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16 marzo a Roma: ancora in piazza per la Palestina

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Sabato 16 marzo, alle ore 15:00, in piazza Ugo La Malfa corteo per la Palestina per dire Stop al genocidio.

Con un compagno palestinese ricordiamo l'appuntamento di sabato, parliamo della grave situazione nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, ponendo l'attenzione in particolare sulle condizioni dei detenuti e delle detenute nelle carceri israeliane, uno dei motivi per cui anche la Corte di Appello dell'Aquila ha rifiutato l'estradizione di Anan Yaeesh.

L'unica sicurezza è la libertà. Presidio davanti all'UOC Salute Penitenziaria - Asl 2

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Durata 11m 32s
Un gruppo di solidali questa mattina era in presidio davanti all'UOC Salute Penitenziaria della Asl 2 di Roma per denunciare la situazione sanitaria all’interno delle carceri, in particolare in quello di Rebibbia e le responsabilità dei medici penitenziari.
In linea con quanto previsto dal DPCM del 1 Aprile 2008, che ha determinato il transito delle funzioni Sanitarie dal Ministero di Giustizia al Sistema Sanitario Regionale, la ASL Roma 2, sul cui territorio insiste il Polo Penitenziario di Rebibbia, ha la completa presa in carico sanitaria delle persone prigioniere. Ne parliamo con una compagna.

 

USA: COVID-19 nelle carceri e le provicazioni della destra

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Durata 4m 21s

E’ un po’ di tempo che non parliamo della situazione sanitaria nelle carceri Americane. Secondo gli ultimi dati raccolti, piu’ di 46 mila persone detenute hanno contratto il virus. 548 invece sono i morti.

 

La scorsa settimana i detenuti del carcere di San Quintino a nord di San Francisco sono entrati in mobilitazione dopo che ben 300 persone sono risultate positive.

 

I casi sono esplosi dopo che 121 detenuti sono stati trasferiti a San Quintino da un’altra prigione californiana dove invece già c’erano numerosi casi di coronavirus. Nonostante questo, le autorità non hanno testato le persone prima di trasferirle favorendo in questo modo la diffusione del virus anche a San Quintino. 

 

L’obiettivo della mobilitazione e’ quello di convincere il Department of Corrections and Rehabilitation di rilasciare almeno i detenuti piu’ a rischio e di interrompere qualsiasi trasferimento di detenuti da una prigione all’altra. 

 

I detenuti chiedono anche che tutte le persone siano testate. Inoltre esigono accesso a mascherine e altri prodotti disinfettanti.

 

Infine chiedono l’installamento di un maggiore numero di telefoni per permettere a tutti i detenuti di comunicare con i propri cari soprattutto considerando che le visite sono state sospese sin da Marzo e con il numero di casi di nuovo in crescita nell’intero stato, non e’ chiaro quando saranno di nuovo permesse.

 

La situazione e’ resa ancora piu drammatica dal fatto che i detenuti sono costretti a nascondere possibili sintomi del virus per paura di essere mandati in isolamento.

 

Ricordiamo che in Aprile un giudice federale aveva bloccato un piano per il rilascio dei detenuti piu’ a rischio sostenendo che non era stato dimostrato che il sistema carcerario Californiano aveva intenzionalmente trascurato la salute dei detenuti.

 

Venerdi scorso, la stessa corte federale ha definito il trasferimento dei detenuti infetti un “significativo fallimento.” Il giudice si ‘e pero’ limitato solamente a suggerire il rilascio dei detenuti piu’ a rischio.

 

Intanto continuano le mobilitazioni contro la brutalita’ della polizia in seguito all’uccisione di George Floyd.

 

Nelle strade gli attivisti si trovano a dover affrontare non solo la polizia ma anche un destra sempre piu’ aggressiva. Secondo una ricerca pubblicata recentemente dal Chicago Project on Security and Threats tra il 27 Maggio e il 17 Giugno si sono verificati almeno 50 casi di veicoli scagliati contro i manifestanti. Di questi almeno 18 sono stati compiuti da persone legate in maniera chiara alla destra americana. 

