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Libertà va cercando ch'è sì cara.........

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La censura può servire a rendere civile il dibattito sui social? Che vuol dire applicare un'etica laica e liberale alle nuove tecnologie? E soprattutto di cosa stiamo parlando quando parliamo di "libertà"?

Filo diretto con ascoltatori e ascoltatrici sulla libertà di espressione, che ha preso spunto da un articolo apparso su un quotidiano. Ma il discorso è appena all'inizio.

I nostri primi quaranta anni. Seconda puntata

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In questa seconda puntata sono riproposte trasmissioni riguardanti il contratto dei telefonici, quelle degli ospedalieri e la mobilitazione degli studenti medi. Gli ultimi interventi riguardano la crezione da parte di ROR del Centro di iniziativa proletaria a Sant'Andrea di Conza durante il terremoto del 1980.

Autonomia all'assalto del cielo: audio del dibattito

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Durata 5m 49s
Durata 32m 2s
Durata 24m 49s
Durata 17m 46s
Durata 23m 37s
Durata 25m 2s
Durata 37m 14s
Durata 2h 48m 18s

Podcast degli interventi e del dibattito dell'iniziativa "Autonomia all'assalto del cielo" a VIII Zona (via Lussimpiccolo 19/17), promossa da Radio Onda Rossa, Prometeoblog e Giorni che valgono anni.

Dopo un'introduzione al dibattito, interviene Vincenzo Miliucci che ripercorre la storia dei Comitati Autonomi Operai di Roma. Peppe affronta il tema dell'ecologismo/ambientalismo, riannodando i fili della lotta contro il nuclerare che porterà al referendum. Mentre Carla, studentessa di un liceo di Ostia nel 1977, si occupa di scuola e lotte studentesche, Graziella Bastelli ripercorre la lunga lotta all'interno della sanità pubblica e del Policlinico romano Umberto I.

Infine, Giorgio Ferrari, nostro redattore, ricostruisce la storia delle riviste e degli organi di (contro)informazione degli autonomi romani: dall'esperienza di "Rosso" a "I Volsci" (puoi scaricarlo qui) e "Rosso vivo". In mezzo, il 24 maggio 1977, la nascita di Radio Onda Rossa.

 

A seguire interventi dal pubblico e risposte dei relatori.

La Parentesi del 20/4/2016 "Richiamare gli ambasciatori"

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https://coordinamenta.noblogs.org/post/2016/04/21/la-parentesi-di-elisa…

 

 

“Richiamare gli ambasciatori”

Immagine rimossa. Qualche giorno fa la Corte d’Assise di Varese ha assolto “perché il fatto non sussiste” due carabinieri e sei poliziotti dall’accusa di omicidio preterintenzionale, abuso di autorità su arrestato, abbandono di incapace e arresto illegale in relazione alla morte di Giuseppe Uva, deceduto la mattina del 14 giugno 2008 all’ospedale Circolo di Varese dopo aver trascorso parte della notte in caserma. Il procuratore di Varese Daniela Borgonovo, nelle scorse udienze aveva chiesto l’assoluzione, richiesta che è stata accolta.

Giuseppe Uva aveva trascorso la notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 in alcuni bar di Varese insieme all’amico Alberto Biggiogero Ubriachi, stavano spostando delle transenne per chiudere al traffico una strada quando furono fermati dai carabinieri e portati in caserma. Nel corso della notte, Uva fu trasportato con trattamento sanitario obbligatorio all’ospedale di Circolo di Varese, dove morì la mattina del 14 giugno. Come Stefano Cucchi, Giuseppe Uva era nelle mani dello Stato e come loro due era nelle mani dello Stato la ragazza che, nella caserma del Quadraro a Roma, arrestata per aver tentato di rubare una maglietta all’Oviesse, fu stuprata da tre carabinieri e un vigile urbano.

Tra gennaio e febbraio di quest’anno, al Cairo è stato ucciso Giulio Regeni, una storia che tutti conoscono e ancora aperta.

