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I compagni di Adil: è stato ucciso

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Al telefono un compagno di lotta di Adil, il sindacalista del Sicobas ucciso a Novara, ricostruisce la dinamica dell'omicidio rendendo palesi le responsabilità dell'azienda e delle forze dell'ordine. Il camion che ha travolto Adil è uscito dal cancello di entrata, da cui il senso unico impedirebbe l'uscita dei camion, qualcuno da dentro il magazzino ha autorizzato questa manovra, alzato la sbarra, aperto il cancello. Tutto sotto lo sguardo vigile degli agenti della DIGOS presenti in forze. Nessun incidente, nessuna guerra tra poveri: l'assassinio di Adil è responsabilità diretta della LIDL e della Polizia di Stato.

Assassinato il coordinatore SI Cobas di Novara

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Questa mattina, nella cornice dello sciopero nazionale del comparto della logistica indetto dal SI Cobas, di fronte alla Lidl di Biandrate (Novara) è stato ucciso Adil Belakdim, coordinatore provinciale del sindacato. Adil stava partecipando a un picchetto ed è stato travolto e ucciso da un camion che ha forzato il blocco, altri due compagni di lotta sono rimasti feriti ma per fortuna non sono in pericolo di vita. Si tratta della cronaca di una morte annunciata, da settimane si verificano casi simili e più volte si è sfiorata la morte di manifestanti. La nostra corrispondenza con un compagno del SI Cobas, l'appuntamento per tutte e tutti è per il corteo nazionale di lavoratori e lavoratrici della logistica, con partenza da piazza Esedra a Roma alle ore 14.00 di sabato 19 giugno 2021.

USA: ad un anno dalla morte di George Floyd

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Durata 4m 48s

Ad un anno dalla morte di George Floyd in molti si stanno domandando se veramente gli Stati Uniti stiano finalmente cambiando.

Di certo la polizia non ha cambiato di molto il suo comportamento considerando che durante il processo a Derek Chauvin, gli Stati Uniti hanno registrato una media di tre persone uccise dalla polizia al giorno.

Ma in questi mesi, la stampa non ha fatto altro che parlare della morte di George Floyd come di un evento che ha profondamente segnato l’anima degli americani. “Racial reckoning” come dicono qui negli Stati Uniti.

La verita’ e’ che questa espressione e’ apparsa sui giornali americani negli anni 60’s - quando la polizia bianca del sud manganellava dimostranti di colore scesi in strada per difendere il diritto al voto e ad una vita dignitosa. E’ apparsa di nuovo negli anni 70’s -quando le famiglie bianche residenti nei sobborghi delle ricche città del nord si sono opposte all'ultimo disperato tentativo del governo federale di integrare le scuole. Ed è apparso ancora negli anni 80’s - quando organizzazioni neo-naziste uccidevano commentatori radiofonici di origini ebree e facevano esplodere bombe nei palazzi federali. Ed è stato usato ancora negli anni 90’s -quando il video del  pestaggio di Rodney King fece il giro del mondo.

La dinamica e’ sempre la stessa, un evento drammatico scuote la società bianca americana, politici e mainstream media solennemente denunciano le radici profondamente razziste di questo paese e poi tutto piano piano viene dimenticato, fino a quando un nuovo evento drammatico fa ricominciare tutto da capo.

Questa volta, però, sembrava diverso. Le proteste scoppiate subito dopo la morte di George Floyd sono state salutate dalla stampa americana come la più larga e multirazziale mobilitazione nella storia degli Stati Uniti. Le immagini sembravano dimostrare che quel ginocchio di Derick Chauvin premuto sul collo di Floyd per più di nove minuti era troppo anche per l’america bianca.

Eppure un recente sondaggio sembra suggerire che il supporto dei bianchi americani per il movimento Black Lives Matter stia velocemente evaporato. E questo lento declino sembra spiegare come mail il cambiamento, che sembrava inevitabile l’estate scorsa, ora non e’ piu’ cosi scontato.

Per esempio la campagna Defund the Police che la scorsa estate aveva dominato le primarie democratiche e che alcuni membri del partito avevano indicato come la vera causa dietro i deludenti risultati elettorali, ha registrato -se si escludono alcune eccezioni - una brusca frenata.

