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Zapruder n° 40: migrazioni e mondo rurale nel Mediterraneo

Data di trasmissione
Durata 13m 32s

Giovedì presso la Città dell'Utopia (via Valeriano 3F, zona San Paolo) verrà presentato l'ultimo numero della rivista Zapruder dal titolo "Scelte di campo. Le migrazioni rurali nello spazio rurale", a cura di M. Nori e G. Pietrangeli.

 

Dalle ore ore 19.00: apericena del Casale Garibaldi;
a seguire, ore 20.00: presentazione della rivista Interverranno: Michele Nori (curatore del numero), Maurizia Russo Spena (autrice) e Michele Colucci (storico delle migrazioni).

 

Per il sommario della rivista e per acquistarla vai qui: http://storieinmovimento.org/2016/07/19/quarantesimo-numero/

 

Per la presentazione del numero abbiamo sentito uno dei curatori, Giovanni Pietrangeli.

 

Qui invece potete riascoltare la presentazione del n. 33 della rivista, citata nell'audio, e affine nei contenuti e nei temi: Zapruder n° 33

 

Alcune riflessioni storiche sul 25 aprile

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Con Davide Conti, storico e archivista, riannodiamo i fili e le parti oscure della Liberazione dal nazi-fascismo.

In nome dell'anticomunismo, le dirigenze dell'Italia repubblicana e post-fascista impedirono l'epurazione nella magistratura, nelle forze dell'ordine e nell'esercito, proteggendo inoltre i criminali fascisti fuggiti all'estero; il codice penale Rocco è uno dei tanti esempi di queste scelte. E' quello che Davide Conti ha definito il "peso della continuità dello Stato" ("il manifesto", 24.04.2016).

 

 

Nella seconda corrispondenza, Gavino ci illustra la storia (piuttosto oscura) dell'oro di Dongo, ovvero alcuni beni sequestrati dai partigiani ai fascisti repubblichini. Tra i tanti, oltre a Mussolini, anche il boia Graziani fu catturato nei dintorni di Como. Emergono tratti opachi anche su alcuni omicidi nel comasco nell'immediato dopoguerra.

 

L'intervista allo storico De Luna è consultabile qui, quella a Luciano Violante qui.

 

"Corsica fatal, Malta baluardo di romanità". L'irredentismo fascista nel Mediterraneo

Data di trasmissione

Insieme a Deborah Paci, ricercatrice presso l'università di Venezia, presentiamo il suo ultimo libro, "Corsica fatal, Malta baluardo di romanità", uno studio sulle rivendicazioni territoriali dell'Italia fascista nei confronti di Corsica e Malta.

 

Sin dai primi anni Venti, Mussolini avviò una campagna di rivendicazioni territoriali nei confronti delle «terre irredente», ossia quei territori ritenuti italiani sotto il profilo storico e culturale ma fuori dei confini d'Italia.

Malta e la Corsica furono al centro delle mire espansionistiche dell'Italia fascista nel Mediterraneo. Gli intellettuali del regime furono chiamati ad addurre ragioni linguistiche, storiche e culturali per avvalorare l'idea dell'italianità di còrsi e maltesi: l'intento era quello di persuadere le popolazioni delle due isole ad appoggiare il progetto annessionista fascista. In questo contesto il regime dovette misurarsi con gli attori istituzionali e religiosi che si trovavano in loco. I programmi fallirono miseramente e – fatta eccezione per uno sparuto gruppo di filofascisti maltesi e còrsi – la maggioranza della popolazione restò indifferente, se non ostile ai richiami all'italianità dei fascisti. Ma quali furono le strategie messe in opera dal regime? Su quali argomenti fece leva la propaganda irredentista?

L'Osservatore Romano nella Grande Guerra (1914-1918)

Data di trasmissione
Durata 38m 44s

Come si mosse l'Osservatore Romano durante gli anni della Prima guerra mondiale?

 

Ne discutiamo con Elisiana Fratocchi, giovane dottoranda in "Storia del giornalismo" alla Sapienza - Università di Roma.

