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detenzione amministrativa

Mercoledì 17 giugno presidio a Tor Vergata per Mahmoud Al-Najjar

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Uno studente di Tor vergata lancia il presidio che si svolgerà domani, 17 giugno alle ore 15, davanti al rettorato dell'ateneo per protestare contro il silenzio dell'Università davanti al "rapimento" di Mahmoud Al-Najjar, ricercatore palestinese, che il 1 giugno è stato arrestato in Israele mentre stava per partire per Roma, dopo aver ottenuto tutte le carte necessarie, per frequentare il master in economia dello sviluppo e cooperazione internazionale a Roma 2.

Roma: libertà per Mahmoud Al Najjar. Si muovano le istituzioni italiane

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Oggi, venerdì 5 giugno, 2026 dalle 9.30 presidio all'Università di Torvergata per chiedere la libertà per Mahmoud Talal Al-Najjar, ricercatore e ingegnere palestinese, che vinta una borsa e ottenute tutte le carte necessarie per la mobilità, era atteso per un master all'Università di Roma2 a Tor Vergata, quando lunedì 1 giugno le forze di occupazione israeliane hanno sequestrato al valico di Kerem Shalom. Per 48 ore non si è saputo più niente di lui, ora sappiamo solo che è rinchiuso nel carcere di  Ashkelon. Il presidio chiede l'intervento dei ministeri italiani degli esteri e dell'università e della ricerca, oltre che della stessa Università di Tor Vergata e la fine di ogni collaborazione e complicità con Israele.

Vi proponiamo una corrispondenza dal presidio con una compagna di Giovani Palestinesi in Italia

La Cisgiordania sotto attacco, militare e non solo

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Anita De Donato è un’antropologa che ha fatto ricerca per più di 10 anni in Cisgiordania. Ha studiato le dinamiche culturali e politiche relative al progetto di costruzione di uno Stato palestinese, nel contesto delle strategie coloniali di Israele e dei coloni israeliani, partendo dall’analisi dell’uso e della gestione delle risorse idriche per uso domestico e per l’irrigazione. Anita è stata in Cisgiordania a luglio; nella corrispondenza, ci parla delle misure repressive, coercitive e di controllo che lo Stato di Israele sta adottando in Cisgiordania in risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, con il pretesto della lotta al terrorismo e del diritto alla sicurezza dei cittadini israeliani. Anita ci spiega come queste misure repressive siano rese possibili dalle condizioni economiche ed amministrative imposte nei Territori palestinesi da Israele con gli Accordi di Oslo del ’93 e con gli Accordi economici di Parigi del ’94, che hanno significato una riconfigurazione del regime coloniale israeliano, invece che la graduale decolonizzazione dei Territori palestinesi.

Violazioni del Diritto internazionale in Cisgiordania e a Gaza

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Con il prof. Triestino Marinello, docente di Diritto Internazionale alla Liverpool John Moores University, parliamo  della detenzione amministrativa in Cisgiordania, della violazione della delibera del Consiglio di Sicurezza del ONU per il cessate il fuoco a Gaza e delle sistematiche violazioni dei più basilari principi del Diritto internazionale da parte di Israele e di diversi paesi occidentali.

Il ruolo della prigionia nel progetto coloniale israleiano (parte II)

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Che ruolo ha la repressione nel progetto coloniale israeliano? Quali obiettivi politici persegue Israele attraverso il giudizio davanti alla Corte militare per i soli palestinesi, la detenzione amministrativa, le condizioni di prigionia e quelle di una quotidianità vissuta in una galera a cielo aperto? Quali sono gli strumenti carcerali utilizzati dall'entità sionista per mantenere le sue politiche di apartheid, pulizia etnica e ora anche di genocidio?

Ne parleremo insieme a Khaled El Qaisi che racconterà cosa vuol dire essere detenuto in un carcere israeliano e qual è il trattamento riservato ai palestinesi; ad Assia Zaino che approfondirà la detenzione delle prigioniere e le loro pratiche di lotta; ad un rappresentante dell'associazione Addameer, che da sempre si batte contro la detenzione amministrativa; all'avvocato Flavio Rossi Albertini sulla repressione internazionale della resistenza palestinese al tempo del genocidio ed in particolare sul caso di Anan, Alì e Mansour accusati di terrorismo in Italia.

Giovedì 4 aprile - ore 16 - Aula 6 - Facoltà di lettere - La Sapienza

Nei carceri israeliani: un approfondimento con Khaled Al Qaisi

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Khaled Al Qaisi, ricercatore italo-palestinese della Sapienza, come le ascoltatrici e gli ascoltatori di Radio Onda Rossa sanno,  lo scorso 31 mentre stava per lasciare la Palestina per tornare in Italia è stato arrestato dalle forze dell'ordine israeliane senza che gli venisse notificata nessuna accusa; in ottobre poi è stato fatto uscire dalla prigione ma senza la possibilità di potersi muovere, alla fine è rientrato in Italia i primi di dicembre. Rientrato in Italia la sua voce si è fatta sentire costantemente per tenere alta la solidarietà cn il popolo palestinese.

Con lui questa mattina abbiamo parlato in particolari delle carceri israeliane, delle condizioni di migliaia di prigionieri/e politici, dell'aumento degli arresti e del peggioramento della situazione dopo il 7 ottobre; abbiamo inoltre approfondito il tema della detenzione amministrativa e degli arresti senza capi d'accusa. Abbiamo inoltre analizzato la situazione della Cisgiordania dove Khaled è dovuto rimanere circa due mesi dopo il rilascio dal carcere; infine abbiamo rilanciato la lotta al fianco del popolo palestinese e quindi la necessità di lottare qui, sul territorio dell'Italia, un paese che in vari modi è in guerra alleato con Israele.