 

Le intimidazioni non si sono fermate qui. In una piccola cittadina dell'Ohio a maggioranza bianca, una manifestazione pro Black Lives Matter e’ stata attaccata da un nutrito gruppo di uomini bianchi armati mentre in New Messico, un gruppo di manifestanti intenti ad abbattere una statua e’ stato attaccato da un altro gruppo di destra. Un manifestante e’ stato ferito da un colpo d’arma da fuoco.

 

In altre citta’, gruppi di destra si sono organizzati a difesa di alcune statue. Armati di coltelli e mazze da baseball hanno spesso aggredito passanti e giornalisti con il beneplacito della polizia.

 

Intanto l’FBI ha chiuso l’inchiesta sull cappio ritrovato nei box dell’unico pilota NASCAR di colore Bubba Wallace. Nonostante il gesto fosse una chiara risposta alla decisione della federazione NASCAR di bandire la bandiera sudista da qualsiasi manifestazione, l’FBI non lo ha ritenuto un hate crime nei confronti di Wallace.

 

Questo clima e’ stato anche in parte incoraggiato da Trump il quale ha deciso di riaprire la sua campagna elettorale con un comizio nella citta’ di Tulsa.

 

Trump non ha ovviamente scelto quella citta’ a caso. Nel 1921 a Tulsa almeno 300 neri furono uccisi e un intero quartiere, a quel tempo soprannominato the Black Wall Street fu raso al suolo. Inoltre alla vigilia dell’evento, Trump aveva Twettato un chiaro avvertimento nei confronti di qualsiasi persona avesse intenzione di contestare la sua visita. Secondo il tweet, i manifestanti avrebbero ricevuto un trattamento ben peggiore di quello ricevuto dalle forze dell’ordine a New York o Seattle perche’ a Tulsa - ha scritto -  “l’ambiente e’ completamente diverso.” Ovvio e’ il riferimento proprio agli avvenimenti del 1921.

 

Non e’ chiaro come il movimento risponderà a queste intimidazioni. In molte citta’ gli attivisti hanno intensificato le misure di sicurezza durante le manifestazioni. L’impressione e’ che comunque il movimento si sia preso un momento di pausa. Come abbiamo gia’ accennato nelle scorse corrispondenze, in queste settimane molte citta’ stanno approvando i bilanci per il prossimo anno fiscale e per questo motivo le proteste si stanno concentrando nelle aule virtuali dei vari consigli comunali per cercare di forzare le varie citta’ ad approvare ingenti tagli ai vari dipartimenti di polizia.

 

Certo e’ che le scorse settimane sono state molto intense e forse e’ arrivato anche il momento di rifiatare anche per capire come proseguire la lotta. 





 

Stati Uniti: a New York militarizzazione dei quartieri poveri

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Durata 6m 29s

Mentre il numero dei morti sta velocemente raggiungendo quota 70 mila, il virus e’ arrivato fin dentro la Casa Bianca costringendo alcuni membri della Task Force a mettersi in quarantena. Intanto alcuni media hanno rivelato come l'amministrazione Trump abbia ostacolato la pubblicazione di un documento creato dal Centers for Disease Control and Prevention. 

Il documento era stato scritto per aiutare i governatori e altri leader politici a decidere come e quando allentare le misure restrittive adottate per controllare la diffusione del virus. Trump ha sostenuto che il documento non era stato diffuso xche’ non era mai stato approvato dal direttore del dipartimento, ma i documenti ottenuti dalla stampa sembrano smentire questa versione dei fatti e mostrano come il documento fosse stato ripetutamente spedito alla Casa Bianca per l’approvazione finale. Questo e’ l’ultimo scandalo di una lunga serie che dimostra come Trump stia cercando di accelerare la riapertura dell’economia anche a costo di trasformare questa emergenza in una vera e propria strage. La riapertura dei diversi stati sta avvenendo un po’ a macchia di leopardo con gli Stati guidati da governatori Repubblicani decisi a riaprire anche se i dati dovrebbero suggerire una maggiore prudenza.