Il quotidiano ufficioso del papa si mosse con discrezione e imparzialità, ribadendo la voce "pacifista" di papa Benedetto XV. Negli anni della guerra il quotidiano tuttavia si modificò, dando largo spazio alla rassegna stampa internazionale. Se il papa rimaneva su posizioni "pacifiste" (a parole), i cappellani militari venivano spediti al fronte per fare proselitismo e normalizzare gli eventuali casi di diserzione (si veda, in questo senso, la figura del frate Agostino Gemelli). Inoltre erano chiare, seppur non formalizzate, le simpatie asburgiche del papato che invece era ancora impaurita dalla Francia repubblicana, considerata figlia del giacobinismo anti-clericale.

La nostra relatrice spiega anche come la stampa cattolica italiana divenne violentemente interventista.

 

Questa puntata si pone in continuità con gli approfondimenti che Radio Onda Rossa sta dedicando al Centenario della Grande Guerra. Clicca qui per riascoltare il primo speciale: www.ondarossa.info/redazionali/grande-guerra-1915-2015-storia-e-storie

 

Durata: 38 minuti.

L'eccidio nazi-fascista di Forte Bravetta (31 gennaio 1944)

Data di trasmissione

Con lo storico Davide Conti ricordiamo l'eccidio compiuto dai nazi-fascisti a Forte Bravetta, a Roma.

 

Il 31 gennaio 1944, quando Roma è occupata dalle forze nazi-fasciste, vengono arrestati dieci cittadini, militanti della Resistenza, accusati di tramare contro il "governo tedesco". Sottoposti a torture, i dieci verranno barbaramente fucilati a Forte Bravetta, una costruzione fortificata in zona via Portuense.

Oggi il forte è un'area comunale adibita a verde pubblico.

 

Nel corso del collegamento si ricorda anche Massimo Gizzio, studente comunista romano morto il 1 febbraio  1944 dopo un infame agguato nazifascista.

 

Durata: 13 minuti.

Trasmissione del 2/12/2015 "La costruzione della nonnità/genere e classe"

Data di trasmissione

Questa è l’ultima puntata de “I Nomi delle Cose” del 2015, per problemi organizzativi riprenderemo le trasmissioni mercoledì 13 gennaio!

“I Nomi delle Cose” /Puntata del 2/12/2015 “La costruzione della nonnità/genere e classe”

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/12/04/podcast-della-trasmissione-del-2122015/

 

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Das Stufenalter der Frau , Le età della donna, Cromolitografia, fine sec. XIX

”  Si può andare, venire, discorrere, scrivere, partire, ritornare, senza dare troppi conti a nessuno; si può amministrare la propriasostanza, grande o piccola, come si vuole(..) Maritarsi è bene, ma è anche male; non maritarsi, è male, ma è anche bene.”

 

 

” Welfare fai da te/ la costruzione della nonnità/ genere e classeChiacchierata con Elena De Marchi /Impero e aristocrazia/La trasmissione tra generazioni/incontro con le studentesse del Liceo Virgilio occupato”

Qui il libro di Elena De Marchi e Claudia Alemani http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/10/09/confronto-generazionale-e-lavoro-di-cura/

L’articolo “IN SERVIZIO PERMANENTE, Welfare  fai da te e cura familiare” di Elena De Marchi si trova su  Zapruder , Storie in movimento , Numero 38, appena uscito, dal titolo “Io sto bene io sto male”.

http://storieinmovimento.org/2015/11/11/trentottesimo-numero/

De Marchi_Zap 38_Zoom

Trasmissione del 25/11/2015 "I ruoli, le donne, la lotta armata"

Data di trasmissione
“I Nomi delle Cose” /Puntata del 25/11/2015 “Il valore politico della rottura”

 “Quale valore hanno il nostro vissuto e le nostre azioni, la nostra storia anche, in un mondo che non ci riconosce e che non accettiamo? Come fare a essere quel qualcosa che illumina la notte con delle fiammelle così deboli?/DESMONAUTICA, la rubrica di Denys ogni ultimo mercoledì del mese ” Una volta per tutte, la tecnologia non ci rende asociali”

 

“25 novembre 2015/”Spezzare la normalità dell’esistente”

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Parentesi del 18/11/2015 "Perché a Parigi?"