Uno studio condotto l’anno scorso da Bloomberg City Lab che ha preso in considerazione il bilancio di 34 tra la piu’ grandi citta’ degli Stati Uniti ha concluso che in media la riduzione del budget dei vari dipartimenti di polizia e’ stato meno dell’1%. Una percentuale irrisoria se si considera che queste citta’ sono state forzate a degli ingenti tagli dovuti agli effetti dei vari lockdown anti-Covid. Nonostante le proteste della scorsa estate e le difficili condizioni economiche dovute alla pandemia, la maggior parte delle città considerate in questo studio continuerà a devolvere più di un quarto del loro bilancio alla polizia.

Spesso le autorità cittadine hanno respinto le richieste del movimento facendo leva su dei dati che indicano un aumento della criminalità in quasi tutte le maggiori città americane. Inutile sottolineare che quelle statistiche stanno proprio a dimostrare il fallimento di quelle politiche che vedono nella polizia l’unica soluzione a problemi che sono in realtà di natura sociale ed economica.

Il movimento dietro alle proteste per la morte di George Floyd rivendica però delle vittorie importanti. Se e’ vero che i tagli ai bilanci della polizia non sono stati così ingenti, sicuramente hanno interrotto un trend che aveva visto quegli stessi bilanci raddoppiare nel giro di pochi anni.

Ancora più importante e’ il fatto che quelle proteste hanno radicalmente cambiato il dibattito politico americano. Il fatto che Biden abbia deciso di ricordare il primo anniversario dalla morte di George Floyd invitando la sua famiglia alla Casa Bianca e’ la dimostrazione dell’enorme valore simbolico di questa tragedia.

Certo Biden spera di poter usare questo evento per convincere il congresso ad approvare una limitate riforma della polizia e mettere così fine ad una questione che sta creando non poche tensioni all’interno dei Democratici. Ma le proteste della scorsa estate hanno messo in chiaro il fatto che l’obiettivo non e’ riformare le forze dell’ordine, bensì ri-immaginare il significato stesso del concetto di sicurezza.

Il fatto che non esista testata giornalistica in America che in questi mesi non abbia parlato della campagna defund the police, o non abbia intervistato un’attivista impegnata nella campagna per l’abolizione del carcere, o che non abbia recensito un libro dedicato all razzismo nelle istituzioni americane dimostra il successo che questo movimento ha avuto nel dettare una nuova agenda politica.

Infine la vittoria più importante ottenuta da questo movimento e’ stata quella di aver creato una nuova e più salda alleanza tra le varie comunità di colore. Il movimento che e’ sceso in piazza per protestare l’uccisione di Gorge Floyd e’ lo stesso movimento che negli ultimi mesi si e’ mobilitato in supporto all comunita’ asiatica vittima di attacchi razzisti durante la pandemia o che la scorsa settimana e’ scesa in piazza in solidarieta’ con il popolo palestinese. In una società dove il potere politico ed economico e’ nelle mani dei bianchi, la solidarietà tra comunità di colore e’ cruciale.

E allora ad un anno dalla morte di George Floyd si puo’ dire che gli Stati Uniti un po’ sono cambiati grazie soprattutto alla forza di questo un movimento. 

USA: omicidio George Floyd iniziato il processo

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Dopo 10 mesi dalla morte di George Floyd, questa settimana e’ cominciato il processo a Derek Chauvin,  uno dei quattro poliziotti coinvolti nell’omicidio del giovane afroamericano. Chauvin e’ stato accusato di omicidio di secondo e terzo grado e di omicidio colposo. 

 

La stampa americana ha già definito questo processo il più importante processo contro un poliziotto dai tempi del pestaggio di Rodney King avvenuto esattamente 30 anni fa. Le similitudini, però, si fermano al semplice fatto che in entrambi i processi le telecamere sono state ammesse in aula. Il fatto e’ che la società americana e’ cambiata tanto da quel marzo del 1991. Per esempio, le proteste che seguirono il pestaggio di King si concentrarono soprattutto nei quartieri più neri di Los Angeles, mentre la scorsa estate praticamente tutte le maggiori città Americane sono state teatro di massicce proteste contro la brutalità poliziesca. Persino i bianchi americani, almeno quelli più liberali, hanno cominciato a guardare all’operato della polizia con occhi diversi. 

 

Che i tempi siano cambiati lo si capisce anche dalla diversa composizione delle due giurie. Il processo contro i quattro poliziotti responsabili del pestaggio di Rodney King si celebrò non a Los Angeles, ma a Simi Valley con la scusa di voler offrire un ambiente più imparziale. La realta’ e’ che Simi Valley era una roccaforte bianca repubblicana in cui vivevano numerosi poliziotti. Non sorprende quindi che nessun afroamericano fu selezionato e che i quattro poliziotti furono assolti da una giuria composta da dieci persone bianche, un latino e un americano di origini filippine.  

