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Colombia: la repressone e i massacri del governo Duque non fermano le proteste

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Una nuova esplosione sociale contro le politiche fiscali del governo Duque si è prodotta in Colombia. Milioni di lavorat, contadini, giovani, donne, disoccupati, hanno paralizzato il paese con una proteste e rivolte iniziate lo scorso 28 aprile, e che continuano ancora nonostante le decine persone assassinate dalle forze dell'ordine, le centinaia di feriti e di torturati. Ne parliamo con un compagno.

 

Un anno di rivolte e morti nelle carceri: che peso gli diamo?

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In questa puntata di Silenzio Assordante abbiamo ripercorso un anno (quasi) dall'inizio delle rivolte e le prime repressioni nelle carceri d'Italia. Partiamo con l'intervento di Lello, un compagno che ha ricostruito un quadro generale di quest'anno e delle condizioni delle persone in prigione. Abbiamo parlato poi con una parente che ci ha ricordato la solidarietà di chi da fuori ha sofferto e soffre per i propri cari e care reclusi/e. Poi abbiamo ascoltato una compagna di Torino e un compagno di Trieste che hanno raccontato le specificità delle lotte nelle carceri delle città, ricordando gli appuntamenti locali e generali.
In chiusura, sempre da Trieste, mettiamo al centro i limiti che quest'anno abbiamo riscontrato nel riuscire a far sentire il peso delle gravi violenze nelle galere e la repressione nei confronti di chi muove la solidarietà in frontiera.

Bruxelles: police partout, justice complice

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Durata 31m 37s

Dopo la morte di Ibrahima Barrie, ucciso in un commissariato di Bruxelles a gennaio 2021, l’esplosione della rabbia ha saputo trovare le giuste maniere per esprimersi. Tuttavia, questo assassinio poliziesco non costituisce un episodio isolato nella realtà belga, fatta di razzismo strutturale, brutalità poliziesca e complicità della magistratura; un quadro che la situazione di confinamento degli ultimi mesi ha puntualmente aggravato. Di questa vicenda e di questo quadro ci parlano un compagno e una compagna di Bruxelles.

Fonte: https://radiocane.info/bruxelles-police-partout-justice-complice/

12 dicembre, un appuntamento in solidarietà ai prigionieri e alle prigioniere

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Collegamento telefonico con una compagna dell'assemblea di parenti, amiche e solidali delle persone prigioniere. Ricostruiamo quanto successo negli ultimi mesi: le rivolte e le morti in carcere, l'aumento dei contagi tra le persone recluse, le iniziative di solidarietà. Infine, un appello a partecipare a un appuntamento che si terrà a Roma il 12 dicembre in solidarietà con i prigionieri e le prigioniere.

 

#Coronavirus - Mailbombing 17 marzo per la salute dei detenuti

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Martedi 17 marzo dalle ore 10 alle ore 14 partecipiamo al mailbombing per sostenere il diritto alla salute dei detenuti e delle detenute del carcere di Rieti.

 

Tra le ore 10 e le ore 14 di martedi invia la mail che trovi incollata più ai seguenti indirizzi dei garanti dei detenuti e della Asl di Rieti

info@garantedetenutilazio.it
garantedirittidetenuti@cert.consreglazio.it
segreteria@garantenpl.it
prot.segreteria@cert.garantenpl.it
direzione.sanitaria@asl.rieti.it

 

e alle redazioni di:

redazione@radioradicale.it
tgr.lazio@rai.it 

info@rietinvetrina.it
info@rietilife.it
starttv@libero.it
redazione@ilgiornaledirieti.it
redazione@frontierarieti.com

 

Il testo va inviato a ogni singolo indirizzo mail separatamente. Gli invii collettivi vanno a finire direttamente nello spam. Non inviate l'allegato ma copiate il testo nel corpo della mail.
Sappiamo che si tratta di un piccolo gesto davanti una situazione gravissima, speriamo comunque in una partecipazione diffusa.
 

TESTO DELLA MAIL:

 

Il 7 marzo scoppia la dura protesta delle persone detenute nel carcere di Salerno.

Già da un paio di mesi i Tg riportano notizie sull’epidemia di coronavirus in Cina, con il suo elevatissimo numero di contagiati e deceduti.

Già da più di un mese e mezzo che il virus è in Italia. I Tg continuano con il loro incessante susseguirsi di notizie. L’allarme si diffonde, diventa sempre più forte e sempre più vicino a noi tutti. Sappiamo come noi, persone fuori da galere, abbiamo reagito alla nostra paura, alla nostra quotidianità che cambiava in peggio giorno dopo giorno. Alle notizie di ospedali pieni ed incapaci a garantire le adeguate cure a chi si ammalava. Anche in Italia il numero di contagiati e deceduti aumentava di ora in ora.


Nelle carceri sovraffollate celle per lo più stracolme di persone, di detenute e detenuti anche anziani, anche malati. Un’assistenza sanitaria che lascia al quanto a desiderare, che già in tempi di non emergenza sanitaria, riusciva a garantire solo psicofarmaci e, a malapena, qualche tachipirina.

La tensione aumenta.

Lo Stato decide, per contenere il contagio, di adottare misure, le più restrittive: sospensione di ogni attività, interruzione dei colloqui con i familiari. In compenso, gli operatori e gli agenti penitenziari continuano a rispettare i loro turni di lavoro ed entrano ed escono dalle galere, senza alcuna precauzione, nemmeno dotati di mascherine e guanti. Nessuna misura di prevenzione di carattere sanitario.