Intanto aumentano le critiche nei confronti dell’operato della polizia, in particolare a New York. Dall’inizio dell’emergenza il sindaco de Blasio ha dato alla polizia l’incarico di far rispettare il lockdown, come ampiamente previsto da numerosi attivisti, l’ordine si e’ trasformato in una nuova militarizzazione dei quartieri poveri e delle comunità di colore. Nelle ultime settimane numerosi video pubblicati online mostrano come i poliziotti si limitino a distribuire mascherine nei parchi situati nei quartieri bianchi mentre nei quartieri di colore siano impegnati in arresti spesso violenti. Secondo alcuni dati rilasciati dal distretto di polizia in Brooklyn, per esempio, tra il 12 marzo e il 4 maggio delle 40 persone arrestate, 35 erano afro-americane, 4 ispaniche e solamente una era bianca. 
Da sottolineare anche il fatto che un terzo degli arresti e’ stato effettuato a Brownsville, quartiere a maggioranza nera, mentre nessuno arresto e’ stato effettuato nel quartiere a maggioranza bianca di Park Slope. Dati simili si sono registrati in altre aree di New York. Il 93% dei 120 arresti fatti nell’ultimo mese e mezzo riguarda persone di colore.

Uno degli esempi piu’ eclatanti di questa disparita’ si e’ verificato nel quartiere Chelsea, un quartiere popolato soprattutto da bianchi ricchi, dove la polizia ha fatto irruzione in un’abitazione dove si stava svolgendo una festa. Nonostante la polizia abbia rinvenuto ingenti quantita’ di mariuana, si e’ limitata a distribuire una serie di multe per il mancato rispetto del lockdown. Un altro caso che ha fatto scalpore riguarda un arresto effettuato da un agente fuori da un piccolo alimentari nel Lower East Side. Nel video catturato da un passante si vede l’agente Garcia prima discutere con un uomo e una donna di colore e poi aggredire fisicamente un passante. Il video mostra Garcia scagliare un pugno in faccia al passante e poi sedersi sulla schiena dell’uomo mentre un collega lo ammanetta. Al di la’ della brutalita’ dell’arresto, gli attivisti hanno sottolineato come l’agente Garcia non sia nuovo a certi atti diviolenza. Infatti e’ stato denunciato almeno alltre sette volte per comportamenti illegali costando alla citta’ di New York piu’ di 200 mila dollari in danni e spese processuali. L’agente Garcia non e’ un’eccezione e spese processuali di questo tipo gravano non poco sui bilanci dei diversi dipartimenti di polizia americani e, di conseguenza, sui bilanci delle citta’. 
Un rapporto pubblicato nel 2017 mostra come negli ultimi 30 anni le citta’ abbiano dirottato sempre maggiori quantita’ di soldi nelle tasche dei dipartimenti di polizia. Per esempio, un terzo del budget di citta’ come Chicago, Oakland e Minneapolis viene dato alla polizia. La stessa New York destina ogni anno quasi 5 miliardi di dollari alle forze dell’ordine.
Questi aumenti sono assolutamente ingiustificati considerando che i dati raccolti in questi ultimi decenni continuino a mostrare come le citta’ americane stia diventando sempre piu’ sicure. 


Anche questa settimana parliamo di Amazon. La scorsa settimana infatti Tim Bray, uno dei vice-presidenti ad Amazon, si e’ dimesso per protestare contro il comportamento dell’azienda durante quest’emergenza. In un post pubblicato sul suo blog personale, Bray racconta come gli avvenimenti delle ultime settimane lo abbiano convinto a prendere questa decisione. Nel post cita il caso dei due ingegneri, Emily Cunnigham e Maren Costa, licenziati per aver denunciato le pericolose condizioni di lavoro nei magazzini dell’azienda. Nel messaggio di denuncia non dimentica di nominare i quattro lavoratori finora licenziati da Amazon per aver organizzato le proteste che nelle scorse settimane hanno bloccato alcuni magazzini e definisce la decisione dell’azienda come un’azione “codarda” (nel post use il colortio termine “chichenshit”).
Le dimissioni di Bray arrivano nella stessa settimana in cui l’azienda ha annunciato di aver guadagnato qualcosa come 33 milioni di dollari all’ora nei primi tre mesi dell’anno 