Salta agli occhi la solerzia, la precisione e l’acume con cui la stampa italiana ha “smascherato” le varie versioni delle fonti egiziane, le comunicazioni dello Stato egiziano, le informazioni che sono state fornite dalla polizia locale.

Certo è difficile credere che gesù cristo sia morto di freddo, come dice un noto detto popolare, i segni di tortura sono difficilmente contrabbandabili con gli effetti di un incidente stradale. I nostri acuti politici e giornalisti non ci sono certo cascati.

Ma è altresì difficile pensare che Stefano Cucchi o Giuseppe Uva si siano picchiati da soli e dato che erano nelle mani dello Stato e non c’era nemmeno la possibilità di un “incidente stradale” siano morti di freddo.

Allora perché rispetto a quello che succede a casa nostra giornalisti, magistrati, donne comprese, dato che il procuratore di Varese è una donna e non mi pare che le tendine rosa nella magistratura portino un qualche benefico effetto, diventano improvvisamente così poco intuitivi, così strabiliantemente creduloni e poco critici?

Non è che vale lo stesso principio che vale per le lotte di liberazione, per le proteste nelle piazze, per i militanti politici di altri paesi? Vale a dire che se ne parla in maniera positiva, si elogiano e si analizzano positivamente solo se sono altrove o in un altro tempo? Così ci si può far belli e belle senza sforzo e senza rischio e si possono pretendere patenti di democraticità e di rigore.

L’area della comunicazione sociale è un vero e proprio terreno di scontro. La declinazione e la traduzione delle notizie assume un’importanza enorme. A seconda di come si parla di un evento, questo può essere falsificato, rimosso, sostituito e i processi di stravolgimento provocano una codificazione fuorviante e fraudolenta.

Mentre, un tempo, esisteva una comunicazione apertamente di parte ed ognuno/a leggendo e ascoltando, inseriva  le informazioni nella collocazione che queste rivendicavano, ora i media mainstream e collaterali non sono più di parte, non sono più neppure asserviti al sistema di potere, ma ne sono parte integrante. Scelgono sempre e remano sempre in coro nella direzione che la scala di valori neoliberista esige.

Questo processo di integrazione neoliberista è accaduto per tutti i gangli dello Stato, ognuno al suo livello ed ognuno per la sua parte e nello svolgimento del suo specifico compito.

Per questo non possiamo che rifiutare a tutto campo il carattere alienato della comunicazione dell’ideologia vincente perché la posta in gioco è la nostra stessa sopravvivenza come individui e come esseri sociali.

Qualche giorno fa si è chiuso il vertice tra italiani ed egiziani sul caso Regeni. La collaborazione tra le autorità giudiziarie dei due Paesi può considerarsi di fatto interrotta. Gli inquirenti e gli investigatori italiani si sono detti delusi, non hanno ottenuto quanto richiesto agli omologhi egiziani. La delusione della delegazione italiana che ha preso parte alla due giorni di confronto è legata, come emerge anche da un comunicato emesso dalla Procura, dalla mancata consegna, tra l’altro, dei tabulati telefonici di una decina di utenze riconducibili ad altrettanti cittadini egiziani. Inoltre, secondo quanto si apprende , non sono state consegnate anche le richieste “relative al traffico di celle”. Tutti elementi ritenuti indispensabili dalla Procura di Roma .

Immediata la reazione del governo italiano. Il ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, ha disposto il richiamo a Roma per consultazioni dell’Ambasciatore al Cairo Maurizio Massari.

In base a tali sviluppi – comunica la Farnesina – si rende necessaria una valutazione urgente delle iniziative da prendere per accertare la verità sull’ omicidio di Regeni.

E noi, per Giuseppe Uva, per Stefano Cucchi, per la ragazza del Quadraro, per tutti gli altri e le altre a cui è stata fatta violenza o sono morti nelle mani dello Stato, quando richiamiamo gli ambasciatori per prendere iniziative urgenti per accertare la verità?