Data di trasmissione
Perchè a Parigi?
Immagine rimossa. Immagine rimossa.“Perché a Parigi?”

di Elisabetta Teghil                       

Centinaia di morti civili sono all’ordine del giorno nei paesi mediorientali, ma la notizia scivola come un dato di cronaca senza provocare particolare commozione. Quando questo avviene in un paese dell’Europa occidentale suscita una mobilitazione e un interesse assolutamente diverso e più importante rispetto a tanti analoghi episodi che tutti i giorni insanguinano quegli sfortunati paesi.
Dove sta la differenza? Forse la risposta ce la dà Aimé Césaire: ”Ciò che il borghese del XX secolo, tanto distinto, tanto umanista e tanto cristiano, non riesce a perdonare a Hitler, non è il crimine in sé, l’umiliazione dell’uomo in sé, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di aver applicato all’Europa procedimenti colonialisti, riservati, fino a quel momento, agli arabi d’Algeria, ai coolies dell’India e ai neri africani”.
Tutto è cominciato quando gli Stati Uniti, appoggiandosi per motivi geopolitici al governo pakistano, hanno foraggiato, finanziato ed armato la parte più retriva della società afghana, nella fattispecie i Talebani, che hanno rovesciato in un crescendo di violenze inenarrabili un governo democratico e progressista .Gli Usa, forti di quel successo e del concorso di una sinistra riformista e socialdemocratica che ha partecipato in vari modi a quei delittuosi avvenimenti, hanno replicato il gioco in tanti altri paesi. Per ricordare gli ultimi l’Iraq, la Libia e, attualmente, la Siria. I morti civili in quei paesi sono tanti e tali che è praticamente impossibile darne il numero se non con approssimazione, ma si tratta certamente di milioni. Sempre a questo proposito, il colonialismo è stata la disumanizzazione di popolazioni intere ed è stato realizzato attraverso il terrore assoluto fino a rendere vana l’idea stessa di resistenza. Tutto ciò sta avvenendo nei confronti dei popoli mediorientali con la creazione e il sostegno materiale e finanziario dell’Isis da parte degli USA che si sono appoggiati, in questo caso, agli Stati più reazionari di quell’area geografica, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar e Turchia.
Inutile girarci intorno, l’Isis è una creatura degli Stati Uniti. Ma qualcuno dirà, perché proprio Parigi?
Perché la Francia ha ripreso in maniera forte il progetto neocolonialista, tanto è vero che truppe francesi sono presenti in vari scenari soprattutto nelle loro ex colonie dove interferiscono in maniera prepotente negli affari interni rovesciando governi, imponendo loro uomini di fiducia e rastrellando le ricchezze di quei paesi con la complicità dei loro quisling.
Ma perché la Francia da quando è presidente Francois Hollande sta percorrendo senza scrupoli questa strada?
Intanto perché i socialdemocratici, comunque si chiamino, e in Francia si chiamano partito socialista, avendo sposato la causa neoliberista, hanno portato in dote l’impianto teorico del ritorno al colonialismo che una volta verteva sulla diffusione della civiltà cristiana, del commercio e del progresso e oggi si giustifica nei diritti umani, nei mercati e nella democrazia.
A questo si deve aggiungere che il personale politico francese non è di nuovo conio, ma è l’onda lunga per “discendenza” e “matrimoni” del personale politico che a suo tempo gestì le colonie. Ed ancora, una delle caratteristiche figlie del neoliberismo è che lo stesso seleziona un personale, in questo caso politico, particolarmente mediocre ed Hollande ne è l’esempio. La politica estera francese ha ripristinato il concetto di protettorato, una parola che non si usava più pronunciare dagli anni ’50, tornata alla ribalta con il revisionismo storico che ha rivalutato il colonialismo. La rilettura del colonialismo e il suo rilancio sono il risultato di un’operazione teorica parte del progetto neoliberista che ci conferma che quest’ultimo è una visione complessiva del mondo ed è pertanto un’ideologia.