 

Nel caso del processo contro Derek Chauvin invece, il giudice si e’ rifiutato di spostarlo in un'altra citta’ e il poliziotto sarà giudicato da una giuria composta da 6 bianchi (due uomini e quattro donne), 4 afroamericani (tre uomini e una donna) e due donne che si definiscono mixed-race. Una composizione molto interessante se si considera che a Minneapolis gli afroamericani rappresentano il 20% della popolazione, mentre in questa giuria sono un terzo del totale. 

 

I primi due giorni del processo hanno visto le deposizioni di alcuni dei passanti che si erano fermati per catturare con i loro cellulari il comportamento dei poliziotti durante l’arresto. Particolarmente toccante e’ state la testimonianza della diciottenne Darnella Frazier il cui video divento’ virale e scateno’ le proteste la scorsa estate. In lacrime la giovane afroamericana ha ammesso che la morte di Floyd l’ha profondamente traumatizzata perché quello che e’ successo a lui potrebbe succedere a suo padre, suo fratello e a qualsiasi altra persona a lei vicina, per il semplice fatto che sono nere. Subito dopo di lei, ha testimoniato sua cugina di appena 10 anni. Questo tipo di testimonianze dimostrano come purtroppo la violenza poliziesca entri a far parte delle vite degli afroamericani sin da piccoli. Esperienze che inevitabilmente lasciano profonde cicatrici emotive. 

 

Un’altra importante testimonianza è stata quella di Donald Williams, un lottatore professionista che per questo motivo ha una profonda conoscenza dei rischi e pericoli delle tecniche usate dalla polizia per immobilizzare Floyd. Williams e’ la persona che ha cercato con più insistenza di convincere i poliziotti a lasciar andare Floyd. Si puo’ infatti udire la sua voce in tutti i video registrati quel giorno. La difesa ha cercato di provocare Williams per cercare di dimostrare che il giovane afroamericano può facilmente perdere le staffe e suggerire che quel giorno i poliziotti si sono sentiti minacciati e non hanno potuto monitorare con attenzione lo stato di salute di Floyd. Lo stereotipo dell’ angry black man viene spesso usato in queste circostanze per giustificare l’uso della forza da parte della polizia. Ricordiamo per esempio il caso della morte di Michael Brown, in quell’occasione l’agente Darren Wilson sostenne di aver ucciso il 18nne Michael Brown con sei colpi di pistola perché in quel momento si era sentito come un bambino di cinque anni cercare di bloccare Hulk Hogan. E’ importante sottolineare che Wilson e’ alto un metro e 93 e pesa 95 kg. Williams pero’ non e’ caduto nella trappola sostenendo che quel giorno non era arrabbiato, ma piuttosto disperato nel vedere un uomo morire davanti ai suoi occhi senza poterlo aiutare. 

 

Il tentativo della difesa di presentare le persone presenti all’arresto come una minaccia e’ molto interessante perché conferma come la polizia abbia una visione molto militarizzata delle comunità in cui opera. Come se fossero forze d’occupazione, la polizia percepisce qualsiasi passante come una possibile minaccia, forze nemiche neanche fossero in Iraq o Afganistan.     

 

Certo sarà difficile per la difesa riuscire a dimostrare l’innocenza di Chauvin. Secondo le dichiarazioni rilasciate nel primo giorno del processo, gli avvocati si concentreranno su due elementi in particolare. Primo, cercheranno di dimostrare che George Floyd e’ morto non a causa del ginocchio che Chauvin ha premuto sul collo dell’uomo per più di nove minuti, bensì a causa delle droghe che l’uomo aveva assunto in precedenza e che, sempre secondo la difesa, causarono un arresto cardiaco. Secondo, Chauvin era così preoccupato di tenere sotto controllo le persone accorse sulla scena dell’arresto che non ha potuto prestare attenzione alle condizioni fisiche di Floyd. 

 

Entrambi gli argomenti sembrano molto difficili da sostenere in aula. Prima di tutto perche’ l’autopsia ufficiale ha gia’ definito la morte di Floyd come un omicidio dovuto al comportamento dei poliziotti. Secondo perché i numerosi video catturati dai cellulari delle persone accorse sulla scena mostrano sì delle persone arrabbiate ma mai così aggressive da mettere a repentaglio l'incolumità dei poliziotti. 

