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120317 Afriche in movimento

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Si torna a parlare di Nigeria, in particolare degli attori e delle dinamiche che caratterizzano i conflitti in corso: dai Boko Haram, su cui si e' focalizzata l'attenzione della stampa internazionale nelle ultime settimane, ai guerriglieri del Mend, che dal 2006 lottano contro la distruzione delle risorse ambientali e la conseguente disgregazione del tessuto umano, portata avanti dalle multinazionali del petrolio nel Delta del Niger. Il dibattito a quattro voci vertera' anche sulle responsabilita' del corrotto Governo nigeriano e delle autorita' religiose tradizionali, inglobate, ormai da decenni, in una logica clientelare e di potere. Un breve spazio sara' inoltre dedicato al Senegal, dove il 25 marzo si terra' il ballottaggio tra Wade e Sall per le elezioni presidenziali, e al Mali, dove la ribellione tuareg continua.

Afriche in movimento 21/01: Cosa sta accadendo in Nigeria?

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Un approfondimento sulla attuale situazione in Nigeria dopo le proteste di massa della popolazione contro il ritiro dei sussidi che calmieravano il prezzo del carburante. La storia della Nigeria indipendente è costellata da una lunga serie di conflitti intestini, dove le risorse petrolifere hanno svolto un ruolo fortemente destabilizzatore con la complicità delle autorità nigeriane e delle grandi multinazionali.

Roma: azione all'Eni in solidarietà con chi si ribella nei Cie

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Mentre a Milano si stava svolgendo l'udienza preliminare del processo per stupro contro Vittorio Addesso - l'ispettore di polizia accusato di aver tentato di violentare una donna nigeriana nel Cie di via Corelli - stamattina gli antirazzisti e le antirazziste di Roma hanno volantinato davanti al mercato della fermata metro Eur Fermi, bloccando l'ingresso della sede romana dell'Eni, in solidarietà con chi si ribella nei Cie.

 

Guarda le foto: 1 e 2

 

Di seguito il testo del volantino distribuito.

 

BOICOTTA L’ENI! SOSTIENI LA LOTTA DI CHI SI RIBELLA!

 

“Il sogno di Mattei era dare energia agli italiani. Oggi quel sogno si chiama Eni, la più grande compagnia energetica italiana, presente nel mondo in oltre settanta paesi, e anche nella tua vita…”

Quello che non ci dicono, in questo spot, è che per portare l’energia nelle nostre case, l’Eni e le altre multinazionali del petrolio si insediano in paesi come la Nigeria e grazie all’appoggio di governi locali complici, perché interessati, ottengono ciò che vogliono, saccheggiando le risorse naturali e devastando il territorio, lasciando in cambio inquinamento, impoverimento e schiavitù.

La popolazione nigeriana sta perdendo sempre di più la capacità di gestione della propria terra. I poteri economici e politici impediscono alla popolazione di usufruire delle proprie ricchezze e distruggono anche le economie di sussistenza. Questo è il tipo di “sviluppo” che società come Shell e Agip hanno portato alle comunità locali: malattie, guerre e povertà.

Si produce così un’umanità privata di tutto, anche dell’esistenza stessa. Questa umanità si muove verso il mondo occidentale, in cerca di fortuna. La Fortezza Europa si nutre di queste donne e questi uomini, per poi rispedirli a casa quando non sono più funzionali al mercato, attraverso la procedura del rimpatrio, che è la maschera di una vera e propria macchina delle deportazioni.

Chi decide di emigrare, dopo aver lasciato una vita e la propria terra deve  affrontare una nuova realtà, anche questa fatta di criminalizzazione, repressione e sfruttamento.

Mentre in Nigeria l’Eni ha il potere di sfruttamento del territorio, in Italia uomini in divisa sentono di avere il potere di abusare dei corpi delle donne nigeriane, donne che emigrano a causa dello sfruttamento che il loro paese subisce, sul quale l’Italia si arricchisce.

Come Joy, una donna nigeriana arrivata in Italia senza documenti e per questo finita nel Centro di Identificazione ed Espulsione (Cie) di via Corelli a Milano.

Lì dentro, nel luglio 2009, Joy subisce un tentativo di stupro da parte dell’ispettore di polizia Vittorio Addesso, coperto dalla complicità degli operatori della Croce Rossa che gestiscono il centro. Joy sfugge alla violenza grazie all’aiuto della sua compagna di cella, Hellen, nigeriana come lei. Il mese successivo nel Cie scoppia una rivolta contro la nuova legge che ha allungato la reclusione fino a sei mesi. Nove uomini e cinque donne vengono arrestati e tra loro, guarda caso, ci sono anche Joy e Hellen.