Ma, per tornare alle vittime di Parigi, bisogna se non altro dire che il più grande eccidio civile in Francia nel dopoguerra non è stato quello del 14 novembre di quest’anno, ma quello del 17 ottobre del 1961, quando una manifestazione di algerini francesi che chiedevano indipendenza per il proprio paese fu repressa nel sangue. Manifestazione indipendentista che aveva assunto anche un aspetto sociale: gli invisibili abitanti delle periferie più squallide, che producevano alla Renault e nelle altre fabbriche della Parigi operaia, invasero il centro della “ville lumière”, vetrina del benessere e della “grandeur” francesi. La manifestazione era assolutamente pacifica, la chiamata era contro l’imposizione del coprifuoco alla popolazione algerina e diceva testualmente “ non saranno tollerate armi – “neanche una spina” – né comportamenti violenti” e parteciparono in trentamila comprese famiglie, donne e bambini. Ancora oggi non si sa esattamente quanti siano stati i morti, non è stato neanche mai possibile definirne la cifra, approssimativamente fra i duecento e i trecento. Per settimane la Senna riportò a galla decine di cadaveri. La polizia di allora disse che i morti erano stati tre e che si era dovuta difendere da manifestanti armati. Da quel tragico giorno si sono succeduti numerosi governi, nessuno ha voluto e saputo raccontare quegli avvenimenti, neanche i vari personaggi istituzionali che si sono avvicendati nella magistratura e nella polizia. Nessuno è stato chiamato a risponderne. Nessuno ha pagato. E’ calato un silenzio tombale che ha ucciso per la seconda volta donne, bambini, anziani e uomini. A proposito di questi ultimi molti dei cadaveri recuperati erano evirati, a conferma dell’efferatezza di quelle uccisioni e a smentita di una presunta superiorità della civiltà bianca. A questo silenzio si sono accodati accademici e storici, quell’episodio non viene citato in nessun libro di storia, come allora non fu riportato da nessun giornale tranne che dall’Humanité e dalle riviste Temps Modernes e Testimonianza Cristiana, e fu denunciato solo da pochi coraggiosi intellettuali come Jean Paul Sartre, Jean Luc Einaudi e dallo storico Pierre Vidal-Naquet. Da questo punto di vista non è cambiato niente.
Per la strage del 14 novembre è stato sottolineato che gli attacchi sono stati simultanei in diversi posti, ma anche nel 1961 non ci fu solo la repressione rispetto al corteo, ma fu organizzata anche in altri luoghi di Parigi, nella sola prefettura ci furono cinquanta morti.
Nel 1989 è stata fondata un’associazione, “Au nom de la mémoire”, composta soprattutto dai figli delle vittime di quell’avvenimento e che pone invano tre richieste: il riconoscimento degli avvenimenti del 17 ottobre come crimine contro l’umanità, il libero accesso agli archivi per quanto concerne la storia della guerra d’Algeria, l’inserimento dei fatti del 17 ottobre nei manuali di storia.
L’Isis è come gli Harkis, un corpo di algerini collaborazionisti guidato da ufficiali francesi a cui veniva demandato il lavoro più sporco e che si sono coperti di crimini orrendi nei confronti dei loro connazionali. Agli Harkis erano stati dati due alberghi nel quartiere popolare parigino della Goutte d’Or, alberghi che erano veri e propri centri di tortura.
I rastrellamenti degli algerini erano all’ordine del giorno, le famose “rafles”, retate che venivano chiamate “la caccia ai topi”. Per coprire il tutto furono, poi, emanate quattro amnistie ed una serie di regolamenti che impediscono l’accesso ai documenti degli Archivi di Stato fino a cent’anni dall’accadimento degli stessi.
Il 20 ottobre di quell’anno, le donne algerine indissero una manifestazione e il 9 novembre andarono davanti alle carceri dove era in atto uno sciopero della fame delle detenute e dei detenuti.
L’infamia borghese in tutte le sue articolazioni, si manifestò anche nel febbraio del 1962 quando l’OAS effettuò un attentato che uccise una bambina di quattro anni e quando, nella manifestazione di indignazione e di protesta che ne seguì, indetta dalla CGT e dalla CFTC, a Parigi, alla stazione del metrò Charonne, la polizia uccise otto manifestanti, un nono morì in seguito alle ferite. Una delle vittime, Fanny Dewerpe, era sfuggita ai rastrellamenti durante la guerra, suo cognato era stato fucilato nel 1944, suo marito René era stato manganellato a morte il 28 maggio 1952 nel corso di una manifestazione per la pace, a conferma che la borghesia ha tanti volti, ma l’essenza è sempre la stessa.
Noi i nomi delle vittime di Metrò Charonne li conosciamo tutti, ma quelli degli algerini massacrati il 17 ottobre, quasi nessuno. Anche nella morte sono diversi.