I detenuti rivoltosi del carcere di Salerno chiedono che se non possono vedere i loro familiari, ricevere le adeguate attenzioni sanitarie, allora che si interrompano anche le entrate e le uscite di chi lavora in quel carcere. L’interruzione dei colloqui con i familiari significa tagliare completamente i ponti con l’esterno, significa enorme preoccupazione.

La rivolta si estende, in pochissime ore, a ben 27 carceri di tutta Italia, dal sud al nord. 14 i morti tra Modena, Alessandria e Rieti. Tutte morti, ci dicono (dagli esiti di autopsie fatte in fretta e furia e, probabilmente, in assenza di figure legali nominate dalle famiglie dei deceduti) dovute ad abuso di psicofarmaci presi dalle infermerie interne alle carceri.


Ci volevano le rivolte affinché il Ministro della Giustizia, oltre ad esprimere il pugno di ferro nei confronti di chi ha partecipato alle rivolte, distribuisse 100 mila mascherine. Il numero delle persone detenute, nello scorso febbraio, era 61.230 (a fronte, per altro, di una capienza di 50.931 posti). Chissà quante sono le persone che là dentro ci lavorano, per un motivo o per un altro, e quindi necessitano anche loro delle mascherine… Ad oggi sappiamo che in moltissime carceri ancora non le hanno distribuite.

4 morti a Rieti...

Ma come si sedano le rivolte? In campo si possono mettere due strumenti: uno è la contrattazione con i prigionieri. Ma c’era poco da contrattare, le decisioni erano state prese dall’alto e andavano attuate: i detenuti e le detenute dovevano rimanere isolati.

L’altro sono i pestaggi, violentissimi, reiterati. Non è una novità. Lo sa chiunque abbia vissuto direttamente o indirettamente (avendo un proprio caro lì rinchiuso) il carcere.

In questo momento poi, a causa della totale chiusura, nessuna presenza esterna, né familiare né volontario né insegnante, potrebbe monitorare la situazione, riportare all’esterno di cosa è stato testimone, ciò che ha ascoltato e visto.


Ad oggi sappiamo, tutti noi anche chi “vuole o vorrebbe non sapere”, che lì dentro centinaia di detenuti sono feriti, lesionati, intimoriti dai pestaggi. E sempre nell’inquietudine data dalla probabilità che il contagio si diffonda anche lì dentro. Già ci sono casi conclamati, ancora pochi dalle notizie ufficiali. Ma le notizie ufficiali, spesso, lasciano il tempo che trovano.

In questi difficilissimi giorni, in cui l’impegno di ognuno di noi è tutto volto alla tutela della collettività, c’è chi non ha alcuna tutela.


Chiediamo che il Direttore Generale della ASL di Rieti, anche competente e responsabile della salute delle persone detenute nel carcere di Rieti, si impegni nell’accertamento delle condizioni dei detenuti anche a seguito dei pestaggi subìti.

Ci domandiamo come mai a fronte di ben 4 morti i Garanti, Nazionale e Regionale, dei diritti dei detenuti non si siano ancora recati presso il carcere di Rieti e li invitiamo a farlo al più presto, nel loro ruolo di tutela delle persone private della loro libertà.

Contro il carcere 17 Ottobre

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Suicidi giunti a quota 48 una strage!     Rivolta al carcere di Sanremo, la direzione minimizza, rissa tra detenuti, ma non è così, volevano le celle aperte. I decreti del nuovo governo sono una controriforma carceraria, si consolida il sistema carcero-centrico. La Corte Costituzionale in carcere. Alla fine del mese esce la nuova Scarceranda! Organizzate presentazioni!

Ancora deportazioni e rivolte al CIE di ponte galeria

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Durata 17m 48s

Questa mattina due ragazzi hanno protestato per il lungo trattenimento nelle gabbie del centro e, data l'esasperazione, chiedevano di essere rimpatriati nonostante almeno uno tra i due ha tutta la famiglia in Italia.

Davanti l'indifferenza della direzione, uno tra i due reclusi ha ingerito una lametta, l'altro ha iniziato a tagliarsi sul corpo.

Ottenuto un colloquio, i due hanno saputo che nessun documento era stato inviato al consolato, nessuna pratica era stata attivata per il rimpatrio o il rilascio dopo tanto tempo d'internamento nel Cie.

 

Riconsegnati alla gabbie del centro, uno dei due ragazzi ha continuato a tagliarsi finendo in una pozza di sangue, questa scena pare abbia procurato tanta ilarità alle forze dell'ordine in servizio.

 

Questa situazione ha quindi raccolto la rabbia di tutti i reclusi delle sezione maschile: alcuni sono saliti sul tetto mentre in altre aree venivano incendiate alcune parti del lager.

 

Dopo circa 30 minuti, centinaia di unità delle celere hanno fatto ingresso nel campo d'internamento etnico costringendo, con non poche resistenze, ha rientrare ognuno nelle proprie celle e a subire una perquisizione.

 

Nel Cie di Ponte Galeria, sono circa 2 mesi che incessantemente nascono proteste, individuali e collettive, sedate puntualmente dal personale in servizio e dalla direzione del Centro.