 

Corrispondenza dall'HUB di via Mattei a Bologna con le persone recluse, durante il presidio dei/delle solidali

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Una corrispondenza dal presidio davanti l'hub di via Mattei a Bologna. Nella prima parte una solidale ci racconta i recenti cambiamenti di funzioni della struttura nella catena del sistema di accoglienza\detenzione\espulsione. Nella seconda parte ascoltiamo le voci delle persone recluse nella "prigione": le condizioni in cui sono costrette a vivere e le  rivendicazioni che portano avanti quotidianamente, bloccate da mesi nella struttura.

La Parentesi del 14/10/2015 "Detenzione amministrativa"

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La Parentesi di Elisabetta del 14/10/2015

“Detenzione amministrativa”

Immagine rimossa.

La settimana scorsa ci sono state diverse iniziative a sostegno dei prigionieri/e politici palestinesi in sciopero della fame, incarcerati dal governo israeliano con lo strumento della detenzione amministrativa, la pratica “legale” per la quale un/una palestinese diventa prigioniero/a senza accuse né processo, una pratica rinnovabile di 6 mesi in 6 mesi. Sono oltre 350 i prigionieri/e in questa situazione e vengono presi di mira dagli arresti e “condannati” alla detenzione amministrativa in special modo i rappresentanti politici maggiormente esposti, come Khalida Jarrar, prelevata dalla sua abitazione in piena notte da reparti israeliani ad aprile perché rappresenterebbe “una minaccia per la sicurezza”.
Il principio della detenzione amministrativa è un concetto che nasce in Germania alla fine degli anni ’30 e rappresenta uno strappo importante al diritto così come noi lo conosciamo.
Nel diritto borghese una persona può essere condannata solo e soltanto per il reato che ha commesso e quando questo è stato dimostrato.
La detenzione amministrativa prevede, invece, che una persona sia sanzionata e internata non per quello che ha fatto, ma per quello che è, per una condizione, un’etnia, un credo politico o religioso, una situazione familiare o sociale… E’ il trascinamento dallo Stato di diritto allo Stato etico ed è un principio nazista.
Lo Stato si arroga il giudizio sul comportamento e non sugli atti, sull’essenza del pensiero e sulle modalità di vita e non sul reato. Ragione per cui non è necessario un giudice a decretare la detenzione amministrativa, ma è un provvedimento messo in atto direttamente dagli organi repressivi e di controllo nelle accezioni più svariate.
Nella Germania degli anni’30 nel campo di internamento di Ravensbruck, campo per sole donne e giovani ragazze, venivano internate tutte quelle che non erano gradite al sistema, quelle che erano madri, sorelle, parenti di antinazisti in senso lato, ma, la maggior parte veniva internata su indicazione dei servizi sociali e con delle motivazioni assai vaghe di “asozialen”.
E’ chiaro che la detenzione amministrativa è un grande strumento di controllo sociale, non solo perché interna tutte quelle e tutti quelli non graditi al potere, ma perché spinge anche i cittadini/e a diventare delatori/delatrici, controllori e controllore di se stessi e degli altri e a usare lo strumento della denuncia anonima.
Anche qui da noi c’è la detenzione amministrativa, ci sono i CIE, i centri di identificazione ed espulsione, veri e propri campi di internamento in cui vengono rinchiusi soggetti che non hanno commesso reati, ma che sono ritenuti irregolari. Ora tocca alle migranti ed ai migranti senza permesso di soggiorno o ai così detti “clandestini”, ma il principio può essere esteso a chiunque non sia gradito al sistema,
Sono stati istituiti dalla legge Turco-Napolitano nel 1998 e questo la dice lunga sull’area politica che è portatrice in questa società dei principi ideologici nazisti. Perché se i principi nazisti informano una società non dipende da quanto i simboli storicamente riconoscibili siano pubblici ed evidenti, ma da quanto un’ ideologia pervade la struttura e la modalità a cui si informano lo Stato, le leggi e il metabolismo sociale che ne deriva.
Il riformismo neoliberista, PD in testa, è il portatore dei principi di nazista memoria perché tende all’instaurazione di un governo diretto del potere economico eliminando la mediazione politica e ha la pretesa di normare ogni aspetto della nostra vita. Infatti, corollario della detenzione amministrativa sono le sanzioni amministrative relative al così detto ordine pubblico che vengono comminate direttamente dagli istituti di controllo poliziesco e sono state veicolate e fatte accettare usando situazioni e accadimenti a cui l’opinione pubblica è particolarmente sensibile. Una per tutte è il Daspo che prevede il divieto per i tifosi a cui viene applicato di accedere agli stadi e l’obbligo di firma durante le partite. E la tendenza è a trasferire questo tipo di modalità alla società tutta e soprattutto a chi manifesta dissenso etichettato subito come soggetto socialmente pericolo.
Quando si parla di solidarietà internazionalista mettiamo spesso l’accento sull’appoggio che diamo alle lotte che attuano percorsi di libertà e di liberazione in altri paesi ed è giusto che questa solidarietà venga messa in atto, ma l’aspetto più importante dovrebbe essere quello di riportare le lotte ad unità e a sintesi.
Quando manifestiamo solidarietà ai prigionieri politici palestinesi in detenzione amministrativa, in effetti, lottiamo per noi stesse e per noi stessi e quando ci battiamo per l’abolizione delle sanzioni amministrative e per la chiusura dei Cie a casa nostra, lottiamo anche per loro.