Diffondere la conoscenza di questi crimini è il modo migliore di rendere giustizia ai morti.
Allora ce la vogliamo dire tutta fuori dai denti? Nelle banlieues parigine si è festeggiato per quello che è accaduto e siccome siamo in vena di sincerità diciamo che parte della colpa è anche nostra, e parliamo della sinistra di classe. Non abbiamo saputo raccontare quegli episodi, abbiamo partecipato all’ oblio, non abbiamo saputo dare sponda e progetto alle loro attese, abbiamo lasciato vuoto uno spazio e perciò abbiamo consegnato tanti giovani all’integralismo islamico. La religione ha saputo essere quel collante che la sinistra di classe non è riuscita a dare. Dovremmo riflettere su questo.
Qualcuno dirà: ma dove sta la differenza tra la Francia e l’Italia? Anche noi abbiamo al governo socialdemocratici neoliberisti, che da noi si chiamano PD, anche noi abbiamo una classe dirigente mediocre, anche noi abbiamo partecipato a tutte le così dette guerre umanitarie, addirittura all’aggressione alla Libia, facendoci portare via un paese con cui avevamo un rapporto privilegiato ereditato dall’esperienza coloniale. Dove sta la differenza? La differenza è che l’Italia è supina agli Stati Uniti e non ha velleità di avere una politica estera autonoma da quella statunitense. Con Nicolas Sarkozy ( quest’ultimo sta a Charles de Gaulle come Carlos Menem sta a Juan Domingo Peròn) la Francia ha ridefinito il rapporto con la Nato e dentro la Nato e ha reimpostato i Servizi. Questi ultimi sono tacciati di impreparazione e pressapochismo, ma a suo tempo, avevano dimostrato grande efficienza nel salvaguardare la vita di Charles de Gaulle. Evidentemente il rapporto privilegiato con gli Usa e il ridefinito rapporto con la Nato non sono la soluzione, ma il problema e non si conciliano con una politica estera indipendente.
In definitiva, tutto nasce dal progetto neoliberista che i paesi del terzo mondo devono sottomettersi e conoscere una nuova era di colonizzazione caratterizzata dall’arroganza dei colonizzatori convinti di far parte di una categoria superiore, più civilizzata, più progredita e dal disprezzo che questa ha dei colonizzati, tanto che a volte arriva a considerarli come non appartenenti al genere umano.
L’oscena strumentalizzazione dei fatti di Parigi con la richiesta di maggiori risorse e mezzi alla polizia, all’esercito e ai Servizi, in definitiva con la canonizzazione del “bisogno di sicurezza”, è in correlazione diretta con la disoccupazione cronica, la normalità della precarietà, l’esclusione dai diritti di cittadinanza di chi è fuori dal mercato del lavoro, l’aumento dei poveri, dei senza casa, dei marginali, degli immigrati e il tutto non è il frutto sgradito della politica neoliberista, ma ne è la sostanza. Questo è il senso delle politiche securitarie, un’impostazione atta alla ridefinizione dei rapporti di forza con il mondo del lavoro, una compiuta colonizzazione dei popoli dei paesi occidentali così come già avvenuto negli Stati Uniti, una guerra a tutto campo sul fronte esterno e sul fronte interno mettendo in preventivo la guerra nei confronti della propria popolazione, trasformando aree geografiche, etnie, ceti, ambienti in colonie interne.
Il vero destinatario delle politiche securitarie è il lavoro e il lavoratore. E’ nell’ambito di questa impostazione che la polizia acquista un potere che non ha mai avuto in passato e gli eserciti nazionali diventano truppe colonialiste ad uso interno e che la Nato si trasforma in un organo di polizia internazionale. Polizia, eserciti nazionali, Nato hanno come scopo diretto e fondamentale la salvaguardia armata degli interessi del capitale contro il lavoro. Ne consegue la necessità della fine del capitalismo, ma questa passa attraverso la sconfitta politica del neoliberismo e dei suoi funzionari politici, la socialdemocrazia. Nella deriva dei continenti politici partitici la socialdemocrazia è diventata la destra moderna, conservatrice e reazionaria e sposa in Italia e in Europa la causa statunitense, nella stagione in cui gli Usa tentano di imporsi come impero.
Come una volta le potenze coloniali usavano gli ascari, ora usano l’Isis, ma come succedeva anche una volta, spesso gli ascari sfuggono di mano. O meglio chi toglie le armi agli ascari quando non sono più utili?

