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Dall'App al braccialetto, collezione primavera/estate per la sorveglianza

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Durata 1h 46m 3s
Per questa stagione si prevede ampia diffusione di applicazioni per il tracciamento, che sia a scopo sanitario, come Immuni, o per tenere sull'attenti condannati in libertà vigilata (a spese loro).
Andranno molto di moda anche braccialetti per segnalare quando ti avvicini troppo a qualcun altro senza dovere stare sempre attaccato allo smartphone per accorgertene, il tutto per la tua sicurezza e soprattutto per quella dei datori di lavoro che potranno controllare se qualche operaio non rispetta le distanze.
Dopo queste notizie sui trend del momento, passiamo a una sfilza di notiziole che spaziano dal(fallito) tentativo di delazione per i disoccupati dell'Ohio al (fallito) tentativo di mettere il copyright alle note dei codici legali, passando per vari tentativi di raccogliere, o censurare, dati e all'uso del GDPR per opporsi ad alcune di queste pratiche. 

Riconoscimento facciale: riuscirà a distinguere il tipo di mascherina?

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Sulle app
 
Apriamo parlando delle famose app per il contact tracing: non avendo notizie chiare sull'app Immuni, ci rivolgiamo all'estero e andiamo a guardare il caso australiano. Lì hanno presentato un'app con spiegazioni dettagliate: con una grossa componente centralizzata e che punta sullo pseudonimato più che sull'anonimato, quindi meno "rispettosa" della privacy rispetto al modello scelto in Italia. Tuttavia, è stata accompagnata da una legge che chiarisce molto nettamente cosa non si potrà fare con l'app e i dati, proibendo esplicitamente molte pratiche di sfruttamento dei dati e di imposizione sociale dell'app stessa.
In Israele invece il parlamento interviene contro il sistema di tracciamento ideato dal governo e dai servizi segreti, giudicandolo inutilmente lesivo della privacy.
Andando negli USA, chi domina il discorso sulle app è il progetto di infrastruttura Apple-Google, che però è criticato dai governi di alcuni stati perché senza il GPS è giudicato inefficace, cioè non raccoglie tutte le informazioni che i suddetti governi vorrebbero.
Parlando di questa infrastruttura, facciamo notare che il fatto che provenga da Apple e Google è una necessità a volte dimenticata che deriva dal modo in cui funzionanno i sistemi operativi che girano sugli smartphone. 
 
Sul riconoscimento facciale
 
Parliamo di riconoscimento facciale, ovvero quella tecnologia capace di associare un nome ad una foto di un volto. L'emergenza coronavirus ci regala alcune chicche divertenti - come  e altre preoccupanti. Ma il riconoscimento facciale non nasce certamente per il coronarvirus: già da tempo le polizie di mezzo mondo cercano di usarlo in modo estensivo. Vediamo alcuni esempi.

Tracciamento all'italiana

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Oggi parliamo della notizia del momento: la nuova app di tracciamento che si userà in italia. O per lo meno ci proviamo, data la scarsità di  informazioni conclusive e tanta confusione sull'argomento. Cerchiamo di  ricostruire come dovrebbe funzionare l'app in questione mettendone in  risalto alcune possibili criticità, come il meccanismo con cui avviene la  notifica a chi è entrato in contatto con un positivo, la quantità di  informazioni che stanno sul server centrale (e la sua proprietà) e l'effettiva livello di apertura del codice che è stato promesso.
Il modello di gestione promesso all'inizio (ben spiegato da questo fumetto in inglese ) potrebbe cedere il passo ad un meccanismo molto più invasivo, anonimizzato solo in maniera apparente, e con una gestione di dati da parte di un'autorità centrale molto più estesa.
Discutiamo anche della effettiva volontarietà dell'uso dell'app, che anche  se sarebbe formalmente volontaria, rischia di diventare  praticamente obbligatoria, ed è improbabile possa raggiungere le  percentuali di copertura auspicate se non con qualche forma di incentivo o coercizione. Sembra concreto, quindi, il rischio che senza questa app alcune attività possano essere precluse.
Diamo poi un'occhiata a cosa succede negli altri paesi, nella maggior  parte dei quali il rispetto della privacy non è proprio menzionato, e  trattamento e sorveglianza sembrano gli obiettivi principali. Tra l'altro in  molti casi con scarso successo (scarsa copertura) in assenza di obblighi  all'uso di questi strumenti.
Non sembra rassicurante nemmeno la promessa che tutto dovrebbe essere open source: infatti anche se dicono che è tutto pronto, il codice non si è ancora visto.
 