Durante il processo Joy racconta la violenza subita, confermata dalla testimonianza di Hellen, ricevendo in cambio una denuncia per calunnia. Entrambe restano sei mesi in carcere e dopo il carcere vengono trasferite di nuovo in un Cie. Le autorità italiane tentano in tutti i modi di rispedirle in Nigeria, per chiudere loro la bocca e per non far emergere la verità: nei Cie la polizia stupra.

Solo dopo mesi di mobilitazioni, in diverse città d’Italia, Joy e Hellen riescono ad uscire con un permesso di soggiorno, in quanto vittime di tratta che hanno denunciato i propri sfruttatori. Oggi, 2 dicembre 2010, al tribunale di Milano si sta svolgendo l’udienza preliminare del processo per stupro contro l’ispettore di polizia Vittorio Addesso. Noi non crediamo in una giustizia fatta di tribunali e giudici, ma nel sostegno mutuo tra tutti gli individui che si ribellano contro l’oppressione e le sopraffazioni.

 

CONTRO L’ENI E LO SFRUTTAMENTE NEOCOLONIALE IN NIGERIA
CONTRO LE PRIGIONI, I CIE E I TRIBUNALI
CON JOY E CON CHI SI RIBELLA DENTRO E FUORI DALLE MURA

  

Bologna - La questura condanna a morte una donna che si ribella a uno stupro

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Di seguito il testo del volantino PACCHETTO SICUREZZA?
La questura bolognese condanna a morte una donna che si ribella a uno
stupro
Il 20 luglio la questura di Bologna ha deportato una ragazza nigeriana di 23anni, Faith, proprio nel Paese dove era stata condannata a morte per aver reagito ad un tentativodi stupro da parte di un uomo ricco e potente. Faith era stata rinchiusa nel Centro di identificazione ed espulsione (Cie) di via Mattei a Bologna, dopo che i vicini avevano chiamato la polizia sentendo le sue grida di aiuto perchè un uomo cercava di violentarla. La polizia ha pensato bene di arrestare lei solo perché non aveva il permesso di soggiorno. Dopo due settimane di detenzione è stata rimpatriata in Nigeria, dove potrebbe essere impiccata a breve da un governo corrotto e complice del peggior colonialismo occidentale. E questo nonostante avesse già presentato domanda di asilo politico. Benché l¹Italia sia uno dei paesi promotori della moratoria contro la pena di morte, lo stato razzista italiano non ha esitato a consegnare ai suoi assassini una donna che ha saputo reagire alla violenza maschile, una donna da cui tutte abbiamo tanto da imparare. Dopo questa vicenda, che segue purtroppo tante altre analoghe, sarebbe ora che ci si chiedesse di che genere di sicurezza blaterino i politici e perchè dovremmo delegare a questa gente e ai loro servitori in divisa la protezione delle nostre vite. La deportazione di Faith è un monito contro tutte le donne che si ribellano alla violenza maschile. Allora ci chiediamo che futuro possa aspettarsi Ngom, un¹altra donna immigrata, senegalese e madre di sei figli, arrivata in Italia dodici anni fa dopo esser fuggita da un marito violento. Ngom, sempre in nome della ³nostra sicurezza², è da qualche giorno rinchiusa nel Cie di Bologna in attesa che un giudice di pace decida se accettare il ricorso contro l¹espulsione o eseguire gli ordini della questura di La Spezia e rimandarla in Senegal dal marito-aguzzino. Non smetteremo mai di dire che la nostra vera sicurezza è la solidarietà fra donne. Per quanto tempo ancora intendiamo tollerare la presenza dei Cie ­ lager di Stato in cui le donne sono spesso sottoposte a ricatti sessuali, molestie e violenze per poi essere rimpatriate col rischio di essere addirittura uccise? La nostra sicurezza non ha bisogno di confini, né di lager, né di passaporti
Lunedì 2 agosto presidio alle 12 in piazza Roosevelt a Bologna
Mai più schiave! (Chi non potesse partecipare al presidio ma intendesse comunque esprimere ilproprio parere sulle connivenze tra l'Italia e i Paesi di provenienza di Faith e Ngom per quanto riguarda le deportazioni: ambasciata nigeriana ­ Roma 06683931; ambasciata senegalese ­ Roma 066865212/066872353

 

Chiudiamo i bordelli in Libia

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riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa della cooperativa Be Free sulla chiusura dei centri di detenzione per migranti in Libia e vi invitiamo a leggere il loro dossier sull’esperienza di sostegno a donne nigeriane trattenute presso il Cie di Ponte Galeria e trafficate attraverso la Libia
  

  

 

Roma, 22 luglio 2010
 
BE FREE COOPERATIVA SOCIALE
COMUNICATO STAMPA
 
LA LIBIA CHIUDE I CENTRI DI PERMANENZA TEMPORANEA PER GLI IMMIGRATI IRREGOLARI
A QUANDO LA CHIUSURA DEI BORDELLI?
E QUANTO DEVE ANCORA DURARE LA POLITICA ITALIANA DEI RESPINGIMENTI?

