NATO, aumenta la problematicità degli interventi e rende necessaria una versatilità tattica contro i punti critici del “nemico”.

Quindi, sapevano e sanno tutto…..cosa faremo… come ci muoveremo… come proveremo a ribellarci… e questo prima ancora della nostra ribellione…….il brivido si trasforma in una sensazione di inadeguatezza e di impotenza. Dovremmo essere noi a pensare per prime/i, dovremmo essere noi a inventare  sistemi di lotta.

Lo stesso brivido lo avevamo sentito quando nel ‘99 le truppe Nato avevano attaccato la Jugoslavia, bombardato le fabbriche di Belgrado e l’ambasciata cinese (per vedere l’effetto che fa?), quando il governo D’Alema aveva trascinato l’Italia in una guerra senza l’ombrello dell’Onu e senza avallo del Parlamento. La guerra era lì, di nuovo in Europa, al di là di uno straccio di mare.

Era la nuova legittimazione della Nato. Concepita in funzione anti patto di Varsavia, una volta sciolto questo, non avrebbe avuto più motivo di esistere. L’aggressione alla Jugoslavia ha fornito agli Stati Uniti l’occasione per avviare il nuovo concetto strategico della Nato, quello di esercito di aggressione al servizio dell’imperialismo statunitense. per rovesciare governi asimmetrici ai suoi interessi e come polizia militare per reprimere le rivolte popolari nel cuore stesso dei paesi occidentali.. Non si tratta più di affrontare direttamente il “nemico”, ma di modellare le condizioni per migliorare e rendere più efficace il proprio ingaggio militare tattico.

E qui intervengono le cinque fasi di gestione militare delle operazioni urbane, ovvero l’USECT:

“Understand”/Conoscenza dell’ambiente/ saper individuare e valutare le infrastrutture fisiche principali, le specificità sociali politiche e culturali della popolazione, le modalità di circolazione e di controllo locale delle informazioni, la possibilità di creare o sviluppare forze “collaborazioniste”…;

“Shape”/Modellamento/ capacità di creare enclavi sicure per la popolazione civile e/o di isolare le forze nemiche anche inibendo le loro potenzialità “culturali” e comunicative nei confronti dei civili…;

“Engage”/Ingaggio militare spaziare da operazioni di combattimento su vasta scala a interventi umanitari nei confronti dei civili e che si pone come fine il raggiungimento degli obiettivi tattico-strategici prefissati a monte dell’azione….;

“Consolidate”/Consolidamento/) consolidamento delle posizioni conquistate e progressiva disorganizzazione dell’avversario, soprattutto grazie all’instaurazione di poteri locali “amici” e al controllo sui piani di ricostruzione….;

“Transition” /Transizione/ riconsegna dei meccanismi di controllo dell’area urbana alle autorità locali con progressivo sganciamento del contingente militare impiegato.

Forse abbiamo dimenticato tutto questo? Forse quello che sta succedendo in Ucraina non ci fa correre i brividi lungo la schiena? La Siria e l’Ucraina, passando per l’Iraq e la Libia, sono gli ultimi tasselli. Da qui, anche, la cooptazione nella Nato di paesi dell’Est europeo.

Questo è il senso del ruolo della Nato che a partire dalla Jugoslavia ha destabilizzato interi paesi e aree geografiche, questo è il senso dell’apparizione dei Talebani, dell’Isis e di tutta la pletora degli integralismi musulmani, pagati, equipaggiati ed addestrati dagli Stati Uniti direttamente o tramite gli stati vassalli.. Qatar.. Arabia Saudita… Bahrain, questo è senso del rovesciamento di Saddam Hussein e della sua impiccagione, questo è il senso dell’aggressione alla Libia e del linciaggio di Gheddafi, questo e non altro è il senso dell’aggressione alla Siria e del colpo di stato in Ucraina.

La Nato oggi si propone come polizia internazionale rompendo la divisione tradizionale tra esercito e polizia, trasformando intere aree geografiche in luoghi di detenzione a cielo aperto, balcanizzando interi ambiti geografici con la nascita di Stati da trasformare in basi militari Usa, crocevia di ogni traffico illecito sul modello del Kossovo.

La Nato non è più un problema solo di chi si pone in maniera antagonista, non è più un problema esclusivamente politico e ideologico, è motivo di preoccupazione per tutti/e quelli/e che pensano che diritti civili, diritto internazionale e autodeterminazione dei popoli non siano solo parole vuote di propaganda.

Per questo l’uscita dell’Italia dalla Nato diventa tema centrale su cui mobilitare e riunire tutte le forze che rifiutano il modello neoliberista, che sperano in una politica internazionale pluralista sottratta al monopolio di un solo paese e che ricercano autenticamente scenari di pace.

Uscire dalla Nato, chiudere le basi Nato in Italia, oggi è uno degli obiettivi politici più importanti che abbiamo di fronte. Le analisi politiche non possono essere solo esercizio teorico, devono tramutarsi in scelte precise.

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/02/19/la-parentesi-di-elisab…

Trasmissione dell'11/02/2015 "Contro la guerra del Capitale, contro l'ordine patriarcale"

Data di trasmissione
Durata 54m 17s
Puntata dell’ 11/02/2015

“Contro la guerra del Capitale, contro l’ordine patriarcale”

Immagine rimossa.” Non ho voluto essere razione di carne per l’uomo né dare schiavi ai Cesari” Louise Michel/ < La  Coordinamenta verso l’8 marzo… >
NO ALLA GUERRA!
Contro la guerra del Capitale/Contro l’ordine patriarcale/ Fronte esterno e fronte interno/ Distruggi l’immagine mercificata dell’amor borghese”