 

A questo si deve aggiungere che tutte le testimonianze finora raccolte hanno sottolineato l’assoluto disprezzo che i poliziotti, e in particolare Chauvin, hanno mostrato per la vita di Floyd. Uno dopo l’altro, tutti i testimoni hanno descritto, spesso tra le lacrime, il senso di impotenza e disperazione che hanno provato di fronte alla morte di Floyd. L’accusa ha mostrato ripetutamente i video in cui si possono ascoltare le voci dei presenti implorare Chauvin di togliere il ginocchio dal collo di Floyd. Voci, lacrime e testimonianze che hanno sicuramente lasciato un segno nella memoria dei giurati. 

     




 

La puntata del 18 febbbraio 2021

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In questa puntata abbiamo Parlato di:

L'omicidio di Elisabet detta Bau, donna trans del Lof Llazkawe ni recupero territoriale.

La denuncia a tre carabineros per la violentissia agressione a Mario Acuña

In collegamento da San Antonio per focalizzare sulla situazione dei prgionieri di San Antonio che hanno dato segni di contagio e sono risutati positivi al tampone per il Covid 19 come moltissimi detenuti nello stesso carcere. 

 

Omicidio di Adama Traoré - Corrispondenza da Parigi

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Il 19 luglio 2016, a Persan, un quartiere di Parigi, Bagui e Adama Traoré stanno camminando in centro città quando una pattuglia di poliziotti li ferma per un controllo. Adama, un giovane di 24 anni, non ha con sé i documenti e quindi scappa. Dopo la fuga, alle 17.30, i poliziotti arrestano Adama, costringendolo al suolo in tre per poterlo ammanettare. Alle 19 il giovane viene dichiarato morto, si dice in un primo momento per le complicazioni di un problema cardiaco. 

Nelle ore e nei giorni successivi alla morte,la collera e le proteste si sono moltiplicate mentre i media mainstream volevano far apparire la famiglia di Adama e Adama come dei reietti e colpevoli. Inevitabile è evidenziare le somiglianze con il caso Cucchi.

Oggi, 13 ottobre 2018, a Parigi si è svolto un presidio per ricordare Adama e gli altri omicidi impuniti. Un compagno ci racconta il presidio di oggi e le prossime date di mobilitazioni che si svolgeranno durante le udienze del processo.

 

Intervista a Ruben Collìo

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Durata 27m 22s

Abbiamo parlato al telefono con Ruben Collio , compagno di Macarenza Valdez uccisa il 22 Marzo 1016 per opporsi alla devastazione di una impresa idroelettrica della RP Global nel suo territorio. La giustizia ha deciso che Macarena si è suicidata ma la realtà e la scienza dicono che è stata soffocata e appesa nella sua casa davanti al figlio di pochi mesi. Le indagini fino ad ora si sono mosse solo per avvalere la causa del suicidio difficile da provare perchè inesistente. La seconda perizia portata dalla famiglia viene rifiutata così come le stesse autorita ostruiscono la ricerca della verita.

Argentina: ad un anno dall'omicidio di Santiago Maldonado

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Un anno fa durante un'operazione di polizia durante un corteo nella comunità Mapuche di Cushamen sparisce Santiago Madonando, giovane solidale. Il 17 ottobre viene rinvenuto il suo corpo nel fiume che costeggia la comunità, lì dove era stato cercato per giorni dalla Gendarmeria stessa. Per Santiago ancora non è stata fatta giustizia. Il perché lo capiamo in questo redazionale che ripercorre la vicenda.

Corrispondenza dal Messico su omicidio compagno Abraham Hernández Gonzales del Codedi

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ALLE POPOLAZIONI DI OAXACA

ALLE ORGANIZZAZIONI SOCIALI

AGLI ORGANI DI DIFESA DEI DIRITTI UMANI

AI MEZZI DI COMUNICAZIONE LIBERI E A PAGAMENTO

Oggi, martedì 17 Luglio verso le 11.30 di mattina, uomini incappucciati e armati fino ai denti,  con indosso delle divise militari, hanno assaltato la casa del compagno Abraham Hernández Gonzales nella comunità di Salchi, San Pedro Pochutla. Lo hanno portato fuori dalla sua casa con la violenza, portandolo quindi in una camionetta doppia grigia targato RH-70-92, scortata da motociclette.