Per la rubrica "cosa fanno gli hacker in quarantena" parliamo con una compagna di Hacklabbo e mandiamo un contributo da IFDO.

Fino alla fine dell'emergenza

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Durata 1h 55m 30s
Durata 23m 32s
Durata 32m 13s
Durata 19m 37s

Apriamo ancora una volta sui problemi di Zoom, che questa volta hanno portato a una serie di divieti al suo utilizzo per la didattica o per riunioni politiche/lavorative in vari stati; notiamo però come i problemi se li vada a cercare vendendosi caratteristiche che non ha o che non meritano particolare risalto.

Poi discutiamo del contact tracing per la lotta al Covid-19: esaminiamo i requisiti richiesti per la "famosa" app italiana e vediamo su quali app la "task force" governativa si sta orientando. La ministra Pisano ha esplicitato alcuni dei principi guida per la scelta dell'applicazione: sono principi di buon senso e genericamente positivi,  ma che in molti casi lasciano ancora scoperte molte zone grigie.

Poi passiamo ad una nuova rubrica, che ci accompagnerà nelle prossime puntate: ci siamo chiesti di che si occupano compagni e compagne dei vari hacklab in questi momenti di isolamento forzato. Stasera ne parliamo con un compagno di Unit (Milano).

Chiudiamo con un paio di notiziole: partiamo dalla riscoperta necessità di programmatori COBOL negli USA, necessaria per fronteggiare l'incremento di richeste di sussidi: sì, alcuni sistemi sono ancora scritti in COBOL! ma il progresso non si ferma mai e così arriviamo nuova licenza OpenCovid, una specie di OpenSource a tempo per chi lavora per contrastare l'emergenza: puro marketing o sperimentazione di un modello diverso per fare affari?

 

Torniamo a parlare di tecnologia (e coronavirus...)

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Nonostante le promesse di smetterla di parlare di statistiche (come abbiamo fatto qui e qui) e virus, tutto quello che siamo riusciti a fare è stato spostare il discorso su argomenti di tecnologia connessi all'emergenza.
 
Cominciamo parlando dell'app per videoconferenze Zoom, che negli ultimi giorni si è diffusa come una delle scelte preferite per incontri, meeting, assemblee, ecc. Nonostante Zoom proclami di essere estremamente attenta alla privacy degli utenti, la sua app per iOS forniva a Facebook dati sugli utenti e connessioni, anche se il login non avveniva da Facebook e anche se l'utente non aveva proprio un account Facebook. Restando sull'argomento riportiamo anche qualche interessante "feature" della versione premium di Zoom, probabilmente utile per i datori di lavoro interessati a controllare i propri impiegati.
 
Passiamo poi a parlare delle app di monitoraggio della popolazione in chiave anti-covid19: analizziamo l'app prodotta dal governo di Singapore, che nei limiti di un app per il monitoraggio della popolazione si presenta decisamente meno invasiva di tante altre app attualmente in uso in vari paesi, e che il governo di Singapore dichiara che diventerà Open Source.
 
Riportiamo anche il caso della app Iraniana, che invece è chiaramente una app di monitoraggio della popolazione malamente spacciata come necessaria nella lotta al covid19.
 
Nell'ambito delle cose spacciate per anti-coronavirus, discutiamo dei malware che sfruttano l'ossessione per la raccolta di informazioni sul contagio per infettare i pc, e della confusione tra virus biologico e informatico che evidentemente colpisce molti, sia tra gli utenti che tra gli "esperti". Guardiamo più nel dettaglio il caso di uno di questi malware che usa una tecnica semplice ma interessante che unisce alcuni passaggi "tecnici" a della cara vecchia ingegneria sociale.