  
Prima di tutto, le perplessità:  la decisione di Gheddafi di chiudere i Centri di Permanenza arriva sull'acme dell'onda di interesse e di preoccapazione da parte di tutte le Agenzie Internazionali a tutela dei diritti, che richiedevano a gran forza di accedere ai Centri ed alle carceri, e la chiusura immediata ha tanto l'aria di un escamotage.
Poi, l'allarme: assai poco chiaro è il destino delle circa 3000 persone eritree, somale, sudanesi, nigeriane e nigerine. Dotati di un permesso di permanenza valido solo tre mesi, avranno esattamente dodici settimane per trovare un'occupazione in Libia. Altrimenti, saranno deportati nei loro Paesi d'origine dai quali erano fuggiti per non subire più insopportabili violazioni dei loro diritti umani. Questo significa che saranno di fatto condannati a morte.
Molti di loro saliranno sulle “carrette del mare” per raggiungere l'Europa, in un viaggio che, secondo i dati di Fortresse Europe, dal 1988 ad oggi ha già mietuto 15 mila vittime.
L'Italia respingerà i sopravvisuti alla traversata verso un luogo di pericolosità infinita.
 
Infine, la denuncia: ora che con questo gesto “umanitario” la Libia cerca di distogliere l'attenzione dalle violazioni dei diritti che vengono operate sul suo territorio, saranno del tutto dimenticate le donne nigeriane rinchiuse in bordelli – formalmente illegali ma di fatto ben strutturati e ben conosciuti – nei quali subiscono atrocità di ogni genere, nonché la costrizione alla prostituzione.
 
Be Free ha già reso nota questa atroce realtà nel corso di una conferenza stampa, esattamente un anno fa, nel corso della quale abbiamo presentato un Dossier tematico, nato dalla nostra esperienza di lavoro all'interno del Centro di Identificazione ed Espulsione Ponte Galeria, che va avanti da molti anni e che ci ha consentito di incontrare, e sostenere, molte giovani vittime di traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo.
I colloqui realizzati all'interno della struttura ci hanno reso edotte circa la costrizione alla prostituzione subita dalle donne nigeriane durante il passaggio per la Libia, all'interno di veri e propri bordelli, chiamati “African Houses”.
 
Il nostro dossier è stato reso possibile dai colloqui con le donne nigeriane che sono riuscite a fuggire dall'inferno libico e ad arrivare da noi, a Lampedusa.
Oggi questa porta d'accesso rimane sbarrato, i migranti vengono rimandati verso la Libia.
Termiamo fortemente per il loro futuro, ora che sembra calare il mai forte interesse italiano ed internazionale  circa lo status del rispetto dei diritti umani in quel Paese, che non ha neanche firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, e che nonostante tutto ha ottenuto un ruolo di tanto rilievo nella gestione delle politiche migratorie.
 
Possiamo affermare con forza che in quel territorio avviene una sistermatica tortura delle donne nigeriane. 
 
Una rete ben organizzata di trafficanti “recluta” le donne nei paesi più poveri della Nigeria, in genere nello stato di Benin City, e le persuade a partire per l'Europa dove potranno ottenere un buon lavoro ed aiutare i parenti – sempre tanto numerosi quanto poveri. 
Il viaggio è allucinante e dura mesi,  attraversa tappe fisse e  si conclude sempre in Libia.
A Tripoli o dintorni, i trafficanti rivelano la vera natura delle proprie intenzioni e costringono le ragazze a prostituirsi per mesi o addirittura anni (anche fino a 4-5 anni) all’interno di case chiuse.
Case chiuse che tutti conoscono, visitate da migliaia di clienti per lo più libici, consapevoli dei trattamenti inumani che le ragazze debbono subire, e dell'obbligatorietà delle loro prestazioni sessuali, il cui prezzo va immancabilmenbte agli sfruttatori gestori della African House” .
 
Abbiamo documentato tutto questo, lo abbiamo reso noto, abbiamo sollevato un interesse che appariva sincero. Oggi, ricordiamo tutto questo con forza. 
 
 
Ufficio Stampa:  Angela Ammirati
cell. 3297508794
Mail. befree.ufficiostampa@gmail.com