Dal momento del prelievo forzato, l'avviso è stato dato alle varie corporazioni di polizia senza che nessuno di loro facesse alcun tentativo di localizzare il compagno, che dopo circa cinque ore è stato trovato senza vita vicino alla stessa comunità.

Riteniamo responsabile diretto il governo di Alejandro Murat sia per il rapimento che per l'assassinio del compagno Abraham Hernández, il quale ha svolto un ruolo importante come coordinatore locale della comunità dei Ciruelos. La mancanza di interesse da parte del governo nel cercare di risolvere casi come questo mostra una complicità con i gruppi criminali che operano nella regione e nello stato, lasciandoli liberi di operare a tutte le ore del giorno, senza che nessuno li fermi, così come mostra la farsa della operazione "spiaggia sicura", quando è in questi luoghi che l'insicurezza viene mostrata con maggiore forza, ancor più in questo ritorno del PRI nello stato di Oaxaca che, come sappiamo, è in collusione con il traffico di droga.

Chiediamo giustizia e la punizione per gli autori e i mandanti dell'assassinio di Abraham Hernandez, così come esigiamo giustizia per i nostri tre compagni uccisi lo scorso 12 febbraio e che fino ad ora il governo dello stato non è riuscita a progredire casi e responsabile di questi crimini rimangono in libertà.

Chiediamo alle organizzazioni sociali di unirsi a questa richiesta di giustizia per i compagni uccisi del CODEDI e per tutti gli/le attivist* sociali e i/le difensori dei diritti umani che vivono in un momento di costante minaccia.

BASTA ALLE AGGRESSIONE AL CODEDI

GIUSTIZIA PER I NOSTRI COMPAGNI ASSASSINATI

ALEJANDRO VIVE

LUIS ANGEL VIVE

IGNACIO VIVE

ABRAHAM HERNANDEZ VIVE

Comité Por la Defensa de los Derechos Indígenas CODEDI, a 17 de Julio del 2018

 

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A LOS PUEBLOS DE OAXACA

A LAS ORGANIZACIONES SOCIALES

A LOS ORGANISMOS DE DERECHOS HUMANOS

A LOS MEDIOS DE COMUNICACIÓN LIBRES Y DE PAGA

Hoy martes 17 de Julio, aproximadamente a las once y media de la mañana hombres fuertemente armados y encapuchados y vestidos de militares irrumpieron en el domicilio del compañero Abraham Hernández Gonzales el cual se ubica en la comunidad de salchi, San Pedro Pochutla al compañero lo sacaron de su domicilio con lujo de violencia, llevándoselo después en una camioneta gris doble cabina con placas RH-70-92, escoltado por motocicletas.

Desde el momento del levantamiento se le dio el aviso a las diversas corporaciones policiacas sin que ninguna de ellas llevara a cabo algún esfuerzo para localizar al compañero, quien después de aproximadamente cinco horas, fue localizado sin vida cerca de la misma comunidad.

Hacemos responsable directo al gobierno de Alejandro Murat, por el levantamiento y asesinato del compañero Abraham Hernández, quien desempeñaba una importante labor de coordinador local de la comunidad de los ciruelos. El nulo interés del gobierno por tratar de resolver casos como este muestra una complicidad con los grupos delictivos que operan en la región y el estado, dejando a estos operar de forma libre a todas horas del día, sin que nadie los detenga, así como también muestra la farsa del operativo “playa segura”, cuando son en estos lugares donde la inseguridad se muestra con mayor fuerza, más aun en esta vuelta del PRI al estado de Oaxaca quienes como sabemos están coludidos con el narcotráfico.

Exigimos justicia y castigo para los responsables materiales e intelectuales del asesinato del compañero Abraham Hernández, así como también exigimos justicia para nuestros tres compañeros asesinados el pasado doce de febrero y que hasta la fecha el gobierno del estado no ha presentado avances de los casos y los responsables de estos crímenes siguen en libertad.

Hacemos un llamado a las organizaciones sociales a unirse en esta exigencia de justicia por los compañeros asesinados del CODEDI y por todos los luchadores sociales y defensores de derechos humanos quienes viven en un momento de constante amenaza.

 

ALTO A LAS AGRECIONES AL CODEDI

JUSTICIA PARA NUESTROS COMPAÑEROS ASESINADOS

¡ALEJANDRO VIVE!

¡LUIS ANGEL VIVE!

¡IGNACIO VIVE!

¡ABRAHAM HERNANDEZ VIVE!

Comité Por la Defensa de los Derechos Indígenas CODEDI, a 17 de Julio del 2018