 

La Parentesi del 6/05/2015"Compassione, pietà, ribrezzo, odio di classe..."

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http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/05/07/la-parentesi-di-elisabetta-del-6052015/

La Parentesi di Elisabetta del 6/05/2015
 

 

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Ragazzi e ragazze “perbene” cancellano la scritta CARLO VIVE dai muri di Milano segnando una delle pagine più vergognose nella storia di questo paese.

“Compassione, pietà, ribrezzo, odio di classe….”

Il primo maggio, sugli schermi televisivi, in ogni canale possibile, sono passate le immagini dell’inaugurazione dell’ Expò 2015 a Milano. Te le trovavi davanti dovunque, anche se cercavi semplicemente le previsioni del tempo. Non c’era scampo.

Vedere quelle immagini ed essere colta da una stretta allo stomaco è stato tutt’uno.

Ho avuto pietà per quelle bambine e quei bambini che cantavano l’inno di Mameli con una mano sul cuore, gettate/i in pasto alla propaganda da genitori  senza scrupoli, al servizio di chi sta costruendo  per loro un futuro di miseria.

Ho avuto compassione, mista a conati di vomito, per quei lavoratori in fila con la bandiera italiana piegata in mano, con il casco e la pettorina da cantiere…un anziano…una donna…un nero…un nepalese…rappresentanti ognuno di una modalità specifica di oppressione e sfruttamento accomunata da quella del lavoro. Servi felici? Schiavi rassegnati? Sciocchi strumentalizzati? Non so, ma una cosa è certa: erano l’incarnazione di un asservimento volontario che è tradimento della propria classe, del proprio genere, della propria razza, intese come categorie politiche e non certo naturali.

Vergogna e rabbia per loro, ribrezzo per tutte le immagini del potere che si susseguivano all’ingresso, in platea, sul palco…magistrati…politici…poliziotti..prelati…presidenti…giornalisti..deputati…industriali…personalità straniere… penose manifestazioni canore….. una sagra di paese per la santificazione delle multinazionali e un inno all’arroganza della borghesia.

Al centro di tutto, l’ “albero della vita”, simbolo ipocrita dell’altrettanto ipocrita titolazione dell’Expò ”Nutrire il pianeta” che altro non sta a significare se non distruzione, rapina, predazione delle risorse umane e naturali, guerre neocoloniali, sfruttamento, militarizzazione…uno scenario di morte in cui si muovevano scheletri con l’ermellino come nella Camera dei Lord de “La classe dirigente”.