Nelle precedenti corrispondenze abbiamo parlato di come questo virus abbia colpito soprattutto le comunità di colore. Nelle ultime settimane, i media americani hanno cominciato a parlare della devastazione che questa emergenza sta causando in particolare tra i nativi americani. E’ inutile sottolineare qui come la storia tra gli Stati Uniti e i nativi americani sia una storia di violenza e trattati non rispettati. Una storia che spiega come mai per esempio il numero per capita di persone infette nella Nazione dei Navajo sia inferiore solo a quello registrato a New York e New Jersey, le due aree più colpite dal virus. La nazione dei Navajo e’ un territorio di quasi 70 km quadrati che si estende tra gli stati dello Utah, Arizona e New Messico. Qui si sono registrati piu’ di 2700 casi con almeno 88 persone morte per il virus. I numeri dovrebbero essere ben peggiori se si considera che il 40% delle abitazioni e’ senza acqua corrente e alcune famiglie sono costrette a percorrere piu’ di 240 chilometri per fare la spesa.  A questo si aggiunge che gli aiuti dal governo federale sono stai inviati con piu’ di 6 settimane di ritardo e solo dopo una denuncia ufficiale presentata dai Navajo. 



Concludiamo questa corrispondenza con l’ennesima storia di violenza bianca nei confronti di un Afro-americano colpevole di essere semplicemente nero. UNa notizia che il virus ha fatto passare un po’ in secondo piano. Il 23 Febbraio, Gregory and Travis McMichael hanno ucciso il 25nne Ahmaud Arbery in un sobborgo in Georgia. I due uomini si sono giustificati sostenendo che fossero convinti che il giovane fosse colpevole di alcuni furti avvenuti nei giorni scorsi nel loro quartiere e per questo motivo si sono armati e hanno cominciato a seguire il Ahmaud il quale invece stava semplicemente completando la sua usuale corsa quotidiana. Dopo un breve litigio, I due uomini bianchi hanno sparato al giovane uccidendolo sul colpo. Secondo la loro testimonianza, l’uccisione del giovane sarebbe state un gesto di legittima difesa in quanto Ahmaud avrebbe attaccato uno dei due uomini per primo. Ma un video pubblicato su Internet alcuni giorni fa smentirebbe questa versione dei fatti. Solamente con la pubblicazione del video e con una grossa mobilitazione, la polizia ha deciso di arrestare i due uomini con l’accusa di omicidio. Numerosi attivisti hanno sottolineato come il fatto uno dei due assassinil fosse un ex poliziotto spiegherebbe come mai la polizia ci abbia messo cosi tanto ad arrestare i due uomini. 

Il virus sta trasformando gli Stati Uniti ma certo non lo sta facendo meno razzista.








 

Patrick Zaki e la repressione in Egitto

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Durata 1h 46m 43s

Patrik Zaki è uno studente egiziano che segue un master all'Università di Bologna, il 7 febbraio rientrando in Egitto viene arrestato e torturato, viene accusato di istigazione al rovesciamento del governo e della Costituzione. Ad oggi delle sue condizioni fisiche si sa pochissimo. La prossima udienza è fissata per il 22 febbraio. Zaki è un attivista e frequenta un master internazionale in Studi di genere, forse queste le sue colpe, ad oggi ancora non si sa il motivo del suo arresto, così come non si sa il motivo del sequestro, delle torture e della morte di Giulio Regeni.

L'accademia bolognese si mobilita, i rappresentanti governativi sembrano occuparsi del caso. Ma le sparizioni, le torture, gli arresti non sono nuovi in Egitto, ad oggi Al Sisi ha costruito da quando ben 18 nuove carceri. 60 mila le persone detenute per aver criticato una dittatura militare o per aver scritto il proprio pensiero. 

L'ipocrisia in Italia è feroce: non solo gli Atenei continuano ad avere rapporti con l'Egitto ma l'Italia continua a vendere armi al governo di Al Sisi.

Parliamo di tutto questo con Giorgio Beretta della Rete Disarmo, con un compagno portuale di Genova dove domani mattina è prevista l'ennesima manifestazione per bloccare l'attracco di navi che trasportano armi, con una compagna egiziana e con un compagno studente dei CUA di Bologna.