La vita vera stava altrove,  era fuori, nelle strade di Milano, in tutte quelle e in tutti quelli che non accettano, che non ci stanno, che vogliono riprendersi tutto…le case..le strade..le scuole..gli ospedali..i tempi e i modi della vita e del desiderio.

Milano il primo maggio era divisa in due: la morte abitava dentro l’Expò, la vita stava fuori e troverà mille e mille modi di manifestarsi e di dimostrarlo ancora anche contro quei fantasmi, quella parvenza di umani che sono usciti dalle tane quando la manifestazione è finita e si sono messi a ”pulire Milano”.

Mi hanno ricordato la marcia dei colletti bianchi della Fiat nel 1980 e, allo stesso tempo, la maggioranza silenziosa, perbenista e reazionaria che ha mandato al potere il fascismo negli anni venti.  La sintesi tra  politicamente corretto e ipocrisia della socialdemocrazia riformista con i valori neoliberisti ha prodotto ombre di esseri umani che hanno perso qualsiasi dignità e consapevolezza e che si beano di una schiavitù volontaria. Pulite, pulite, pulite bene, togliete le tracce dei migranti affogati, dei cie, dei lavoratori caduti dalle impalcature, di chi dorme sotto i ponti, di chi non ha casa, pulite come pulivate le tracce dei campi di concentramento, pulite come quando denunciavate i partigiani…continuate a pulire bene, forse i padroni del mondo vi getteranno qualche osso spolpato come ricompensa.

 

Trasmissione del 22/04/2015 "Ri-Conosci il fascismo/ Continua a R-Esistere"

Data di trasmissione

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/04/26/podcast-della-trasmissione-del-22042015/

 

Puntata del 22/04/2015 “ Ri-Conosci il fascismo/Continua a R-Esistere”

 Omaggio alle donne che resistono/Fascismo di ieri, fascismo di oggi/Mercanti di morte/Colloquio con Ilenia Rossini”

Immagine rimossa. Mika-MicaelaEtchebéhère

Immagine rimossa. Carla Capponi

Immagine rimossa. Annamaria Ludmann

Immagine rimossa. Maria Soledad Rosas-Sole

Immagine rimossa. Diana Blefari

Stralci da:

“Poche feroci”e “nuove streghe”. Le donne, la violenza agita, la Resistenza.

di Ilenia Rossini /Roma aprile 2014 (Introduzione al libro “Un fiore che non muore” RedStarPress,2014)

“…In molti di questi frammenti, tuttavia, si sente-pesante come un macigno-il peso più o meno esplicito della parola “anche”. Ci sono gli uomini, i valorosi e coraggiosi combattenti e accanto a loro  ci sono anche le donne.(….) Gli uomini, dunque, sarebbero stati la Resistenza, mentre le donne vi avrebbero “contribuito”: ma “contribuire”  non è sinonimo di “essere parte”, è più che altro un’azione di supporto, una convergenza momentanea e parallela alla lotta armata. Il contributo femminile non viene considerato un fattore fondamentale per lo sviluppo stesso della lotta resistenziale: ma perché?

La risposta a questo interrogativo tocca un nodo culturale di fondamentale importanza: la supposta incompatibilità delle donne con la guerra, che trova la sua origine nella contrapposizione tra la possibilità di dare la vita e quella di toglierla(…)

La difficoltà nell’affrontare il rapporto tra donne e violenza agita è presente anche nella maggior parte delle analisi e delle opinioni sull’esperienza femminile in organizzazioni rivoluzionarie che scelsero la lotta armata, in particolar modo degli anni ’70 e ’80. Una presenza che stupisce l’opinione pubblica, ogni volta sorpresa  nel constatare che tra i “terroristi”-uso questo termine per fedeltà alle opinioni correnti, pur rifiutando che la categoria di “terrorismo” si possa applicare alle formazioni armate di sinistra degli anni ’70 e ’80- “c’era una donna”: si notava così che anche le donne fanno la lotta armata….”